“Chi cerca, trova …” di Roberto Mello

Così ammoniva un vecchio adagio che, riflettendoci un attimo, è meno banale di quanto sembri. Il suo “insegnamento” può essere interpretato, infatti, come un richiamo alla necessità di darsi da fare, nelle faccende della vita, dalle più importanti e delicate a quelle più comuni, cercare quindi di procurarsi le occasioni, senza aspettare che piovano dall’alto, lavorando incessantemente alla realizzazione di quanto voluto. D’altra parte, già Machiavelli, 500 anni fa, attribuiva alla “fortuna” solo metà della responsabilità sulle azioni umane, affermando la “necessità … di batterla et urtarla” per “vincerla” e “comandarla” (cap. 25 del “Principe”). Questo vale sia per le singole persone che per gli Stati: mi riferisco cioè a quello che in ambito scientifico e politico viene definito “Ricerca”. In particolare, quello che mi addolora è la scarsa considerazione in cui viene tenuto il mondo della Ricerca in Italia: qualche anno fa mi è capitato di vedere 2 mappe, elaborate da un centro studi europeo, che rappresentavano, una la percentuale di Prodotto Interno Lordo erogata per la Ricerca in ogni singolo Stato dell’Unione Europea, l’altra, l’andamento tendenziale dello stesso P.I.L. Stato per Stato; bene, le due mappe erano perfettamente sovrapponibili, cioè gli Stati che investivano di più in Ricerca avevano prestazioni economiche nettamente superiori a quelli che investivano di meno. Naturalmente, l’Italia era agli ultimi posti sia in uno che nell’altro studio. La situazione, purtroppo, non è cambiata, come si evince anche dal grafico qui riportato che si riferisce ai dati del 2024 (fonte OCSE – MSTI):

Si vede chiaramente come l’Italia sia ben lontana dagli investimenti dei Paesi con cui ci dovremmo confrontare e dagli obbiettivi cui dovremmo tendere (e dire che nel frattempo stiamo usufruendo di oltre 200 miliardi elargitici come P.N.R.R., ma sull’utilizzo di queste somme è meglio, per il momento, stendere un velo pietoso, perché il discorso ci porterebbe lontano). Perché la questione è anche questa: oltre a essere pochi, i fondi vengono anche spesi male; anziché impiegarli per dotarsi di un sistema che utilizzi in maniera stabile e gratificante le eccellenze che vengono formate, li si disperde in maniera estemporanea e con logiche clientelari. Siamo, cioè, nella logica della peggiore politica imprenditoriale: non si vuole comprendere che un ricercatore con anni di studi e di esperienza è un capitale di fondamentale importanza per l’organizzazione di cui dovrebbe fare stabilmente parte; si preferisce tenere sulla corda per anni questo personale così prezioso, in una situazione di precarietà infinita, col risultato che a un certo punto la maggior parte di costoro “emigri” verso apparati (Stati esteri) in cui viene riconosciuta la loro professionalità oppure ripieghi su occupazioni lavorative magari meno appaganti ma più sicure; il risultato per lo Stato italiano, in ogni caso, è un depauperamento di risorse che non ci potremmo proprio permettere. A meno che lo scopo di chi ci governa non sia proprio quello di mantenerci nell’attuale condizione di subalternità tecnologica, e quindi nella necessità di dover comprare all’estero quello che non riusciamo a produrre noi. A questo proposito vi riporto un esempio secondo me illuminante: negli anni ’80 la FIAT operava concrete ricerche sui veicoli elettrici; per quale diavolo di motivo si è lasciato perdere quel settore, col risultato che 40 anni dopo quel distretto industriale è ormai in mano a operatori di altre parti del mondo? È solo uno dei tanti casi di miopia imprenditoriale che continuiamo a collezionare, preferendo, certo soprattutto per motivi elettorali, impegnarci in battaglie di retroguardia come quella della difesa ad oltranza dei motori termici. Un altro aspetto eclatante è l’ostinazione a non voler investire nel fotovoltaico come forma di energia, ma in questo caso il gioco è evidente: gli enormi proventi che derivano dal commercio dei combustibili fossili fanno gola a molti, e per costoro è più conveniente che si compri dall’estero piuttosto che realizzare un sistema che possa sfruttare una ricchezza che ci è toccata in sorte. Possiamo allora riprendere la citazione iniziale completandola in “Chi cerca, trova; chi non cerca, compra”, con buona pace di tutti coloro che si ostinano a studiare e perfezionarsi in un campo che non viene compreso (o peggio, viene osteggiato) da chi ha il compito di decidere per tutti noi, cioè quello della Ricerca scientifica.
Roberto Mello

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