Tramontata è la luna
e le Pleiadi a mezzo della notte
anche giovinezza già dilegua,
e ora nel mio letto resto sola.
Scuote l’anima mia Eros,
come vento sul monte
che irrompe entro le querce;
e scioglie le membra e le agita,
dolce amara indomabile belva.
Ma a me non ape, non miele;
e soffro e desidero.
Saffo
Queste note sono state motivate dalla notizia della decisione del capo della sanità pubblica degli Stati Uniti Vivek Murthy di lanciare un allarme scientifico sui gravi rischi per la salute dovute a quella che ha definito “una epidemia di solitudine ed isolamento”. L’uso del termine epidemia sembra appropriato per comunicare sia la ampiezza del fenomeno sia la sua pericolosità sanitaria nonché la difficoltà a trovare strumenti strutturali socio-culturali ed economici per tentare di arginare il fenomeno che si è acuito, almeno dai dati relativi negli Usa e in Eu, in coincidenza della epidemia covid e ulteriormente sviluppato nell’attuale periodo che, con una azzardo diagnostico, potremmo definire post-traumatico pur in un quadro di ripresa economica e sociale.
Ma se il covid ha modificato temporaneamente e/o stabilmente ruoli, metodi, abitudini non può essere identificato come l’unico responsabile della solitudine epidemica. Altri fattori, ormai acclarati scientificamente, sono concause, a volte più pervasive e più continuative, nel determinare cambiamenti ancora più significativi in diversi piani di relazione sociali. La globalizzazione, qualunque sia il giudizio politico che le si può dare, ha determinato il rapido cambiamento della distribuzione e vendita dei prodotti con la sostituzione delle botteghe con supermercati sempre più estranianti. La bottega era il luogo dell’incontro con i vicini di quartiere, delle quattro chiacchiere tra la scelta di prodotto e i consigli del commerciante. Era, come i tavolini più riservati del bar, uno spazio interstiziale dove, per definizione, passano le notizie più personali e dove si acquisisce una dimensione propriamente meno commerciale e più confidenziale anche rispetto alla conoscenza dei propri gusti e delle proprie scelte usuali. Niente a che vedere, come è evidente con la omologazione attuale del prodotto e, di conseguenza dell’acquirente. Entrambi due numeri che vanno a trovare un luogo realmente significativo nei data-base economici dei mega produttori e venditori lontani dalla cultura e dalla storia del luogo.
Provocatoriamente direi lontani solo quanto la tastiera di un pc.
O solo di un social.
Lontani da quei fantasmi di presenza e relazione che, se non supportate da conoscenze approfondite ed emotive, diventano luogo dell’apparire e dove lo stesso linguaggio assume le caratteristiche di una “non relazione” fugace, frettolosa e, talora mendace. La stessa rivoluzione in atto in ambito informatico con l’introduzione di robot sempre più performanti e di programmi di intelligenza artificiale determina curiosità e/o estraneamento. Come se si trattasse di una esclusione, di una estraneità o per dirla, provocatoriamente, una disappartenenza “etnica” .
Questo insieme di concause interessa le varie fasi della vita ed in modo particolare la adolescenza per l’importanza sullo sviluppo psicologico e la senescenza.
Molte ricerche che hanno indagato la solitudine in adolescenza si sono concentrate sulla solitudine definita come ritiro sociale e isolamento, enfatizzando i rischi che tali condizioni pongono in termini di capacità di adattamento dell’adolescente e associandolo a sentimenti di solitudine di tipo negativo (Larson, 1990).
È importante però soffermarsi anche su quelle esperienze di solitudine utili all’adolescente durante il passaggio verso l’età̀ adulta, utilizzate come una sorta di “ritiro strategico” (Larson, 1997).
La letteratura dimostra che, nonostante è indubbia l’esistenza di vissuti di solitudine negativi, le esperienze solitarie possono però avere un ruolo rilevante anche nell’adattamento psicologico, l’adolescente può infatti sentire il bisogno di stare solo, di ritagliarsi un tempo per sé e poter riflettere su se stesso (Buchholz, 1997).
Le relazioni sociali con gli amici comunque contribuiscono all’adattamento psicosociale e costituisco un fattore protettivo contro la depressione e i disturbi comportamentali. (Corsano, Majorano, Champretavy, 2006).
La famiglia dal canto suo svolge un ruolo nel determinare la competenza con la quale il giovane transiterà fiducia verso l’età adulta (Palmonari, 2011).
La solitudine ha invece una influenza psichica e fisica nella senescenza per i danni fisici che può causare principalmente sul sistema cardiocircolatorio e cerebrale.
Danni che originano dal fatto che dal punto di vista evolutivo umano l’isolamento sociale è vissuto, dalla mente e dal corpo, come un potenziale pericolo, perché essere soli voleva dire essere più esposti e meno protetti di fronte ad eventuali minacce.
L’isolamento (io voglio stare solo) quindi determina uno stress e la conseguente attivazione di meccanismi biochimici di difesa che, a lungo andare, determinano malattia. La solitudine è un vissuto soggettivo (io non voglio stare solo), ma genera comunque nel nostro corpo conseguenze analoghe. Questo perché psiche e corpo sono profondamente legati ed interdipendenti e perché il corpo vive come reali i vissuti psichici.
Essere soli. Stare soli. Sentirsi soli.
La distinzione tra questi tre termini rimanda a condizioni esistenziali, comportamentali e soggettive della solitudine (Corsano, Musetti, 2012), facendoci già̀ intuire la complessità̀ di tale costrutto e sottolineandone la multidimensionalità. Già nel provare a distinguere i vari tipi di solitudine in termini di positiva o negativa, funzionale o disfunzionale, ci rendiamo conto dell’importanza di approfondire le ricerche, indagando soprattutto le motivazioni sottostanti a solitudine ed isolamento. Studi che hanno una loro importanza sociale di prevenzione non solo al fine di determinare una riduzione del costo sociale ma anche e soprattutto per migliorare la qualità di vita dell’anziano. Non sono solo importanti i circoli anziani e la compagnia delle associazioni di volontariato, è sempre più significativa la visita medica domiciliare (sempre più difficile da ottenere attualmente) che tranquillizzi, curi, rincuori, così come il ruolo del Servizio Sociale non tanto mirato alla compagnia sic et simpliciter ma piuttosto con l’obiettivo di dare un ruolo, un compito un significato all’esistenza anziana, un senso alla vita.
Ancora una volta quindi: un essere per gli altri oltre che con gli altri.
Cipriano Gentilino

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grazie