Di recente ho riletto, dopo vent’anni dall’ultima volta che lo avevo fatto, un vecchio romanzo di Alberto Bevilacqua, “La Califfa”.
Qualche anno dopo la sua pubblicazione, fu reso famoso da un film diretto dallo stesso autore, con la splendida colonna sonora di Ennio Morricone e Ugo Tognazzi e Romy Schneider come protagonisti.
È la storia di Irene Corsini, detta appunto la Califfa, donna volitiva e libera alla quale la vita non risparmia una serie di sventure: questa la sintesi brutale. In realtà è la storia di una donna coraggiosa che vive le sciagure con un atteggiamento misto di disperazione e speranza, di sconforto e conforto, nell’ottica di un “qui e adesso” che tanto viene sbandierata, ora più che mai, come il segreto per essere considerati saggi. Irene ama la vita, innanzitutto, nonostante la sua condizione sociale potenzialmente di “vinta”, e ama gli uomini che la vita le mette accanto: il marito, ex partigiano che non sa fare i conti con la realtà e muore da eroe, suo malgrado; il giovane aitante Vito Alibrandi, che come una meteora appare e scompare senza lasciare grandi tracce, e ama, sommessamente, Annibale Doberdò, l’uomo più ricco e potente del paese “un uomo che si poteva stimare e al quale era lecito voler bene anche in un modo pulito”. Naturalmente questa sua libertà mentale la emargina ancora di più dalla società relegandola tra le “slandre”, le poco di buono, una delle quali, Viola, è la sua unica preziosa amica. 
A guardarla superficialmente, Irene sembra più una rassegnata che una combattente mentre la sua forma di rassegnazione, dopo la morte del figlio e dell’unico uomo in grado di regalarle una posizione sociale rispettabile, a me pare altro: accettazione sì ma senza alcun senso di sconfitta. Ciò che vent’anni fa mi rese caro questo personaggio fu quello che allora mi parve il suo coraggio, la sua forza, quella che oggi chiameremo “resilienza”; ciò che oggi invece mi colpisce è la consapevolezza che forza, coraggio, resilienza, sono frutto della giovinezza della protagonista, la sua età che le conferisce fiducia nel futuro, nonostante tutto. Ed è su questo “nonostante tutto” che si focalizza il mio pensiero: può ancora dire qualcosa a chi come me ha già raggiunto la soglia della maturità una donna così? Può addirittura essere additata come modello per le nuove generazioni? Per vent’anni ho pensato a lei come ideale incarnazione di ciò che avrei voluto essere e che non sono stata ma è consolante ritrovare una certa universalità, tangibile, in un personaggio nato quasi sessant’anni fa e dimenticato da tutti. È consolante credere che in ciascuna donna possa esserci qualcosa di lei, nonostante tutto.
Ester Bonelli
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