“Muoiono i poeti
ma non muore la poesia
perché la poesia
è infinita
come la vita.”
Questi versi tratti dalla poesia “Congedo” di Aldo Palazzeschi sono oggi emblematici, perché una voce di donna, una poetessa iraniana di soli ventiquattro anni è stata uccisa a Teheran. Parnia Abbasi, questo il suo nome, insegnante di lingua inglese e impiegata, è caduta durante un attacco aereo, insieme ai suoi genitori. Un’altra vittima di guerra, una delle tante che si aggiunge ad altre vittime di altre guerre e diventa tragica testimonianza di tante uccisioni che cancellano la vita umana. Sono i martiri innocenti del terzo millennio, che oggi tacciono per sempre sotto la violenza disumana di conflitti che cancellano esistenze, silenziose ma preziose, perché ogni essere umano è unico e inestimabile. Le parole, però, sopravvivono e restano impigliate nelle persone che credono nel miracolo della poesia, che dona un’immortalità unica e un conforto supremo. Parnia scriveva poesie, magari era poco conosciuta, ma i suoi versi restano unici, sono i suoi, sono reali, vergati in un taccuino, compagno di tanti momenti. Parnia, ritratta in un letto insanguinato, oggi vive nelle sue poesie e chiunque leggerà le sue parole, la ricorderà, la amerà e la sentirà vicina. La poesia è speranza, è futuro, perché non muore sotto le bombe, ma continua a vivere. La sua ultima poesia, di cui ho tradotto un piccolo frammento:
“I burn,
I fade,
I become a silent star,
That turns into smoke
In your sky…”
“Io brucio,
io mi dissolvo,
divento una stella silenziosa,
che si trasforma in fumo
nel tuo cielo…”
Nel silenzio è giusto e rispettoso che sia ricordata la sua drammatica fine, ma è ancor più giusto e doverso che a parlare siano i suoi versi immortali.
Maria Rosaria Teni
