“Afa di luglio. Il canto che non varia” di Camillo Sbarbaro

Un classico sonetto  con metro e rima regolari, pervaso da un’atmosfera di calma e sospensione. Si possono individuare figure retoriche come l’enjambement e metafore che arricchiscono testo, composto  da Sbarbaro, nel 1911 e contenuto nella raccolta “Resine”, ispirato ai ritmi regolari dalla natura che evidenziano la lentezza, il calore e la luce accecante tipiche dei mesi estivi. Già dai primi versi si denota la natura evocativa del componimento.

Afa di luglio. Il canto che non varia 
delle cicale; il ciel tutto turchino; 
intorno a me, nel gran prato supino, 
due fili d’erba immobili nell’aria. 

Un sopor dolce, una straordinaria 
calma m’allenta i muscoli. Persino 
dimentico di vivere. Mi chino 
coi labbri ad una bocca immaginaria…

E sento come divenute enormi
le membra. Nel torpore che lo lega,
mi pare che il mio corpo si trasformi.

Forse in macigno. Rido. Poi mi butto
bocconi. Nell’immensa afa s’annega
con me la mia miseria, il mondo, tutto.

Camillo Sbarbaro

(Da “Resine”, Caimo, Genova 1911)

fonte di libero accesso

Camillo Sbarbaro (12 gennaio 1888 – 31 ottobre 1967) è inconfondibile all’interno del panorama poetico del Novecento. Ligure come Montale, e per questo suo carissimo amico (tanto che Montale gli dedicò una sezione della sua raccolta Ossi di seppia), Camillo Sbarbaro si distingue per essere un”poeta delle piccole cose”. La sua poesia è un inno alle esperienze quotidiane, alle piccole gioie della vita, agli istanti fugaci delle giornate. Questa “predilezione per le esistenze in sordina” , nelle sue parole, traspare anche dal profondo amore per le forme nascoste della natura che animava Sbarbaro, che oltre a essere poeta è stato uno dei più grandi esperti di licheni al mondo. Lavorò come impiegato e quindi come insegnante; negli ultimi anni si dedicò allo studio dei licheni. Collaboratore di Riviera ligure e della Voce, esordì con i versi di Resine (1911) e Pianissimo (1914), che per il lirismo autobiografico, risolto in un tono essenziale e prosastico, rispecchiano il gusto del frammentismo; a tale gusto S. rimase fedele nelle successive raccolte di prose liriche (Trucioli, 1920; Liquidazione, 1928; seconda serie di Trucioli, 1948, in cui confluiscono, con varianti, anche testi dei due volumi precedenti; Fuochi fatui, 1956; Scampoli, 1960; Gocce, 1963; Quisquilie, 1967) e di versi (nuova stesura di Pianissimo, pubbl. nel 1954 insieme con la stesura del 1914; Rimanenze, 1955; Primizie, 1958). Il suo senso smarrito, disamorato o piuttosto disancorato della vita, la dolente coscienza dell’aridità che sembra preludere a Montale, trovano felice espressione soprattutto in paesaggi e nature morte. Da ricordare anche la sua attività di traduttore (da Euripide, Flaubert, Stendhal, ecc.). Postumi sono usciti, tra l’altro, L’opera in versi e in prosa (a cura di V. Scheiwiller e G. Lagorio, 1985) e Trucioli dispersi (a cura di G. Costa, 1986). [da Enciclopedia Treccani]

 

 

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