Border-Line: Avanguardie artistiche: KOLEKTIVNE NSEAE – Ivan Pozzoni – Nota di lettura di Cipriano Gentilino

 

Il concetto di “avanguardia” è, per sua stessa natura, polemico e sfuggente. Etimologicamente militare, il termine evoca un gruppo d’assalto che si stacca dal corpo principale per esplorare territori ignoti, preparando il terreno per l’arrivo degli altri.In ambito artistico e culturale, questa definizione contiene in nuce il suo paradosso fondamentale: l’istinto di separazione e l’ambizione di guida.Esaminare in termini di limite e superamento del limite ( border-line ) le avanguardie del Novecento e quelle emergenti nel Ventunesimo richiede non un semplice confronto stilistico, ma un’indagine complessa sulle pulsioni profonde dell’umano di fronte alla storia, alla tecnica e al sé. Nel Novecento la parola avanguardia si è caricata di un’energia particolare, divenendo segno di rottura, di inquietudine, di desiderio di futuro. Non si trattava soltanto di stili nuovi o di tecniche sperimentali, ma di un atteggiamento profondo che implicava la sfida all’ordine costituito, alla tradizione percepita come vincolo, e la volontà di spingere l’arte in territori mai esplorati. È come se l’arte avesse voluto farsi interprete della velocità del secolo, dei suoi conflitti, dei suoi entusiasmi e delle sue tragedie, traducendoli in forme ardite, a volte urticanti, sempre tese a scuotere chi osservava.Il Futurismo, nato in Italia con il manifesto di Filippo Tommaso Marinetti nel 1909, è forse l’emblema più chiaro di questa tensione. Esaltava la macchina, il dinamismo, la modernità come valori assoluti. La poesia e la pittura futuriste cercavano di abolire il peso del passato e di inventare un linguaggio capace di rendere il fragore delle città industriali, l’ebbrezza della velocità, il mito della guerra vista allora come “igiene del mondo”. Era un’estetica della rottura che si traduceva in parole in libertà, in linee spezzate, in composizioni che miravano a restituire il movimento più che l’immobilità.In parallelo, in Francia e in altri paesi, nasceva il Dadaismo, che esplose a Zurigo nel 1916 come risposta diretta all’orrore della Prima guerra mondiale. Qui la provocazione diventava radicale, corrosiva, nichilista. Gli artisti dadaisti, da Tristan Tzara a Hugo Ball, rifiutavano qualsiasi logica, esaltavano il caso, distruggevano con ironia e sarcasmo l’idea stessa di arte come valore assoluto. Nei collage, nelle performance, nei testi nonsense si respirava la volontà di smascherare la follia di un’epoca che aveva appena conosciuto la devastazione delle trincee.Dal Dadaismo germogliò poi il Surrealismo, che sotto la guida di André Breton prese forma negli anni Venti. Qui la ricerca si spostava verso l’inconscio, verso i sogni, verso quella dimensione psichica che Freud aveva aperto con le sue teorie. I surrealisti volevano rendere visibile l’invisibile, attingendo al flusso irrazionale della mente, liberando le immagini dal controllo della ragione. Nei quadri di Dalí, nei versi di Breton o di Paul Éluard, si coglie l’ambizione di dar voce a un’umanità divisa, tormentata, che cercava nella psiche la chiave per immaginare un mondo diverso.Non meno dirompente fu il Cubismo, che già nei primi anni del secolo con Picasso e Braque ridisegnava l’idea stessa di rappresentazione. Scomporre le figure, mostrare simultaneamente prospettive diverse, abolire la centralità dello sguardo unico: era un modo di dire che la realtà non è mai semplice, che lo sguardo deve essere plurale.

In questo senso il Cubismo fu un’anticipazione di un mondo frantumato e molteplice, in cui l’unità era destinata a sgretolarsi sotto il peso delle trasformazioni storiche.

Il Novecento è stato attraversato da molte altre correnti, ciascuna con le sue peculiarità, dal Bauhaus che univa arte, architettura e design, fino alle avanguardie più tarde come l’Espressionismo astratto o l’Arte concettuale. Ma il cuore pulsante delle avanguardie resta in quel desiderio di oltrepassare i confini, di non accettare che l’arte fosse mera contemplazione o intrattenimento. Era la convinzione che l’arte dovesse incidere nella carne viva della società, provocare, turbare, aprire spazi di libertà. Guardando oggi a quelle esperienze, possiamo leggere nelle avanguardie non soltanto la loro carica distruttiva, ma anche la loro forza visionaria.

Esse ci hanno insegnato che l’arte non è mai neutrale, che può farsi laboratorio di idee, terreno di conflitto, specchio delle angosce e delle speranze di un secolo.

Nel caos e nella frammentazione del Novecento, le avanguardie hanno lasciato una lezione che non si esaurisce: la necessità di reinventare continuamente il linguaggio, di resistere all’omologazione, di cercare nel gesto creativo una forma di verità.

Ma cosa è accaduto dopo?

Nel secolo corrente le avanguardie non si muovono più in blocchi compatti, non hanno un centro né un manifesto che le rappresenti. Vivono piuttosto in una pluralità di linguaggi, nell’incrocio tra arte, tecnologia e comunicazione, in un orizzonte globale che rende impossibile pensare a un’unica matrice.

Ciò che le distingue è l’ibridazione. Oggi l’arte si mescola con il digitale, con la scienza, con la performance, con la rete. L’artista non è più soltanto pittore, scrittore o scultore, ma può diventare programmatore, performer, regista di esperienze immersive. In questo senso, la vera avanguardia sta nel rifiuto di confini e compartimenti, nel dissolversi dei generi.

Un fenomeno che ha segnato l’inizio del nuovo millennio è l’arte relazionale, teorizzata già alla fine del secolo scorso ma sviluppata in questi anni come pratica di partecipazione. L’opera non è più oggetto, ma relazione viva tra artisti e pubblico. Ne è derivata una concezione che vede l’arte come esperienza condivisa, spesso effimera, che si consuma nel tempo dell’incontro e non può essere ridotta a merce. Accanto a questo si colloca l’arte digitale, che con le sue declinazioni in realtà virtuale e intelligenza artificiale ha aperto prospettive impensabili. Le opere nate da algoritmi, i quadri generati da reti neurali, le performance interattive in ambienti virtuali sollevano domande radicali sul ruolo dell’autore e sul concetto stesso di creatività. È un terreno che affascina e inquieta, perché mette in discussione le categorie con cui da secoli pensiamo l’arte. Allo stesso modo la street art ha conquistato uno spazio centrale nel nostro tempo. Nata come gesto clandestino, oggi abita le città con la forza di un linguaggio diretto e popolare. Da Banksy a Blu, i murales e le installazioni urbane trasformano le strade in musei a cielo aperto, parlano di politica, di diritti, di fragilità sociali. Sono opere che sfuggono al mercato tradizionale e al tempo stesso ne sono inseguite, segno che anche qui l’avanguardia diventa ambigua e problematica. Non meno importante è il dialogo tra avanguardie artistiche e letteratura. La scrittura contemporanea ha assorbito la frammentazione e la velocità del nostro tempo. Le narrazioni ipertestuali, i romanzi costruiti come mosaici, la poesia che si esprime nei social e negli spazi digitali segnano un passaggio epocale. Non è più la forma a garantire stabilità, ma l’instabilità stessa a diventare cifra stilistica.Le avanguardie di oggi parlano di crisi ecologica, di migrazioni, di identità fluide, di conflitti geopolitici. Usano linguaggi globali e contemporaneamente recuperano dialetti e culture marginali. Sono plurali, a volte contraddittorie, spesso provvisorie. In questo senso riflettono il nostro tempo, segnato dall’incertezza e dalla complessità.

In questo panorama, non privo di contraddizioni e di nuove aperture, si inserisce anche l’esperienza dell’avanguardia poetica italiana più recente, con figure come Ivan Pozzoni che con KOLEKTIVNE NSEAE – Edizioni Divina Follia 2024 produce un testo che si colloca a cavallo fra la teoria estetica, la filosofia politica e il pamphlet d’avanguardia. Ivan Pozzoni non solo propone una lettura radicale dell’attuale crisi della letteratura, ma la inscrive in una genealogia filosofico-letteraria che ne legittima la svolta paradigmatica.In particolare l’autore individua una diagnosi (anamnesi), una spiegazione causale (eziologia) e infine una proposta di cura (terapia) per una condizione che l’autore definisce come la “malattia del disinteresse” – il progressivo venir meno dell’interesse del pubblico, delle istituzioni e dell’accademia per ogni forma di “esperienza estetica”. InAnamnesi Pozzoni individua l’origine storica dell’egocentrismo estetico nell’intersezione tra Dante, che fonda il lirismo dell’io moderno, e Cartesio, che fonda l’ontologia dell’“ego cogito”. La “morte del pubblico”, ossia il distacco tra artista e destinatario, nasce già con la modernità e non – come spesso si dice – con il Romanticismo. Le scelte dell’io lirico moderno, in poesia, e dell’io teoretico, in filosofia, allontanano l’opera d’arte dalla funzione collettiva e comunitaria che aveva nel mondo antico. In Eziologia si affronta il tema  della duplice responsabilità del disinteresse . Quella filosofico-letteraria della  l’egopatia lirica porta a una produzione autoreferenziale, scollegata da ogni comunità di ricezione e quella economica costituita dalla editoria contemporanea, invasa da opere autoprodotte o da editori minori senza distribuzione. Tale condizione economica ha saturato il mercato e smarrito i criteri di qualità, mentre, a sua volta, l’accademia si è rifugiata nella storiografia, rinunciando a una lettura critica del presente.La terapia proposta è  la sostituzione dell’ontologia estetica moderna con una nuova socio/etno/antropologia estetica, che rifiuti sia la centralità dell’autore che la sacralità della poesia ed infine l’isolamento dell’opera d’arte dalla vita sociale. Il saggio poggia  su una ricca cultura trasversale: Pozzoni si muove ampiamente da Dante a Derrida, da Spinoza a Bauman, da Lucini a Wittgenstein per meglio determinare uno dei suoi principali  punti di forza che è  la critica spietata all’“io lirico” narcisistico. Pozzoni denuncia l’autoreferenzialità di buona parte della poesia contemporanea – vista come ripiegata su di sé, lontana da ogni istanza politica, sociale o performativa. Ma il rischio è che il suo stesso discorso, per quanto autocritico, non sfugga alla logica del “conducator”,come egli stesso si definisce, ed è proprio la sua figura di intellettuale carismatico e polemico a riempire lo spazio dell’“io”.

 
 
 

Di notevole interesse invece è il concetto di riot-text” come terapia poetica.

La  introduzione di un  testo poetico/documentale nato dalla prassi collettiva – è una proposta interessante: segna una frattura rispetto alla lirica dell’io e apre a una poesia dell’interazione sociale. Tuttavia, la necessità di ridefinire continuamente i propri concetti (clearity, partecipazione, anti-pòiesis) rischia di lasciare il lettore in un limbo tra utopia e inattuabilità.

I testi poetici che chiudono il volume alternano momenti di vera intensità (si pensi a “Caronte, in riva al lago” o “Bronchopneumonia”) ad altri più parodici e rabbiosi (“Il tango del bandolero”, “COVID”). In alcuni casi l’ironia diventa cinismo, e la lingua si fa programmaticamente brutale, fino a rasentare il pamphlet sociale. Ciò rafforza la coerenza con la poetica proposta, ma  limita il vissuto di praticabilità e quindi  l’empatia  verso il tentativo coraggioso di pensare una nuova ontologia della esperienza estetica.

Kolektivne NSEAE è, senza dubbio, un’opera di rottura, che rifiuta ogni compromesso con l’industria culturale e tenta di rifondare il rapporto tra autore, testo e pubblico. Una opera attraverso la quale Ivan Pozzoni si propone come un cantore combattente che fa della poesia uno strumento di lotta e un dispositivo etico più che estetico.

CARONTE, IN RIVA AL LAGO

Seduto su una roccia, in riva alle acque turbolente

macchiate di ricordi del mio Lete lacustre,

mi tramortisco col rumore ombroso delle onde

che cantano dei miei vent’anni, d’amori e attese blande.

Cerco un Caronte astioso e ansante,

 
 
 

che meni la mia barca sui fiumi d’Occidente,

rodato dosatore d’ansiolitici, seduta stante,

scorbutico maleducato, rude bifronte.

Cerco un Caronte, un Caronte vero,

temerario consulente abituato a transumanze d’ogni genere,

con remi, barba stanca,

obolo di scorta che difenda all’arma bianca.

Seduto su una roccia, rinvio a domani

l’insulsa immaturità delle mie mani.

BRONCHOPNEUMONIA

Sei arrivata dalle oscure terre del freddo Est,

riarse dai roghi luminosi di Jan Hus e di Jan Palach

– mi ricordano il suono indistinto del tuo nome

che non so ancora dire, che non so ancora urlare-,

sei arrivata con una borsa piena delle mie fatiche di Ercole

senza riuscire a scambiare i tuoi occhi coi miei occhi,

 
 
 

senza riuscire a scioglierti sotto i colpi del sapore corrosivo del mio alito

(la mia lingua taglia, erode, brucia).

Alle anime gemelle non occorrono due anime,

si scontrano come corpi nella concretezza della terra,

si scontrano sulle bollette da pagare, sui conti in rosso, su vite in bilico,

alle anime gemelle non occorrono due corpi

attraverso cui scopare, rotolandosi voluttuosamente in letti madidi

su cui restano impressi i segni delle catene,

alle anime gemelle non occorrono due menti,

alle anime gemelle non occorrono due cervelli,

alle anime gemelle non occorrono due cuori.

Sei volata via come la brezza del fantasma di un amore fragile

lasciandomi il compito di rimettere insieme i cocci

della nostra nuova lingua: italiano – english – český,

in un threesome che, ragionevolmente, caratterizzerà la nostra storia,

a fare i conti con il tuo timore di amare e la mia incapacità d’essere amato,

 
 
 

a tossire, a vomitare sangue, a bruciare (due mesi?)

d’una inarrestabile bronchopneumonia amorosa.

Alle anime gemelle non occorre niente,

bastano a se stesse, figurine doppie

sovrapposte sull’album dei ricordi della vita,

a mettere in rilievo un attimo brillante di felicità

al tatto di un Dio che colleziona cadaveri e esperienze altrui,

a Milano, a Karlsbad, o a Milansbad.

COVID

Scrivere sul Coronavirus, adesso, non ha senso,

tutti a tamponarsi senza chiedere consenso

stormi di ambulanze sciamano dal deposito dietro casa

facendo della Lombardia una regione a tabula rasa,

e loro, a correre sui marciapiedi o a formar crocicchi

con grovigli di maschere che neanche un film porno di Schicchi.

E i volponi UE mesi a discutere di Mes condizionato

 
 
 

chi cazzo mi trova un lavoro che son rimasto disoccupato,

mi attende una meravigliosa vita da recluso in casa

a togliere i capelli dalla doccia sennò il tubo si intasa,

viva il governo olandese che non vuol condividere il debito

senza capire che a star seduti sullo Stivale l’Europa rischia piaghe da decubito.

E il terrore di morire in solitudine corre sul filo, avanza,

alcuni a reclamare i loro dieci anni di meritata vedovanza,

altri a non voler finir scannati come animali

a me, se muoio, buttatemi in una fossa comune tra battone e criminali,

nell’attesa che un eroico ricercatore David

riesca ad abbattere a fiondate il pandemico Covid.

 

IL TANGO DEL BANDOLERO

Bandolero, da dieci anni la pensione ti ha levato ogni pensiero,

passi i giorni alle bocciofile schiavo del tuo tempo libero, Bandolero,

cinquant’anni trascorsi in banca a maneggiare l’altrui denaro

e, ora, in coda a ritirar la social card felice vittima del rincaro.

 
 
 

Bandolero!

Bandolero, con il bancomat a tracolla cadi preda d’ogni phishing

ignorando, con orgoglio, l’esistenza dell’home banking,

Bandolero, doni al consulente finanziario provvigioni a palate

accogliendo nel tuo portafoglio il meglio delle obbligazioni subordinate.

Bandolero!

Bandolero, irresponsabile correo del boom economico italiano,

il tuo voto spensierato a Andreotti, a Spadolini o al dio craxiano,

ci ha gettato tra le braccia di una troika assai baldracca,

e mentre balli soddisfatto noi nuotiamo nella cacca.

Bandolero!

Bandolero, damerino impomatato con le vecchie al capezzale

grazie all’uso spassionato di un catetere vescicale,

balli il tango con maestria alle sagre del paese, Bandolero,

contando i pasos doble della strada che conduce al cimitero.

Bandolero!

Note biografiche : Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976; si è laureato in Giurisprudenza con una tesi sul filosofo Mario Calderoni. Si è occupato, a livello accademico di: filosofia del diritto, teoria del diritto, epistemologia e storia delle scienze, estetica, etica, teologia, sociologia dell’arte, storiografia filosofica, storiografia della letteratura, critica letteraria, sociologia, psicologia, psichiatria forense e medicina legale. Ha superato – come visiting student- i corsi accademici di filosofia, sociologia, psicologia e medicina. Primo, insieme ad uno sparuto manipolo di studiosi, ha introdotto in Italia la materia della Law and Literature, divenendone uno dei massimi esperti italiani. Ha diffuso moltissimi articoli dedicati a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento, e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico; ha collaborato con con numerose riviste italiane e internazionali.

Cipriano Gentilino

Bibliografia essenziale, pensata come guida rapida per chi vuole entrare nel tema senza perdersi nella vastità degli studi:

  1. Renato Poggioli, Teoria dell’arte d’avanguardia, Il Mulino, Bologna, 1962.
  2. Giulio Carlo Argan, L’arte moderna 1770-1970, Sansoni, Firenze, 1970.
  3. Filippo Tommaso Marinetti, Teoria e invenzione futurista, Mondadori, Milano, 1968.
  4. André Breton, Manifesto del Surrealismo, SE, Milano, 2002.
  5. Nicolas Bourriaud, Estetica relazionale, Postmedia Books, Milano, 2010.
 

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Informazioni su culturaoltre14

Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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