Nelle settimane che precedono il Natale, nelle nostre città si intrecciano segni molto diversi. Luci, presepi, mercatini, musica, richiami a un’atmosfera familiare ma questa superficie eterogenea c’è un nucleo più stabile, quelle della società che utilizza la scena della nascita per parlare di sé stesse, del proprio modo di pensare l’inizio, la continuità del gruppo, la possibilità di un rinnovamento.
La natività infatti non è solo un racconto religioso.
È anche un dispositivo culturale che organizza memoria, identità e orizzonte di futuro.
Quando una comunità narra la nascita di un dio, di un profeta, di un antenato o di un fondatore, non si limita a registrare un fatto ma costruisce insieme un’immagine condivisa dell’origine. Dentro questa immagine si collocano i singoli, le famiglie, l’intero corpo sociale.
Il messaggio implicito è sempre lo stesso. Quello che la vita non comincia in un vuoto ma si apre in un tessuto di relazioni che precede il nuovo arrivato e lo accoglie.
Nella tradizione cristiana questo meccanismo è particolarmente evidente. La scena della natività racconta l’arrivo di una vita che si presenta in condizioni di povertà e di marginalità. Un bambino in una stalla, ai confini del potere, circondato da figure umili. La teologia legge questa scena come ingresso della salvezza nella storia. Ma già sul piano culturale e sociale emerge un altro dato. L’evento fondativo non avviene al centro della forza, ma in uno spazio periferico. Molte letture etiche e politiche del Natale insistono proprio su questo punto. L’origine viene situata in un contesto fragile. La festa, nella sua forma migliore, dovrebbe ricordare che la dignità non dipende dalla ricchezza e che la cura per chi è ai margini non è un gesto opzionale, ma una dimensione strutturale della comunità. Il modo in cui viviamo il Natale ne conserva alcune tracce. La centralità della famiglia, il gesto del dono, la tavola condivisa, l’idea di un tempo sospeso rispetto alla routine lavorativa, sono elementi che ripetono ogni anno un messaggio implicito. Nessuno si basta da solo. Esistere significa essere riconosciuti e accolti dentro una rete di relazioni.
Nel mondo ebraico il riferimento non è a una singola scena di natività, ma al tema dell’ingresso nella vita come atto che rinnova un’alleanza. I riti che accompagnano il neonato lo inseriscono in una storia lunga, segnata dalla memoria dell’alleanza tra il popolo e Dio. La nascita è letta come responsabilità collettiva. La famiglia non è isolata. È sostenuta da una tradizione che le offre linguaggi, norme, racconti. L’accento cade sulla continuità tra generazioni. Ogni nuovo nato non interrompe il filo, lo prolunga.
Nell’islam la figura di Gesù è quella di un profeta figlio di Maria. La natività però non ha lo stesso significato salvifico che assume nel cristianesimo, ma l’idea della nascita come dono resta centrale. In molte culture musulmane la venuta al mondo di un bambino è occasione di riunione, ringraziamento, responsabilità condivisa. Il lessico cambia, le immagini sono altre, ma ritroviamo la stessa triade. Origine, legame, riconoscimento.
Nelle tradizioni orientali emergono ancora altre forme. In ambito buddhista non si celebra la nascita di un dio. La nascita del Buddha è ricordata come inizio di un percorso di comprensione. L’attenzione non si concentra su un intervento soprannaturale, ma sulla possibilità umana di trasformare il proprio rapporto con il dolore e con l’ignoranza. Nel mondo indù le feste legate alla nascita di Krishna o di altri avatar intrecciano mito, ritualità domestica e dimensione comunitaria. L’evento fondativo non è isolato. Si colloca dentro una visione ciclica della vita. Gli dei nascono, discendono, intervengono, richiamano l’ordine e l’equilibrio del cosmo. Celebrare la natività di Krishna significa riaffermare che l’universo non è abbandonato al caso, ma attraversato da una logica che unisce il divino, l’umano e la natura.
Molte culture africane mettono in luce un altro aspetto decisivo. Il neonato è spesso considerato un essere di confine. Non appartiene ancora del tutto al mondo dei vivi. I riti di accoglienza servono a stabilizzarlo, a definirne il posto nella struttura del gruppo. La comunità si mostra in modo esplicito. Parenti, vicini, anziani assumono un ruolo attivo. La natività non è un fatto privato. È un atto pubblico che conferma la relazione tra vivi, antenati e futuro del clan. Anche qui, il messaggio è che la vita individuale riceve forma solo dentro un contesto collettivo.
Ora se guardiamo queste tradizioni con uno sguardo psicoanalitico, emerge una funzione trasversale. La nascita è un momento irrappresentabile per il soggetto. Nessuno può ricordare la propria venuta al mondo. L’origine resta un vuoto di esperienza. Le società costruiscono riti e narrazioni proprio per trattare questo vuoto. Offrono una scena in cui l’inizio viene raccontato, collocato, dotato di senso. La natività, in questo senso, è una risposta culturale a un limite strutturale della psiche. L’individuo non può accedere direttamente al proprio cominciamento, ma può riconoscersi in una storia collettiva che lo precede. Il rito della natività svolge anche un’altra funzione. Stabilisce una cornice affettiva che contiene l’angoscia. Il clima di festa, la presenza di figure di cura, il gesto del dono, la condivisione del cibo, rafforzano l’idea che la vita non sia un fatto isolato. La scena ripete ogni volta un messaggio di fondo. Esistere significa essere accolti, anche quando si è fragili, dipendenti, esposti. In questo senso la natività funziona come dispositivo riparativo. Per un tempo limitato attenua le rotture, riduce le distanze, rende più visibile il bisogno reciproco. La ripetizione annuale non è un semplice automatismo. Ha un valore di lavoro psichico. Ogni anno il soggetto e la comunità si confrontano con la propria trasformazione. Le assenze, i cambiamenti, le nascite e le perdite che hanno segnato il tempo tra una festa e l’altra entrano in scena in modo implicito. La natività non è solo memoria di un’origine remota. È anche occasione per misurare lo stato del legame presente. Ci si chiede chi siamo diventati, cosa abbiamo perso, cosa riusciamo ancora a mantenere.
La letteratura ovviamente dialoga con questo nucleo antropologico. La poesia italiana, per esempio, ha spesso usato il Natale e la natività come momenti in cui interrogare la condizione umana più che il dogma religioso. Un esempio noto è Natale di Giuseppe Ungaretti, scritta nel 1916. Non si tratta di una poesia devozionale, ma di una breve scena interiore che registra un bisogno di riposo e di raccoglimento.
Natale
di Giuseppe Ungaretti
Non ho voglia di tuffarmi
in un gomitolo di strade.
Ho tanta stanchezza sulle spalle.
Lasciatemi così
come una cosa
posata
in un angolo
e dimenticata.
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono.
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.
In questi versi non compaiono presepi, angeli, pastori. Appare invece il desiderio di fermarsi, di sentirsi per un momento al riparo, lontani dalla confusione delle strade. Il Natale assume la forma di un interno quieto, di un calore minimo che consente al soggetto di non disperdersi. È una versione letteraria di ciò che il rito della natività mette in gioco sul piano collettivo. La scena originaria diventa richiesta di un luogo dove poter stare. Accanto a Ungaretti, Gianni Rodari utilizza la cornice natalizia per interrogare la disuguaglianza e l’inclusione. Nel primo testo L’albero dei poveri, la festa è vista dalla parte di chi resta fuori dal circuito dei doni.
L’albero dei poveri
di Gianni Rodari
Filastrocca di Natale,
la neve è bianca come il sale,
la neve è fredda, la notte è nera
ma per i bimbi è primavera:
soltanto per loro, ai piedi del letto
è fiorito un alberetto.
Che strani fiori, che frutti buoni
oggi sull’albero dei doni:
bambole d’oro, treni di latta,
orsi dal pelo come d’ovatta,
e in cima, proprio sul ramo più alto,
un cavallo che spicca il salto.
Quasi lo tocco… Ma no, ho sognato,
ed ecco, adesso, mi sono destato:
nella mia casa, accanto al mio letto
non è fiorito l’alberetto.
Ci sono soltanto i fiori di gelo
sui vetri che mi nascondono il cielo.
L’albero dei poveri sul vetro è fiorito:
io lo cancello con un dito.
La scena natalizia qui non è solo festa. È anche confronto con una mancanza. Il bambino osserva la distanza tra l’immagine abbondante dei doni e la realtà della povertà. Il Natale non è cancellato, ma viene messo alla prova da uno sguardo che registra la disuguaglianza.
Nel secondo testo, Il pellerossa nel presepe, Rodari introduce una figura estranea all’iconografia tradizionale del presepe.
Il pellerossa nel presepe
di Gianni Rodari
Il pellerossa con le piume in testa
e con l’ascia di guerra in pugno stretta,
com’è finito tra le statuine
del presepe, pastori e pecorine,
e l’asinello, e i maghi sul cammello,
e le stelle ben disposte,
e la vecchina delle caldarroste?
Non è il tuo posto, via! Toro seduto:
torna presto di dove sei venuto.
Ma l’indiano non sente. O fa l’indiano.
Ce lo lasciamo, dite, fa lo stesso?
O darà noia agli angeli di gesso?
Forse è venuto fin qua,
ha fatto tanto viaggio,
perché ha sentito il messaggio:
pace agli uomini di buona volontà.
Qui la domanda riguarda l’inclusione. Chi può entrare nel presepe. Chi viene riconosciuto come destinatario del messaggio di pace. L’arrivo del pellerossa rompe l’immagine chiusa del presepe tradizionale e rende esplicito che la parola “pace” non ha senso se non comprende anche chi è percepito come diverso. Queste poesie mostrano come la letteratura non si limiti a illustrare un dogma. Utilizza la scena dell’origine per interrogare la realtà sociale. Chi è accolto, chi viene lasciato ai margini, quali corpi e quali storie entrano nel quadro della festa e quali ne restano fuori. La natività diventa così anche un criterio per leggere criticamente il presente.
Se spostiamo lo sguardo sul piano filosofico, vediamo che il tema dell’inizio è centrale in molte riflessioni del Novecento. Hannah Arendt, per esempio, ha insistito sul fatto che ogni nascita introduce nel mondo una nuova capacità di azione. Chiamava questo potere natalità. Ogni individuo, venendo alla luce, porta con sé la possibilità di iniziare qualcosa che prima non c’era. Collegare le celebrazioni della natività alla natalità in questo senso significa ricordare che non celebriamo solo un passato. Celebriamo una facoltà ancora attiva. La possibilità di cominciare, di modificare, di intervenire nello spazio comune. La fenomenologia e molte correnti della filosofia contemporanea hanno poi sottolineato il carattere relazionale di ogni nascita. Venire al mondo non è l’ingresso di un soggetto isolato. È l’apertura di una relazione, o meglio di una serie di relazioni. La natività mette al centro questa dipendenza originaria. Non esiste identità senza uno sguardo che la riconosca, senza mani che la sostengano, senza parole che la chiamino per nome .
Per questa via torniamo al piano politico. Nel capitalismo contemporaneo, che tende a misurare il valore delle persone in base alla produttività e alla capacità di consumo, la festa del Natale mostra un contrasto forte. Da una parte abbiamo un immaginario che parla di accoglienza, gratuità, protezione dei più deboli. Dall’altra un sistema economico che alimenta disuguaglianze, precarietà e scarti sociali. La natività cristiana racconta la nascita in una stalla. Le nostre città espongono vetrine luminose accanto a situazioni di povertà materiale e simbolica. Non è un semplice contrasto folcloristico. È un conflitto tra due logiche. Una logica del legame e una logica del profitto. Ripensare la natività in senso culturale significa anche questo. Restituire visibilità alla struttura di cura e di responsabilità che il rito esprime e che l’economia dominante tende a comprimere. Ricordare che la nascita di un bambino, di qualunque bambino, è un evento che chiama in causa la comunità intera. Non solo la sua capacità di emozionarsi per una notte, ma la sua volontà di garantire condizioni concrete di vita, di istruzione, di lavoro, di dignità. In fondo, al di là delle differenze religiose e dei linguaggi simbolici, la natività assume ovunque un tratto comune. L’origine non è pensata come un punto astratto. È un luogo da costruire e mantenere, fatto di corpi, di gesti, di relazioni. Celebrare la natività significa riconoscere che ogni vita ha bisogno di essere accolta e che questo compito non si esaurisce nei giorni di festa. La data sul calendario diventa così un promemoria. Ci ricorda che la continuità delle società e l’equilibrio psichico dei singoli dipendono da come sappiamo prenderci cura di questo inizio che si rinnova in ogni nascita. Ogni anno, quando le luci si accendono, la domanda ritorna. Che cosa facciamo, concretamente, perché il racconto dell’origine non sia solo una scena consolatoria, ma una responsabilità condivisa ?
Cipriano Gentilino

Egregio dott. Gentilino, premesso che naturalmente Ungaretti e Rodari sono in cima alla scala, in fondo in fondo all’ultimo gradino, si può trovare anche questa poesia minore, intitolata: “Almeno il presepe resti sicuro”. La quale recita:
Quando farai il nuovo Presepe bada che ogni statuina, anche Giuseppe, sia disarme. Si sa che la pistola non spara da sola, un colpo accidentale anche alla bimba africana ancora in culla può far male. “Perché proprio Giuseppe fra tutti è evocato?”. Perché altolocato: può ritenersi lui l’Onnipotente superiore a tutta l’altra inferiore gente.*
Il sottoscritto autore di questa poesia precisa di aver chiesto a Giuseppe se poteva tirarlo in ballo e questi ha acconsentito di buon grado, essendo per la pace, contro l’uso delle armi.
Complimenti per il suo articolo e cordiali saluti Silvio Valdevit Lovriha
( da “Poesie sociali e politiche” Edizioni ALBA).