Il mese di giugno si apre con una data importante e significativa che spesso viene intesa solo come occasione di pausa dal lavoro per allontanarsi dalla routine quotidiana. Pur considerando legittima l’esigenza di evadere e prendere una boccata d’aria, dopo due anni di restrizioni, mi sembra necessario, e quasi doveroso, rivolgere un pensiero a chi ha permesso la conquista di tante libertà che oggi diamo quasi per scontate ma che, alla luce della storia, sono costate tante lotte e sacrifici. Il risultato del referendum del 2 giugno 1946 ha determinato una svolta importante nella vita di tutti gli italiani che, ricordiamo con angoscia, uscivano provati e impoveriti da una guerra mondiale devastante e ha prodotto una trasformazione dell’ordinamento dello stato da monarchico a repubblicano con tutto ciò che comporta. Tuttavia, ciò che mi sta particolarmente a cuore è mettere in luce un cambiamento epocale che si è verificato nell’Italia post-fascista e che riguarda il diritto di voto conquistato dalle donne. Sono passati 76 anni da quel decreto del 10 marzo 1946 che ha consentito alle donne, con almeno 25 anni di età, di poter eleggere ed essere elette alle prime elezioni amministrative del 1946, rompendo finalmente una tradizione secolare che le aveva relegate, fino ad allora, nelle funzioni di angelo del focolare, di moglie e madre. È con la guerra, con le lotte partigiane, che le donne hanno cominciato a rivendicare un ruolo più attivo e completo, partecipando con pieno diritto alla vita politica e sociale del proprio Paese. Una volta terminata l’esperienza della Resistenza e della Liberazione, il riconoscimento dei diritti delle donne è diventato imprescindibile e, infatti, già dopo il 10 marzo furono elette le prime sei donne sindaco, determinando una novità considerevole nel panorama politico italiano. Si dovrà poi arrivare al 2 Giugno, con un Referendum volto anche alle elezioni dell’Assemblea Costituente, per riconoscere che il voto alle donne è effettivamente divenuto una realtà in tutto il paese. È una svolta epocale e diventa paradigmatica di un cambiamento che stava avvenendo nella società italiana, dimostrando quanto fosse fondamentale il contributo delle donne nella rinascita di un paese che riemergeva delle ceneri e dalle barbarie della guerra. Il resto è storia e racconta la straordinaria narrazione che, successivamente al referendum del 2 giugno, vede la presenza di molte figure femminili inserite nell’ Assemblea Costituente, votata a suffragio universale. Si parla di 21 donne, su un totale di 556 deputati, dotate di grande autorevolezza e sagacia, che fissano, tra i primi articoli della Costituzione, l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza e di lingua. Quel 2 giugno è diventata da allora una giornata di festa, che poneva le basi per un futuro decisamente diverso, La neonata democrazia ha aperto così anche per le donne nuovi spazi di partecipazione e d’istruzione: comincia tra l’altro in questi anni, anche in Italia, la diffusione della cultura di massa e la crescita, lenta ma continua, di un pubblico di lettrici che presto supererà quantitativamente quello dei lettori. In questa prospettiva mi sembra veramente di notevole importanza sottolineare il panorama delle scrittrici che, pur avendo esordito prima della guerra, riescono a trovare nel clima vivace del dopoguerra e della ricostruzione un nuovo spazio per le narrazioni. Mi piace ricordare Fausta Cialente, Alba De Cespedes, Elsa Morante, Maria Bellonci e Paola Masino, che portano la loro presenza letteraria e umana negli ambienti della capitale così come operano le fiorentine Anna Banti e Gianna Manzini, la napoletana Anna Maria Ortese, per includere anche Natalia Ginzburg e Lalla Romano e, nella poesia, le vicende esistenziali di Amelia Rosselli e di Alda Merini Sono tutte autrici di testi di successo, accolti positivamente anche dalla critica perché si attestano inequivocabilmente come voci di una cultura di altissimo livello e che attraversano il secondo Novecento con una produzione ricchissima e varia, legata inevitabilmente a un profondo disagio, a un dolore di vivere che appare più in generale come una caratteristica della poesia novecentesca.
Vorrei concludere questa mia riflessione, citando un passo riportato dal romanzo di Fausta Cialente nel suo libro più famoso, Le quattro ragazze Wieselberger: “Ma i falsi, gl’inganni della storia rimangono chiusi come un seme nella terra per decine d’anni, chiuso e sepolto, e nessuno si accorge di quanto quel seme è impuro; poi finalmente spunta il germoglio velenoso e allora soltanto la scabra verità appare. Sempre troppo tardi, ad ogni modo, quando l’altissimo prezzo di tanti giovani morti è già stato pagato”.
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L’ha ripubblicato su Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava.