“Il potere delle parole – ll logos nell’era dell’algoritmo: ferisce o cura?” di Gabriella Caprioli

Nel panorama iperconnesso del XXI secolo, il linguaggio ha smesso di essere un semplice strumento di comunicazione per farsi “ambiente”, entro cui si consuma l’intera nostra esistenza.
Le parole non sono semplici veicoli neutri di informazioni, bensì entità vive, cariche di una densità ontologica capace di modificare la realtà. Esse sanno essere una lama affilata che incide ferite invisibili nell’anima dell’altro o, al contrario, un balsamo che lenisce e ricostruisce ciò che si è spezzato. Comprendere questo dualismo significa interrogarsi sul destino stesso dell’uomo e sulla qualità della nostra coesistenza.
Nel mondo ellenistico e giudaico-ellenistico, e successivamente nel Vangelo di Giovanni, il termine “logos” indicava la Parola divina creatrice e ordinatrice e ci ricorda l’intrinseca forza generatrice o distruttiva di questo sostantivo.
La parola che ferisce si muove spesso su binari sotterranei, mascherandosi da pragmatismo o da apparente innocenza. Pensiamo alle locuzioni quotidiane utilizzate per schernire l’esperienza emotiva altrui o alle diagnosi sterili e frettolose che riducono la complessità di una persona a un’etichetta sociale o clinica compiendo un atto di sottile violenza verbale. Questo linguaggio  declassa la dignità del soggetto, inibendone il potenziale evolutivo e intrappolandolo in un perenne senso di colpa. La ferita inferta da una parola distorta somiglia a un trauma invisibile che, se non elaborato,  ritorna di continuo nella mente del singolo alterando la percezione di sé.
Al polo opposto si colloca la parola che cura, asse portante di ogni autentica relazione interpersonale e terapeutica. Curare attraverso le parole giuste non significa offrire vuote formule di ottimismo o facili consolazioni ma significa praticare “un’ecologia del linguaggio” che si fonda  sull’empatia: la parola curativa è quella che  accoglie la fragilità trasformandola in condivisione. Nelle situazioni più complesse e particolari come anche  nella vita di tutti i giorni, sostituire espressioni di esclusione e di giudizio con formule di riconoscimento e accoglienza proprie di un linguaggio inclusivo e attento alle dinamiche dell’altro non è un mero esercizio formale di cortesia, ma la precondizione per far sentire l’individuo riconosciuto  e sostenuto emotivamente all’interno del proprio contesto familiare o sociale.
Già nel IV secolo a.C., Platone ricordava nel Fedro, nel celebre mito di Theuth, che la parola scritta è un “pharmakon” che può agire sia come veleno sia come rimedio.
Oggi più che mai, nell’era dei social media e degli algoritmi, le parole rivelano questa duplicità performativa: non si limitano a descrivere il mondo, ma lo istituiscono, possedendo la forza  di ferire l’uomo o di curarne le fratture invisibili. Nella dimensione contemporanea dei network, la parola che ferisce si è strutturata in una vera e propria tecnologia del disprezzo, un’arma che agisce a distanza.
Il sofista Gorgia, nel suo “Encomio di Elena”, scriveva che la parola è ”un potente signore”, che col suo  invisibile corpo compie grandi cose, poiché può far cessare il timore, togliere il dolore, produrre la gioia e aumentare la compassion, anche se lo stesso Gorgia ne riconosceva anche il potere distruttivo.
Nel dibattito digitale odierno, privato nei social della presenza fisica dell’altro, il logos viene depotenziato della sua carica empatica e ridotto a potente arma.
Come teorizzato dal filosofo del linguaggio J.L. Austin nel secolo scorso, “dire è fare“: l’insulto digitale, la svalutazione sistematica e il linciaggio mediatico non sono semplici opinioni, ma veri e propri atti linguistici  che feriscono nel profondo l’identità del soggetto.
Contro questa deriva si staglia la necessità terapeutica di una parola che cura, intesa come radicale “etica della responsabilità“. Per Emmanuel Levinas, l’incontro con l’altro avviene anzitutto attraverso il Volto: la parola che cura è quella  che si fa carico della vulnerabilità altrui anziché calpestarla. Curare attraverso le parole significa allora praticare ciò che Martin Heidegger definiva “l’ascolto autentico“, un abitare poeticamente il mondo in cui la parola è spazio di accoglienza dell’essere. Nell’attualità, questo si traduce nel coraggio della sfumatura contro il binarismo cieco dei codici informatici.
Le parole sono veri e propri architetti della nostra realtà e della nostra salute psicofisica: le parole giuste hanno un effetto terapeutico sul nostro cervello e anche sul nostro fisico. Non tutti, però ne sono consapevoli, o forse non a tutti importa non ferire l’altro. Parole dette con cattiveria o disattenzione agiscono come un’arma biologica ed attivano nel cervello le stesse aree del dolore fisico.
Restituire al logos la sua funzione originaria di ponte, di spazio protetto in cui l’io incontra il tu senza la pretesa di annullarlo, rappresenta la sfida culturale più urgente del nostro tempo.

Gabriella Caprioli

 

 

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Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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