Se m’inginocchio davanti al presepio,
di nascosto, che nessuno mi veda,
davanti agli occhi mi riappare mia madre
che sta in ginocchio davanti alla mia culla.Ma non venivano Re Magi,
non arrivavano pastori:
non aveva splendore né nome mia madre,
solo la stella pendeva sul tetto.Come tutte le donne, ella chiedeva
soltanto vesti e protezione:
«Mio Dio, concedi che per tutta la vita
sia costruito un muro attorno a lui!»Ahimè, si è sgretolato il muro,
l’onda lontano m’ha portato:
ciò che mia madre un tempo chiese
è rimasto affettuosa parola di madre.Ma una cosa è rimasta
nel corso dei miei anni bui,
e ancora è scritta:
«Non desistere mai».Sì, fra guerre tormenti, mai
la stella è impallidita,
e sempre, ancora, posso dire
le dolci parole: «T’amo».Più saldamente di tutti saldi muri
queste parole mi proteggono e mi danno conforto,
e nulla di noi più a lungo durerà,
dopo la fuggevole esistenza su questa terra.Queste parole resteranno sempre
fino all’estremo tramonto:
quando Iddio farà di noi frumento,
e il frumento poi diverrà pane.Il mutamento è destinato a noi,
l’amore rende dolce l’amarezza
della morte, e i nipoti si nutriranno
in silenzio del nostro pane di morti.Ernst Wiechert
traduzione di Gilda Musa
ph Eleonora Mello
Ernst Wiechert, poeta tedesco, nato a Kleinort presso Sensburg nella Prussia Orientale il 18 maggio 1887: fu per molti anni insegnante a Königsberg: ora vive in Baviera, in una sua tenuta, Hof Gagert, presso Wolfratshausen. Sensibilissimo, capace di fresca e immediata osservazione della realtà, ma anche proteso in ascolto delle forze che nella natura e nell’uomo muovono occultamente la vita, trae per lo più l’ispirazione da un sentimento doloroso, pesante, dell’esistenza che giunge a placarsi solo nell’idillio di una comunione intima con le cose e con Dio oppure nella disciplina interiore di una ferma volontà che fa l’uomo padrone del suo destino e della sua pace. E anche lo stile è conforme all’ispirazione: sensitivo, delicato, con il quasi costante sfondo di una tonalità lirica diffusa e un poco morbida, contro la quale le figure di primo piano si staccano, stagliate in linee quasi rigide, con netti contorni. Incominciò con un romanzo, Die Flucht (1916), di composizione ancora incerta; ma già nel romanzo successivo, Der Wald (1922), i paesaggi vasti e silenziosi, e l’indole chiusa degli uomini della sua Prussia Orientale si integrano in una visione liricamente fusa e unitaria. Seguirono i romanzi: Der Totenwolf (1924); Die blauen Schwingen (1925); Der Knecht Gottes Andreas Nyland (1926); Die kleine Passion (1929); Jedermann (1932); Die Magd des Jürgen Doskocil (1932); Die Majorin (1934), oltre a un dramma Der verlorene Sohn (1933) e a numerose novelle (Der Kinderkreuzzug; Geschichte eines Knaben; Hirtennovelle, e le raccolte: Die Flöte des Pan, Der silberne Wagen, Das heilige Jahr). Le opere più significative sono – oltre ad alcune fra le composizioni brevi come la Hirtennovelle – i romanzi Der Totenwolf, Andreas Nyland, Jedermann e – specialmente – Die Magd des Jürgen Doskocil e Die Majorin. Suggestiva, nella sua sorridente ma commossa intonazione idillica, è anche l’autobiografia: Wälder und Menschen, 1936.

