La Chiesa dei “precordi” dei Papi
Da Sisto V a Leone XIII: le spoglie parziali di oltre venti pontefici
riposano in un luogo inaspettato…

Mentre il mondo intero si mette in posa davanti ai marmi bianchi della Fontana di Trevi, cercando il riflesso dell’acqua per lanciare la fatidica monetina, alle loro spalle accade qualcosa di insolito. Basta girarsi per incrociare la facciata della Chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio. I turisti la guardano appena, distratti dal fragore della cascata di Nicola Salvi, ignari che dietro quelle diciotto colonne corinzie – talmente fitte da essere soprannominate “il canneto” – si nasconde un capitolo unico della medicina e della liturgia romana.
Se il Vaticano custodisce le tombe monumentali dei Pontefici, questa piccola perla barocca ne conserva la parte più terrena e fragile.
Per oltre tre secoli, tra il 1590 e il 1903, la Chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio è stata la custode ufficiale dei “precordi“: gli organi racchiusi nella cavità toracica (cuore, polmoni, milza) estratti da ventidue Papi prima dell’imbalsamazione.
Perché proprio qui? La ragione è logistica. La chiesa era la Parrocchia Pontificia del Quirinale, l’allora residenza estiva e ufficiale dei Papi. Quando un Pontefice moriva nel palazzo sul colle, i medici procedevano all’eviscerazione: il corpo veniva preparato per le esequie solenni, ma il “cuore” restava lì, a pochi passi da casa, sigillato in anfore di porfido e nascosto dietro l’abside.
Dietro la solennità della morte di un Pontefice, si attivava un protocollo tecnico rigorosissimo gestito dal settore medico-legale di corte. Il Cardinale Camerlengo ne accertava il decesso: batteva delicatamente tre colpi sulla fronte del Papa con un martelletto d’argento, chiamandolo tre volte con il nome di battesimo. Solo dopo il silenzio assoluto del Pontefice, egli ne dichiarava ufficialmente la morte davanti ai testimoni, pronunciando la formula latina: “Vere Papa mortuus est”. Successivamente, l’Archiatra pontificio e i suoi assistenti procedevano a quella che oggi potremmo definire una autopsia conservativa.
L’obiettivo non era solo rituale, ma scientifico: era necessario preparare il corpo per la lunga esposizione pubblica, contrastando immediatamente i processi di lisi cellulare e la putrefazione dei tessuti. Con un’incisione precisa, i chirurghi procedevano all’eviscerazione dei “precordi“: cuore, polmoni, fegato e milza venivano asportati con perizia chirurgica per essere trattati separatamente.
La chimica della conservazione: balsami e composti mercuriali. Mentre il corpo veniva trattato con sostanze disidratanti per l’imbalsamazione esterna e l’esposizione a San Pietro, i “precordi” seguivano un percorso separato: gli organi interni subivano un trattamento bio-chimico specifico. Questi organi, ancora caldi, venivano lavati con aromi e aceto, immersi in urne colme di spirito di vino (alcol) e sigillati con la cera.
Per garantirne l’integrità nei secoli, infatti, i medici utilizzavano una miscela di balsami, resine naturali e composti mercuriali. Il mercurio, in particolare, era fondamentale per le sue proprietà battericide e fungicide, capaci di arrestare la decomposizione organica all’interno delle urne. Il tutto doveva avvenire entro poche ore dal decesso per prevenire la decomposizione.
Questi reperti biologici, una volta stabilizzati, venivano sigillati in vasi di porfido e consegnati al Cappellano Segreto (ciascuno dei cappellani che assistono il Papa nelle private funzioni religiose). In una sorta di processione silenziosa, gli organi venivano trasportati giù dal colle Quirinale fino alla piccola cripta sotterranea di Piazza di Trevi, trasformando la chiesa in un singolare archivio anatomico della Santa Sede.
La chiesa, ricostruita a metà del Seicento per volere del potentissimo Cardinale Mazzarino (il cui stemma domina ancora la facciata), è un gioiello di Martino Longhi il Giovane (1602-1660). Eppure, nonostante l’eleganza delle forme e la ricchezza degli ex-voto in argento che adornano l’altare, il popolo romano non ha mai rinunciato alla sua ironia dissacrante.
Nel dialetto trasteverino di metà Ottocento, Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863) la ribattezzò con una punta di malizia la “Chiesa delle Frattaje“. In un celebre sonetto del 1835, il poeta descriveva con crudo realismo come “li pormoni, er core, er fedigo e le bbudella” finissero in quella “spece de cantina”.
Quest’insolito rito si è interrotto solo nel 1903. Da Sisto V (1585-1590) a Leone XIII (1878-1903), sono ventidue i Pontefici che hanno lasciato le loro “sacre viscere” tra queste mura. Fu Papa Pio X (1903-1914) a decretare la fine della pratica, imponendo che il corpo del Pontefice non venisse più sezionato, ma restasse integro, nel suo ultimo viaggio. Papa Giovanni Paolo II affidò ufficialmente la chiesa dei Santi Vincenzo e Anastasio alla comunità ortodossa bulgara nel maggio 2002. Tra le icone dorate e l’odore d’incenso, le lapidi latine ricordano ancora i nomi di 22 Papi.
Entrare in questo luogo significa confrontarsi con il limite sottile tra la fede e la carne, dove l’arte barocca fa da scrigno a una delle tradizioni mediche più affascinanti e meno note della Città Eterna.
Mattia De Nicola Lezzi
