Il testo, proposto da Marco Papiro per la nostra rubrica “Il tuo racconto”, ha un nucleo filosofico interessante: l’idea apparentemente paradossale che una serenità assoluta e permanente possa perdere significato proprio perché non conosce il contrasto con la difficoltà, la perdita, la speranza e il desiderio di migliorarsi. La conversazione tra alcune colleghe nasce da una situazione semplice e quotidiana, ma progressivamente si trasforma in una riflessione sull’esistenza. La sofferenza non viene celebrata né cercata come un valore in sé; viene piuttosto considerata come una delle esperienze attraverso cui l’essere umano prende coscienza di sé, dei propri limiti e della possibilità di superarli.Dal punto di vista stilistico, il testo è caratterizzato da una scrittura prevalentemente narrativa e colloquiale, molto vicina al parlato. Il dialogo occupa una parte centrale e permette alla riflessione filosofica di svilupparsi in maniera naturale, senza assumere inizialmente la forma di un trattato. Le domande — «Perché?», «E la sofferenza? Ne vogliamo parlare?», «Come puoi dire di essere felice…?» — hanno una funzione importante: interrompono il semplice fluire del racconto e trasformano la conversazione in un confronto di idee. Un elemento particolarmente evidente è la presenza di ripetizioni e riprese concettuali. Parole come sofferenza, speranza, felicità, migliorarsi, vita ritornano più volte. Da un punto di vista strettamente letterario, alcune ripetizioni potrebbero essere ridotte; tuttavia esse appartengono anche alla natura spontanea del discorso e restituiscono l’impressione di un pensiero che si sta formando mentre viene espresso. Interessante anche il titolo, «Monotonia della serenità perpetua», costruito su un’apparente contraddizione. La serenità, normalmente associata a qualcosa di positivo, viene accostata alla monotonia: ne nasce un ossimoro concettuale che sintetizza bene il problema centrale del testo. Non è la serenità in sé a essere messa in discussione, quanto piuttosto l’idea di una serenità assoluta, continua e priva di contrasto. Il valore stilistico più interessante del testo sta proprio qui: una conversazione ordinaria diventa una piccola scena filosofica, e una semplice frase — “se tutto andasse bene” — apre una riflessione sulla natura stessa della felicità. [M.R.Teni]
Stavo con alcune colleghe di lavoro. Avevamo appena finito il turno della mattina e parlavamo di vita, di sfortune e di cose andate male.
Eravamo in quattro. Due di loro erano sedute sulla panchina adiacente al luogo di lavoro. Un’altra era accanto a me e avrebbe iniziato il suo turno di lì a dieci minuti.
Una delle tre ragazze, bassina, con gli occhi grandi e i capelli raccolti in una coda di cavallo, indossava una maglietta grigia e una lunga gonna sottile di lana bianca.
A un certo punto esclamò: «Se tutto andasse bene, sarebbe una favola».
Le altre due concordarono, parlando di come la sofferenza possa rendere fragili e, a volte, quasi incapaci di vivere pienamente.
Io decisi di dire la mia.
«No, non credo che sareste felici se tutto andasse bene».
La ragazza che aveva iniziato la discussione mi guardò.
«Perché? Se tutto va bene, mica hai problemi».
Decisi di spiegare il mio punto di vista.
«Se tutto fosse perfetto, se tutto andasse sempre come previsto, ci sarebbe la monotonia. E la monotonia, alla lunga, può rendere le persone scontente. Non ti mette in gioco.
Anche se ti lanci in qualcosa, come comprarti una macchina o partecipare a una gara di corsa, rimane il fatto che avresti sia la macchina sia la vittoria della gara. Perché preoccuparti, se tutto ti va sempre bene?
Ma è proprio questo il punto: le sofferenze, le speranze e le resistenze che incontriamo nella vita sono anche ciò che ci rende vivi. Perché avresti bisogno di sperare, se tutto andasse bene? Eppure, senza speranza, l’uomo rischia di smettere di guardare avanti. È la speranza che lo porta a mettersi continuamente in gioco.
E la sofferenza? Ne vogliamo parlare?
Come puoi pensare che, se tutto andasse bene, non arriverebbe prima o poi la sofferenza stessa del benessere? È un controsenso, lo so. Ma se tutto cade dal cielo, se tutto va sempre bene, che cosa ti mette ancora davanti a una scelta, a una difficoltà, a una conquista? Che cosa ti rende, allora, umano?
Senza una parte di sofferenza, come potresti apprezzare davvero i momenti felici e sereni? Se tutto va bene, non hai nemmeno bisogno di cercare la felicità: sei già immerso in un benessere perpetuo.
Ma come puoi dire di essere felice se non hai mai conosciuto la sofferenza che ti spinge a sperare che le cose possano andare meglio?».
Mi guardarono e sorrisero. Nei loro volti vedevo interesse per quello che stavo dicendo.
Una delle ragazze mi domandò:«E tu dici che bisogna soffrire per apprezzare la vita?».
Risposi convinto:«Sì. Senza la sofferenza non troveresti la speranza di andare avanti, la voglia di migliorarti continuamente, il coraggio di metterti in gioco e di apprezzare quelle piccole cose che ci rendono felici, come i nostri hobby e le nostre passioni. Se tu partecipassi a una gara di corsa e arrivassi sempre primo, come potresti sapere davvero quanto sei bravo? Forse non lo sapresti mai. Perché, se tutto andasse sempre bene, non avresti bisogno di conoscere la sconfitta e la sofferenza che ne deriva. Di conseguenza, non avresti nemmeno bisogno di migliorare. Potresti sentirti soddisfatto, ma non sapresti mai fino a che punto sei davvero capace di correre. La sofferenza è ciò che, spesso, smuove l’uomo a migliorarsi: cadere e rialzarsi, imparare dai propri errori, diventare più forte. Ed è anche questo che ci rende umani. Perché, per me, per apprezzare davvero la vita, bisogna conoscere anche la sofferenza».
La conversazione finì lì.
Mi guardarono per qualche secondo, in silenzio, poi una di loro disse: «Nah, secondo me si vive meglio se tutto va bene».
La ragazza che doveva timbrare il cartellino guardò l’orologio.
«Devo andare, ragazzi. Ci vediamo domani. Che fate voi?».
Io risposi che ero di riposo. Le altre due, invece, dovevano fare il turno della mattina e poi tornare nel pomeriggio.
La ragazza di cui non avevo ancora detto il nome, Flaminia, era alta, con i capelli biondi e il corpo sottile. Si mise lo zaino in spalla, ci salutò e andò a timbrare.
Le altre due ragazze presero i loro zaini e si alzarono dalla panchina.
Decidemmo di andarcene insieme, scendendo le stesse scale che portavano al parcheggio sotterraneo. Il sole era ancora alto e, attraverso gli spazi aperti dell’edificio, colpiva le pareti di cemento, rendendole quasi accecanti e, allo stesso tempo, stranamente vivide.
Continuammo a camminare senza più parlare di sofferenza.
Ma quella domanda, in qualche modo, era rimasta con me:”Se avessimo tutto ciò che desideriamo, sapremmo ancora che cosa significa essere felici?”.
Marco Papiro

ph Eleonora Mello
Marco Papiro, residente a Napoli, nato il 04/12/2001. Ha sempre avuto la passione della scrittura fin da piccolo e spaziava dalla fantascienza al fantasy. Ama scrivere piccoli racconti che parlano di quotidianità e piccole riflessioni giornaliere.

