IN PROSA E IN POESIA: “PREDRAG MATVEJEVIC, SCRITTORE DEL MONDO SLAVO”- di Silvio Valdevit Lovriha

  Ho fissato con gli occhi spalancati il corso della Neretva, del più limpido fiume dell’Adriatico.
Mi
sono chiesto: come fanno gli uomini ad essere
così torbidi vicino ad un’acqua così trasparente?”

 Predrag Matvejevic

Anche per averlo visto e ascoltato di persona mi sento in dovere di scrivere di lui, per ricordare questo importante scrittore balcanico. Intendo riferirmi a Predrag Matvejevic nato a il 7 ottobre 1932 nella bosniaca Mostar è deceduto in Croazia a Zagabria il 2 febbraio 2017. Suo padre di etnia russa dopo il 1945 e’ stato giudice a Mostar. Sua madre Angelina, di trenta anni più giovane del marito, era invece croata e fu lei a decidere che il figlio frequentasse la scuola elementare delle suore, ove imparo’ egregiamente il latino. Predrag, dopo essersi diplomato al liceo di Mostar, frequenterà prima l’Universita’ di Sarajevo e poi quella  di Zagabria, laureandosi in lingua e letteratura francese. Nel 1967 ottenuto un dottorato alla Sorbona di Parigi insegnerà per qualche anno “estetica sulla poesia impegnata”. Successivamente rientra in Jugoslavia per insegnare letteratura francese all’Universita’ di Zagabria fino al 1971. Avendo avuto suo nonno e un suo zio confinati nei gulag  staliniani, Matvejevic si schiera dalla parte dei dissidenti russi e, coerentemente,  anche con quelli del suo paese, quelli jugoslavi. Per questo aveva cominciato la sua attività di scrittore stilando “72 lettere” indirizzate ad altrettante importanti personalità del mondo che, solo dopo essere circolate come “samizdat”, saranno raccolte in un volume dal titolo “Epistolario dall’altra Europa”. Per esempio, lettere sono state indirizzate a Sacharov, Milan Kundera, Siniavskij, Solzenicyn , battendosi per la libertà di espressione, in difesa degli intellettuali tutti, dissidenti jugoslavi compresi. Con la morte, nel maggio del 1980, del maresciallo Tito, i nazionalismi che covavano sotto la cenere vengono allo scoperto e si va verso lo scatenamento della sanguinosa  guerra fratricida tra le varie  repubbliche jugoslave, verso quello che sarà un vero e proprio  inferno. Matvejevic diventa egli stesso un dissidente e come altri intellettuali democratici, per problemi di sicurezza avendo subito persecuzioni, espatriera’,  prima esule in Francia insegnando dal 1991 al 1994 alla Università Nouvelle Sorbonne di Parigi  e poi dal 1994 al 2007 letteratura serba e croata all’Universita’ La Sapienza di Roma.
Degli esuli, specie di quelli più recenti, scriverà: «I loro simboli sono due, una precaria zattera e una valigia. Pochissimo lo spazio nella valigia dell’emigrante e raramente si trova qualche libro. Nell’emigrazione italiana al posto dei libri era più facile trovare immagini di santi. L’aristocrazia russa invece si portava dietro i libri».
Matvejevic scrisse anche cose significative sul pane, alimento basilare dei popoli. Tradizioni vogliono: “Che sia rotto con le mani e non tagliato col coltello, che sulla tavola il pane sia sempre posato dritto e non rovesciato, se cade per terra vada raccolto con rispetto e magari anche baciato. Un monaco di Rostov sul Don scongiurava di non tagliarlo, ma di romperlo a pezzi, di sbriciolare il pane sul palmo della mano. Così la vostra preghiera sarà esaudita”.
Tirando le somme del Novecento dirà che a suo parere «Il bilancio umanistico è piuttosto scarso, a differenza del progresso scientifico invece enorme».In una intervista, Matvejevic, a proposito della democrazia, afferma che «I valori della Resistenza restano esemplari e la mia lotta contro le destre nella ex Jugoslavia è stata in difesa di quei valori. Occorre essere vigili: Brecht diceva che le viscere che hanno generato il fascismo sono ancora feconde. Il fallimento del socialismo reale deriva dall’aver indottrinato invece che educato. Non è pensabile ricostruire la Jugoslavia, ma si deve ritrovare un degno dialogo tra i suoi popoli».
Nato a Mostar, Matvejevic rammenta il Vecchio storico ponte che collegava l’Occidente con l’Oriente, una città multietnica, multireligiosa, multinazionale. Per questo è stato distrutto!”.
veva ben in mente un altro similmente importante Ponte, quello sulla Drina, centrale nel grande romanzo di Ivo Andric, premio Nobel per la letteratura nel 1961.
Quando Predag venne una sera a tenere una conferenza al Circolo Menocchio di Montereale Valcellina, in compagnia di Claudio Magris e Carlo Ginzburg, era già scrittore noto a livello internazionale, ormai famoso dopo aver pubblicato i libri di successo quali Breviario Mediterraneo, L’altra Venezia, I signori della guerra.
Veniva dall’Università La Sapienza di Roma e ci parlò dei suoi tristi viaggi di ritorno dai luoghi della guerra, una “guerra cominciata dai serbi ortodossi e portata avanti dai croati cattolici”. Sollevò il problema del comportamento degli intellettuali jugoslavi di fronte a questi tremendi misfatti. Mosse loro la critica durissima di essere stati nazionalisti, di aver usato parole istigatrici per la guerra tra le etnie, invece che adoperarsi per il dialogo e la comprensione tra le diversità dei popoli, per la pace. Propose che, come per i dittatori politici, anche per gli scrittori jugoslavi fosse istituito un processo internazionale, per vagliare anche le responsabilità degli intellettuali in ordine ai diffusi crimini di guerra.
Dopo aver rivisto Mostar e Sarajevo martoriate Matvejevic scriverà: «Torno a Roma con le cicatrici dell’asilo e dell’esilio su di me…Per giorni non sono riuscito a scrivere neanche una riga».
Per i suoi libri e per il suo impegno civile Umberto Eco e Claudio Magris avanzarono più volte la richiesta del Premio Nobel per Matvejevic, che nel frattempo era divenuto cittadino italiano.
In conclusione ancora questa citazione a proposito della sua casa distrutta: “Davanti a casa nostra, vicino alla finestra dove si affacciava da vecchia mia madre, c’era un albero di fichi. Io li coglievo e ne regalavo ai vicini in un cestino di canne che crescevano lungo il fiume. Non è rimasta traccia né del fico e neppure delle sue radici”.
Con i suoi libri, le sue conferenze, i suoi numerosi articoli sui giornali, Matvejevic si è sempre battuto perché crescano nuove radici di dialogo e comprensione tra i popoli, perché l’odio sia sconfitto. Penso se ne debba continuare a parlare di questo esemplare democratico [aggiungo io monumentale] scrittore esule balcanico, anche dedicando così a questo variegato mondo slavo tutta l’attenzione che merita.

Silvio Valdevit Lovriha

 

Avatar di Sconosciuto

Informazioni su culturaoltre14

Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
Questa voce è stata pubblicata in "In Prosa e in Poesia". Contrassegna il permalink.

Rispondi