IN PROSA E IN POESIA : “Evoluzione e comportamento 1”– a cura di Lorenzo Fiore

In prosa e in Poesia                                                                   Enigma

Onde di prati verdi

solcate dai biancospini,

profumi di terra sfiorata

dai raggi di un tiepido sole,

le candide nubi

                                                                                            la brezza leggera accarezza,

                                                                                  messaggio struggente

                                                                           ma non so capire.

                          Poesia tratta da L.F. Conti aperti con il Mondo, YCP, 2020

Dopo aver presentato brevemente, nel contributo dello scorso 22 giugno,  (“L’evoluzione” e “À rébours” ) alcuni aspetti e considerazioni sull’evoluzione, prenderò ora in esame le implicazioni che i meccanismi evoluzionistici possono avere sul comportamento – animale ma anche umano. Un campo difficile e spesso controverso, ma che ha risvolti non raramente sorprendenti, e che può confrontarci con un “paradigma” interpretativo insolito rispetto al modo di vedere corrente.

Premetto che i metodi di questi studi si basano solo in parte su procedimenti di verifica sperimentale, assomigliando maggiormente alle discipline di tipo storico; come per quelle, si tratta di ricostruzioni e interpretazioni, guidate da criteri e metodi di scuola e largamente basate su indizi e tracce.

Anche per questa ragione, e consapevole del fatto che le idee evoluzionistiche possono confliggere, esplicitamente o meno, con altre concezioni, cercherò di procedere con apertura e attenzione, particolarmente quando apparirà coinvolto anche il comportamento umano.

Lo scenario
Conviene forse iniziare dalla domanda di base se, e nel caso in quale misura, la dotazione comportamentale degli animali derivi per evoluzione e si trasmetta ereditariamente. Questo punto è stato piuttosto controverso anche in tempi abbastanza recenti. Oggi si dà quasi coralmente una risposta positiva, sia in seguito ad esperimenti che hanno escluso origini diverse, sia per la semplice considerazione che, se le strutture fisiche coinvolte nel comportamento si sono formate attraverso l’evoluzione, non si vede perché non debbano aver seguito la stessa via anche i modi di usarle. Con la consueta precisazione, tuttavia, che il termine “ereditario” non significa inevitabile e rigido, ma rappresenta tendenze e potenzialità, che possono venir espresse anche in modo variabile, ed essere eventualmente adattate più finemente nella misura permessa dalle capacità di apprendimento.
Meno assestata rimane la comprensione delle modalità con le quali l’evoluzione del comportamento procede. Le difficoltà interpretative appaiono superabili quando si parla di evoluzione in relazione a fattori fisico-chimici e climatici dei territori nei quali la specie vive. Ma esse aumentano già notevolmente nel caso dei rapporti con le altre specie presenti (animali, ma anche vegetali, ecc). Anche queste, infatti, hanno la possibilità di evolversi; le influenze sono quindi bidirezionali, e possono determinare interminabili rincorse evolutive e percorsi di trasformazione intrecciati e complicati. Si sviluppano in molti casi vere e proprie forme di comunicazione, con la comparsa di segnali interspecifici, sia onesti che – non raramente – ingannatori (ad esempio, la colorazione vistosa del serpente corallo è un segnale onesto perché avverte della pericolosità, mentre è disonesto il segnale di altri serpenti che ne imitano fedelmente l’aspetto ma sono innocui; nel caso di interazioni fra vegetali e animali, si potrebbero menzionare le sostanze attraenti per gli insetti prodotte, rispettivamente, da alberi in fiore e da piante carnivore).
Particolari difficoltà si incontrano quando l’adattamento si produce in relazione agli altri membri della stessa specie.
Nei casi più semplici la situazione può apparire abbastanza simile a quanto visto per i rapporti interspecifici; c’è però l’importante differenza che qui le rincorse evolutive inducono trasformazioni in un unico genoma (patrimonio genetico) e non in due diversi; gli individui, di conseguenza, possono trovarsi attrezzati per botta e risposta e dosare l’una e l’altra a seconda delle circostanze.
La complessità cresce molto rapidamente con lo svilupparsi delle relazioni interindividuali, e segna un vero e proprio salto di qualità quando si passa a strutture sociali organizzate. Parallelamente, cresce anche il nostro interesse.

Il “gene” e l’altruismo
Il punto di svolta decisivo per l’intelligenza di queste situazioni è stato segnato dal relativamente recente spostamento dell’attenzione degli studiosi dagli individui ai “geni”, ovvero agli elementi genetici, considerati ora come unità di base della selezione. In conseguenza di questo passaggio si sono potute proporre ipotesi e interpretazioni nuove, pienamente compatibili con i dettami della ricerca scientifica, nei riguardi di manifestazioni comportamentali che in precedenza risultavano poco decifrabili se non invocando cause di sapore vitalistico o antropomorfico (ovvero, conformi alle nostre concezioni sul comportamento umano).
La differenza fra i due approcci è bene illustrata dagli studi sul cosiddetto “comportamento altruistico”, cioè su quelle manifestazioni comportamentali che sembrano danneggiare chi le produce, pur risultando di vantaggio per la comunità.
Emblematico al riguardo, grazie anche alla sua relativa semplicità, è stato il caso del grido di allarme che in diverse specie di uccelli viene emesso alla vista di un predatore, provocando una fuga collettiva, ma permettendo al predatore di localizzare l’individuo che lo ha prodotto.
Secondo l’interpretazione classica, l’individuo che emette il grido aumenta il suo rischio di morte e subisce quindi una pressione selettiva negativa, che dovrebbe portare anche alla graduale scomparsa del comportamento in questione. La scena, tuttavia, appare molto diversa se si considera il “gene” responsabile dell’emissione del grido: se esso è presente, entro il gruppo, anche in altri individui imparentati, la sua eventuale scomparsa o riduzione legata all’individuo che emette il segnale può essere più che compensata dalla migliorata sopravvivenza per le altre copie. In questa condizione si può prevedere che l’emissione del grido di allarme, invece di scomparire, si diffonda gradualmente all’insieme degli individui – in concordanza con quanto effettivamente si osserva.
Questo esempio è importante perché indica la possibilità che la selezione promuova anche l’affermazione di comportamenti dannosi per chi li produce. Per il singolo sarebbe più conveniente non emettere il grido di allarme, ma nonostante questo egli appare indotto a produrlo. Il caso dei segnali di allarme, che ad un’attenzione superficiale potrebbe forse essere sottovalutato come una stranezza dalle scarse implicazioni, ci offre invece la chiave per interpretare comportamenti anche importanti e diffusi, spesso considerati ovvi e “naturali”, e per i quali non si avvertiva quindi l’esigenza di un’indagine causale approfondita. Un esempio può essere costituito dai comportamenti di difesa dei piccoli che molte madri mettono in atto contro i predatori. Anche in questo caso il “gene” sotteso a quel comportamento è almeno in buona misura condiviso dai figli, e il quadro che si produce ricalca quello visto per il grido di allarme. Aggiungerei che la madre si gestisce entro limiti di rischio ben dosato, che per quel “gene” sembrano poter mantenere un rapporto costi-benefici vantaggioso.
Significativo poi che, presumibilmente grazie a meccanismi evolutivi analoghi, i comportamenti di cura e difesa della prole possano bruscamente cessare, come nella gatta che ricerca con disperati miagolii il piccolo smarrito, ma poco tempo dopo lo allontana senza complimenti.

Oltre l’altruismo
Costi individuali ancor più evidenti si possono riscontrare entro la sfera sessuale-riproduttiva; nelle lotte e nei corteggiamenti, ma anche in caratteri corporei vistosi e ingombranti. In questi casi sembra che si sopravanzi quanto visto per i segnali di allarme, e riesce difficile figurarsi come lo svantaggio per l’individuo, e quindi per il “gene” interessato, possa essere compensato da un vantaggio per le altre sue copie. “Caratteri costosi” è un termine spesso usato in tali casi; una denominazione in buon registro con l’arditezza di alcune interpretazioni. Ne parleremo, spero, prossimamente.
Lorenzo Fiore

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Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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