GIORNO DELLA MEMORIA – Per non dimenticare – “ IL BAMBINO DAL PIGIAMA A RIGHE” – Riflessioni a cura di Myriam Ambrosini

RIFLESSIONI SU “IL BAMBINO DAL PIGIAMA A RIGHE” film di Mark Herman, tratto dal romanzo di John Boyne.
Una confortevole abitazione per una normale famiglia borghese e, soltanto aldilà di un muro di recinzione, l’orrore del Campo di sterminio di Auschwitz.
Già da questa premessa, da questo distinguo si può iniziare a cogliere la lotta di contrasti che si ritrova in “IL BAMBINO DAL PIGIAMA A RIGHE”, film assai apprezzato di Mark Herman, tratto dal libro di John Boyne.
Ugualmente in contrasto sembrano essere i due bambini, entrambi di solo otto anni d’eta’, protagonisti della pellicola: BRUNO e SHMUEL. Mentre il primo è infatti il figlio del direttore del Campo di sterminio, integerrimo ed algido ufficiale nazista, il secondo è un bimbo ebreo, rinchiuso nel campo ed alla ricerca del padre scomparso, ma in realtà quasi sicuramente finito in cenere nel locale forno crematorio. Ma soltanto questo ruolo toccato loro in sorte li divide, perché in realtà in loro c’è invece soltanto uguaglianza, innocenza, naturale empatia. Bruno, tolto dal suo ambiente berlinese, dal suo ambiente, dai suoi amici per seguire il padre nel nuovo ruolo affidatogli, si sente un po’ triste, ma soprattutto si annoia. Passeggiando nei campi che circondano la sua nuova abitazione, vede un’alta rete di recinzione ed, aldilà di essa, persone che lavorano e che indossano tutti – materia per lui di grande curiosità – dei pigiami a righe. Qui avrà modo di conoscere Shmuel, bimbo come lui, della stessa età e come lui desideroso di gioco, entusiasta e speranzoso nei confronti della vita che ha davanti. E qui le differenze si azzerano e fanno comprendere quanto inutili, assurdi, dannosi siano i distinguo, la sottolineatura delle differenze di razza, i concetti di inferiorità e superiorità.
Mentre la vita della famiglia di Bruno scorre tranquilla, l’orrore oltre il muro continua, ma i due bimbi sono al di sopra di ogni cosa, per loro c’è soltanto la loro intesa che va rafforzandosi di giorno in giorno ed è dall’amicizia che nasce la voglia di condivisione.
La famiglia di Bruno sembra abitata da marionette … Il senso di un malsano dovere da parte del padre, l’entusiasmo per la fede nazista della sorella, e la miopia della madre nel non voler vedere … Nel non voler capire. Ma sarà soltanto lei ad avere infine un brusco, brutto risveglio ed a cercare allora di opporsi all’orrore che la circonda.
Shmuel invece ha solo il padre, quasi un mito per lui, ma introvabile. Bruno si offre allora di aiutare l’amico nella sua ricerca. Bruno e Shmuel non percorrono le vie della divisione, dell’odio, sono divenuti un tutt’uno nella loro immedesimazione di semplici esseri umani, uguali nel condividere e nel supportarsi l’un l’altro.
Sarà questo sentirsi uguali, questa condivisione d’intenti a condurli alla morte.
Bruno, per poter entrare nel campo di sterminio – che lui sino alla fine ha creduto una Fattoria – , si vestirà con un “pigiama a righe” che si è fatto procurare da Shmuel ed insieme al suo amico si metterà alla ricerca del padre di lui. Purtroppo in una delle tante retate del Campo, i due bimbi verranno rastrellati insieme ad altri prigionieri e chiusi in uno stanzone in cui verranno poi aperti il bocchettoni del gas letale .
Un attimo troppo tardi – essendosi accorti della sua sparizione ed avendo trovato gli abiti da civile di Bruno davanti alla recinzione – arriveranno i genitori di Bruno. Per i bimbi non c’è ormai più nulla da fare: il figlio del ricco direttore del Campo ed il povero bimbo ebreo sono morti insieme, uguali nella morte come erano stati uguali nella vita.
Per chi resta uno strazio che forse aprirà il cuore alla consapevolezza.

MYRIAM AMBROSINI

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