Il lento e progressivo cambio di stagione sembra aver aperto uno spiraglio di luce in un panorama finora oscurato da venti di guerra e di sofferenza. Lo Zefiro, poeticamente cantato da versi di aurea bellezza, ondeggia sui campi rinvigoriti da un sole primaverile che, seppur balbettante, accarezza l’erba di prati che avevamo scordato, impigliati come eravamo tra le pieghe di un inverno troppo lungo e troppo freddo, non solo dal punto di vista atmosferico. Mi sorprendo a riscoprire questo piacevole tuffo in una natura che è sempre lì, affidabile e certa, che non diserta l’appuntamento delle stagioni, che non delude nelle speranze di rinascere dopo aver visto rami secchi e foglie ingiallite. È un ritorno alle care immagini di una natura amica che accoglie noi, uomini sempre più solitari nelle vuote dimore piene di ricordi, ma spoglie di entusiasmo. La riconquista degli spazi attorno sembra quasi una proiezione verso la vita e verso quelle suggestioni ed emozioni che per diverso tempo sono state interrotte da avvenimenti dolorosi e per certi versi inaspettati. Ho sempre pensato, però, che in tutto questo tempo un valido argine alla desolante constatazione di ennesime recrudescenze disumane, perpetrate ai danni di tanti esseri indifesi e dinanzi a inenarrabili episodi di efferata violenza, è stato rappresentato proprio dalla poesia che a mio parere potrebbe essere pensata quasi come Baluardo di contro alla barbarie della storia, che continua a snodarsi attraverso corsi già percorsi, in uno smarrimento che, forse, solo nella parola può mantenere viva l’illusione, se non di salvezza, almeno di dignità. Mi ha molto colpito e impressionato ciò che ha detto, in un’intervista, una coppia di violinisti (lui è ucraino lei russa) che suona per la pace portando avanti un progetto chiamato “Quando parlano Le Muse le armi tacciono: la musica unisce”. Aggiungo, da parte mia, che in genere la cultura unisce, la poesia e l’arte che hanno la forza di mobilitare gli uomini in generale. Tale affermazione si basa in pratica su una frase Inter arma Silent Muse (quando le armi parlano Le Muse tacciono) che afferma appunto originariamente quanto Cicerone pronunciò in un discorso fatto nel I secolo avanti Cristo sul periodo dell’illegalità a Roma e, nello specifico, sulla congiura di Catilina: Inter arma enim silent leges (tra le armi le leggi tacciono). I due musicisti, adottando una parafrasi, hanno operato un rovesciamento che si intona perfettamente con la situazione che oggi sta vivendo la nostra società. Per attingere a riferimenti del nostro tempo, mi sovviene quanto ha scritto Quasimodo, che fa vibrare le corde della nostra coscienza quando scrive: “Alle fronde del salici, per voto, / anche le nostre cetre appese, / oscillavano lievi al triste vento.” Le testimonianze dei tanti poeti e scrittori dovrebbe avvalorare la potenza emotiva e quasi consolatoria della scrittura e della poesia e dovrebbe, quasi per miracolo, compiere un risveglio delle coscienze che sia apportatore di pace e di speranza. I versi che, come gemme, possono sbocciare nel cuore di chi ha imparato solo a coltivare ambizioni, odio e distruzione, servendo da ristoro anche per le anime tormentate. In una visione tutta personale e simbolica, in questo particolare momento, il correlativo poetico è per me una radura, in cui filtrano i raggi del sole e il canto libero di uccellini dai mille versi, comprensibili a tutti, con la consapevolezza che il dolore di uno è il dolore di tutti.
Maria Rosaria Teni
Rifugio d’uccelli notturni
In alto c’e’ un pino distorto;
sta intento ed ascolta l’abisso
col fusto piegato a balestra.
Rifugio d’uccelli notturni,
nell’ora piu’ alta risuona
d’un battere d’ali veloce.
Ha pure un suo nido il mio cuore
sospeso nel buio, una voce;
sta pure in ascolto, la notte.
Salvatore Quasimodo
(da ‘Acque e terre‘, 1930)

L’ha ripubblicato su Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava.