Il viaggio
Quando toccai di Itaca le sponde
– erano ormai vent’anni,
subito seppi che non era là il mio posto
che più non era quella la mia isola.
A pena distinguo le sue pietre.
Non è lo stesso il mormorio del mare
non è la stessa la luce della luna,
non è lo stesso
il vento che mi sferza.
Nel palazzo, consunta dall’attesa,
la regina, contesa da invasori.
E dov’è il figlio, che lasciai bambino?
Questo io vagheggiavo nelle lunghe
insonni notti del mio esilio?
Voci e volti
di un’altra vita.
Affievolisce la memoria il tempo
– il tempo non lavora invano.
Non v’è alcuno che possa riconoscermi,
non colei che abitava i miei pensieri
e per un tratto camminò al mio fianco;
solo la vecchia nutrice, che amorevole
carezza i segni d’antiche ferite
– quelli non si cancellano.
Davvero sono
così mutati i miei occhi,
così mutate le pieghe del mio volto,
così mutato
il cuore?
Mai fui più solo.
Fu per questo che, compiuta la vendetta
non invano lavora
la guerra,
baciai la donna che mi fu fedele
e salpai in fretta verso il mare aperto.
Malasanità
Ditemi voi se vi pare normale
restar distesi sopra una barella
per giorni e giorni, come in passerella
in un Pronto Soccorso d’ospedale.
Tra tanta gente che si sente male
in mezzo a pianti, urla, cacarella
ti negano persin la pennichella,
mentre il marasma regna generale.
Ma attento che ben bene ti corbella
chi ripete le solite parole:
camere non ce n’è, né posti letto.
È che nel Bel Paese, poveretto,
sulla salute lesinar si vuole
e ancora ci propinan la storiella
ch’è vuota la scarsella
ma se ci pensi è più importante assai
il ponte sullo Stretto dei tuoi guai.
Stefania Raschillà
