I versi di Betteloni, nello stile prosastico hanno la straordinaria capacità di aderire al quotidiano nella sua dimensione più realistica e dimessa, che diventa ripiegamento intimistico e dolente. I toni smorzati della sua poesia, percorsa da venature ironiche, precorre in parte il prossimo Crepuscolarismo. A lungo l’acribia degli studiosi si è esercitata soprattutto nello sforzo di inquadrare ed etichettare lo sfuggente realismo betteloniano: in un ininterrotto gioco incrociato di correzioni e rettifiche, smentite e puntualizzazioni, si è potuto parlare di romanticismo realista e di realismo antiromantico, di verismo scapigliato ma anche di classicismo moderno, oppure di verismo borghese e forse protocrepuscolare, se non persino di segreti «presagi decadenti». Fatte salve le proposte più eccentriche, la poesia betteloniana consente in effetti di legittimare molte differenti ipotesi di apparentamento o affiliazione: col risultato però che ciascuna proposta di catalogazione finisce per apparire inevitabilmente relativa, non risolutrice. Una tradizione critica più recente e tecnicamente attrezzata ha preferito puntare l’attenzione sull’aspetto linguistico dei versi betteloniani: mettendone sotto verifica la proverbiale prosaicità, il programmatico impegno a «scriver come si parla», è stato possibile restituirne il ruolo di primo piano giocato, al di là di alcune indubbie contraddizioni, nel percorso di svecchiamento della lingua poetica italiana a cavallo tra Otto e Novecento. [1]
Nihil sanctius quam domus.
Cicerone
I.
Fu a mezzo ottobre, quando si fan gialle
Le foglie, e al primo soffio che diserra
Il monte su la valle
Cascano in folla a terra;
Fu a mezzo dell’ottobre disadorno,
Che a la modesta villa,
Dov’ebbero tranquilla
Dimora i padri miei, feci ritorno.
Dopo l’assenza di molt’anni al loco
Feci ritorno dell’infanzia mia;
Partii fanciullo e poco
Men che adulto or venia:
Nessuno ravvisarmi avria saputo,
Ma gli antichi cipressi
Vidermi appena, ch’essi
Mossero il capo in segno di saluto.
Furon dinanzi del cancel piantati
Da non so quale de’ miei vecchi stessi
Que’ due vecchi cipressi;
E là come soldati
Stan da gran tempo a guardia del mio tetto,
E mi conobber tosto,
Perchè ai lor piè deposto
Io soleva giocar da pargoletto.
Vittorio Betteloni
(Da “Idillio domestico” 1870/77 in “Nuovi versi”, Zanichelli, Bologna 1880)
[1] Si veda: S. Ghidinelli, Vittorio Betteloni Un poeta senza pubblico, LED, Ed. Universitarie

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Vittorio Betteloni (Verona, 14 giugno 1840 – Castelrotto di San Pietro in Cariano, 1º settembre 1910) è stato un poeta italiano. Inizia, appena adolescente, a buttar giù versi con l’incoraggiamento del padre Cesare, anch’egli poeta, alla cui morte per suicidio, nel 1858, è affidato alla tutela dell’altro noto poeta e amico di famiglia, Aleardo Aleardi, che lo iscrive alla facoltà di legge dell’Università di Padova. Dal 1859 prosegue gli studi a Torino e poi a Pisa dove si laurea (1862) e scrive le prime prove poetiche, le trentatré liriche del Canzoniere dei vent’anni. Tornato a Verona, interrompe la tranquillità di una vita piuttosto ritirata solo per recarsi talvolta a Milano, dove frequenta il milieu della Scapigliatura e diventa amico di alcuni dei suoi esponenti, come Emilio Praga. Nel 1869 pubblica la raccolta In primavera. Betteloni si sposa nel 1872 con Silvia Rensi, figlia di Francesco, animatore di un salotto letterario e patriottico nella città meneghina. Dalla moglie ha tre figli, tra i quali Gianfranco (nato nel 1876), anch’egli poeta, oltre che editore e curatore delle opere del padre. Negli anni Settanta la passione per le letterature in lingua inglese e tedesca si concretizza nella traduzione di parte del Don Giovanni byroniano, edita nel 1875 con il titolo di Aideia, e in quella completa del poemetto di Robert Hamerling Assuero a Roma, pubblicata l’anno dopo con titolo Nerone. Nel 1875 la visita di Carducci a Verona gli permette di conoscere il celebre poeta, con il quale stringe un’amicizia destinata a durare tutta la vita. Carducci legge le sue poesie, le apprezza e lo incoraggia nell’attività poetica; scrive una prefazione elogiativa, già apparsa nel Fanfulla della domenica, ai suoi Nuovi versi, pubblicati nel 1880. Dal 1877 insegna letteratura italiana nel Reale Collegio degli Angeli di Verona, traduce l’Arminio e Dorotea di Goethe, pubblicato nel 1892, e, completando l’opera intrapresa in passato, il Don Giovanni di Byron, edito nel 1897. Collabora inoltre ai due quotidiani scaligeri L’Adige e L’Arena. Muore nel 1910 nella villa che porta il suo nome, di proprietà dei suoi antenati fin dal 1665, nella frazione veronese di Castelrotto nel comune di San Pietro in Cariano.
