Una lirica di forte intensità in cui il poeta, in un evocativo dialogo col tiglio, crea una mirabile fusione di immagini e parole di una bellezza emotiva straordinaria. La poesia vibra di un fremito che, grazie a personificazioni e sinestesie, metafore e metonimie, accompagna il lettore e lo porta ad immergersi nei versi che pulsano di vita e di sapienza antica, ora minacciate dall’invadenza di nuove tecnologie. Agisce da controcanto un lirismo dolce e meditativo e il contatto col tronco rugoso diventa un gesto di consolazione che attutisce le rughe del tempo. L’atto poetico è conforto e le strofe diventano carezze che assecondano le emozioni del poeta nella fragilità del tempo. [Maria Rosaria Teni]
Ho parlato col tiglio
le foglie mormoravano nel vento.
Tra le rughe del tronco
un via vai di formichine nere.
Ricettacolo di insetti
e d’uomini anche
dallo spento vigore.
Il torrido non l’ha seccato:
le sue radici giù
fino all’acqua remota.
Ho steso le mie mani ossute e stanche
sul suo tronco accogliente,
l’ho sentito vicino
se pur lontano era,
affondano nel mare dei millenni
i suoi ricordi.
Dona fiori di pace, di salute,
che poi cadono a terra inavvertiti.
Fioritura di vita tutt’intorno
il suo fiorire.
C’è un veleggiare languido di nubi
con un gorgheggio solitario intorno!
Forse un lamento
forse una breve gioia, un amore.
E da mesi che intronano lì accanto
stridi di ruspe
scuotimenti di magli:
un inesausto abbattere
polvere e frantumi ciò
ch’era lavoro e vita:
un vuoto ora
come un arido cuore senza amore.
Sorgeranno palazzi
un parco con colline artificiali
e nuove,
giovani donne e bimbi,
tecnologie nel sangue a comandare.
Del vecchio delle mani stanche
nemmeno più un ricordo.
Il tiglio ancora lì
con le sue foglie mormoranti i rami
l’arcaica sua sapienza dentro i fiori
le formichine nere.
Un altro vecchio poserà
sulle sue rughe amiche
le mani stanche.
Gli chiederà a conforto.
Fernando Bizzarri

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