Quel 2 giugno di 79 anni fa, all’indomani di una guerra mondiale che aveva portato tante morti e distruzioni, l’Italia si preparava a un nuovo inizio, in quello che fu un momento di svolta per le sorti di un paese dilaniato e disilluso. Dopo il ventennio di dittatura fascista, per la prima volta la società italiana poteva partecipare a libere elezioni a suffragio universale maschile e femminile, seppure in un Paese allora ancora profondamente traumatizzato e impoverito, con ampi divari sociali ed economici tra Nord e Sud. Ma si cercava di andare oltre, di vivere un nuovo momento che avrebbe sicuramente ridato speranza a tanti che avevano sofferto la miseria e la fame. Pervaso da un’atmosfera di festa e di cambiamento, il 2 giugno ha rappresentato un passo fondamentale per il futuro del paese, offrendo l’opportunità di un nuovo inizio e di grandi novità perché, per la prima volta nella storia, le donne italiane ebbero diritto di voto, contribuendo attivamente alla scelta del futuro del paese. Un momento storico determinante nel lento processo di ricostruzione che si stava concretizzando, frutto anche di tante battaglie portate avanti da donne coraggiose e volitive che avevano partecipato già nella Resistenza civile e nella lotta di liberazione. Non fu sicuramente facile arrivare a sancire il diritto di voto alle donne. Ebbe inizio un’azione coordinata da parte di donne italiane, impegnate nella Resistenza, nelle città occupate e devastate dalla guerra, nei campi di prigionia e negli insediamenti che presentarono, nell’ottobre del 1944, un promemoria all’allora Presidente del Consiglio Bonomi, redatto da alcune donne dell’UDI, dell’Alleanza femminile pro suffragio e della Federazione donne laureate e diplomate con cui si rammentava la necessità di estendere alle donne i diritti di voto e di eleggibilità. Il governo Bonomi, a febbraio ’45, emise il decreto legislativo n. 23 che ammetteva l’estensione alle donne del diritto di voto.[1] Per la prima volta dunque, quel 2 giugno 1946 le donne italiane, in percentuali identiche a quelle degli uomini (anzi la percentuale di votanti donne fu più alta rispetto ai votanti maschi nell’Italia meridionale e insulare), finalmente si recarono alle urne per pronunciare il loro voto, libere di esprimersi, protagoniste di un processo storico che avrebbe cambiato il Paese,[2] manifestando, insieme al rifiuto netto della dittatura, una propensione per la forma istituzionale repubblicana e una scelta per un sistema democratico organizzato in partiti. Gli italiani, e per la prima volta le italiane, convocati alle urne per scegliere tra Repubblica e Monarchia e per eleggere i deputati dell’Assemblea Costituente cui spetterà il compito di redigere la nuova Carta Costituzionale, furono chiamati a cooperare alla fondazione di un’idea di cittadinanza repubblicana che trovò nella Costituzione una delle massime espressioni.[3] Una svolta così determinante registra, di conseguenza, la testimonianza di un nuovo ruolo che le donne assumono nella società italiana e si concretizza nell’elezione delle 21 elette all’Assemblea Costituente: nove comuniste: Adele Bei, Nadia Gallico Spano, Nilde Iotti, Teresa Mattei, Angiola Minelli, Rita Montagnana, Teresa Noce, Elettra Pollastrini e Maria Maddalena Rossi; nove democristiane: Laura Bianchini, Elisabetta Conci, Filomena Delli Castelli, Maria De Unterrichter, Maria Federici, Angela Gotelli, Angela Maria Guidi Cingolani, Maria Nicotra e Vittoria Titomanlio; due socialiste: Bianca Bianchi e Lina Merlin; una esponente del Fronte dell’Uomo Qualunque: Ottavia Penna. In quattordici su ventuno erano laureate, la maggior parte di loro lavorava, diverse erano impegnate nel mondo della scuola, la provenienza geografica era varia e rappresentativa di tutta l’Italia, le generazioni spaziavano dalla fine dell’800 alle nate sotto il fascismo. Le 21 elette all’Assemblea Costituente, chiamate anche madri costituenti, furono determinanti anche per le riforme dei decenni successivi. Vorrei ricordarle e, soprattutto, mettere in luce la loro coerenza, serietà e grande conoscenza dei problemi che il Paese stava attraversando, dopo i disastri che la guerra aveva generato. [4] È straordinario notare l’aspetto decoroso che la politica di un tempo dimostrava, sia nei rapporti interpersonali che nelle riunioni e manifestazioni pubbliche, soprattutto in considerazione del fatto che, pur appartenendo a forze politiche molto diverse tra loro, le stesse costituenti riuscirono a trovare modi e punti di incontro per convergere e garantire agli italiani eguaglianza di diritti e pari opportunità nella nuova Costituzione dell’Italia democratica entrata in vigore il 1° gennaio 1949. Quanta differenza con quello a cui assistiamo oggi. Un mondo ribaltato, in cui convergere per far fronte comune è utopia, dove le differenze sono rimarcate con sguaiate invettive disumane, dove i privilegi ad personam sono la regola e la res publica è solo una locuzione latina e non una nozione che determina che la gestione della res publica è responsabilità di tutti i cittadini. Chi rammenta oggi gli articoli della Costituzione? Art. 2: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà. Quale sovvertimento si è verificato negli anni per arrivare a travisare i diritti inalienabili e a rimarcare i propri privilegi? Potrei continuare: Art. 11: L’Italia ripudia la guerra. E ancora: Art. 33: Libertà di insegnamento. Art. 34: Libertà di arte e scienza, autonomia universitaria. Mi fermo, perché su 139 articoli, potrei avere conferma del generale rovesciamento dell’attuazione di una Carta che ormai è solo un ricordo. Ci resta soltanto uno strumento: il diritto di voto, che nel 1946 è stato visto da donne e uomini come una possibilità per partecipare attivamente alla vita pubblica e sociale, un diritto di appartenenza che non può essere sottovalutato o mistificato da logiche e preconcetti. A mio parere, ricordare quel 2 giugno 1946 può aiutarci a comprendere pienamente il valore della nostra Repubblica.
Maria Rosaria Teni
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