“Rimpalli” di Teodoro Lorenzo – Nota di lettura di Cipriano Gentilino

Voglino Editrice, 2023

Raccontare se stessi
per raccontare tutti

Rimpalli di Teodoro Lorenzo si presenta al lettore come un’opera ibrida, a metà tra il romanzo di formazione e il memoir, tra la riflessione esistenziale e il racconto socioculturale. In questa complessità risiede la sua forza. Teodoro Lorenzo ci offre una narrazione autobiografica in cui il protagonista- chiaramente alter ego dell’autore- ripercorre momenti nodali della propria vita, dall’infanzia torinese in una casa di ringhiera fino all’età adulta, passando attraverso lo sport, l’amicizia, il desiderio di riscatto, la nostalgia del tempo perduto. Ma ciò che colpisce non è tanto la trama, quanto la capacità del testo di generare risonanza, di trasformare il ricordo individuale in materia collettiva. Il titolo, Rimpalli, mutuato dal linguaggio calcistico, contiene in sé una chiave simbolica importante. Il “rimpallo” è ciò che devia la traiettoria attesa, è l’incidente che apre alla sorpresa, ma è anche il contraccolpo, il ritorno inaspettato. Nella scrittura di Lorenzo questo concetto si dilata e diventa metafora dell’esistenza, in cui eventi casuali assumono significati profondi, e la memoria stessa si struttura come un susseguirsi di rimbalzi emotivi e temporanei.Il libro si struttura in capitoli brevi, agili, spesso costruiti attorno a una scena fondante o a un oggetto della memoria (una maglietta, un cortile, una bicicletta, un fumetto). La scrittura di Lorenzo è piana, sorvegliata, capace di un lirismo misurato e sincero, mai forzato. La prima nota critica da sottolineare è proprio questa: Rimpalli è un libro che non cerca la letterarietà fine a se stessa. L’autore non costruisce frasi a effetto, ma affida alla densità del ricordo il compito di commuovere e coinvolgere. L’effetto è una scrittura che si fa casa, rifugio caldo, condivisione profonda.Un confronto utile, per cogliere la specificità del libro, è con le opere di Gianni Celati o di Ermanno Rea: come loro, Lorenzo coltiva un’oralità sapienziale, che non è mai semplicemente parlata, ma è radicata nella voce di chi ha abitato davvero ciò che racconta. La prosa si snoda come un racconto attorno a un tavolo, dove chi narra si ferma, riprende, commenta, aggiunge un dettaglio dimenticato. Questa modalità fa del testo un dispositivo affettivo e relazionale, più che un’opera chiusa.

Uno dei capitoli più densi e sorprendenti del libro è la riflessione iniziale sul concetto di felicità. Con uno stile che fonde l’indagine etimologica, il pensiero classico e un tocco di psicologia del profondo, Lorenzo arriva a una definizione stratificata, originale e affascinante. La felicità, ci dice, è una fortuna improvvisa donata da una divinità misteriosa, ma anche un desiderio coltivato nel cuore e non solo nella mente. Soprattutto, è un’esperienza non condivisibile, un lampo che brucia e poi svanisce, lasciando una traccia incandescente nel tempo. Questa riflessione filosofica si incarna nel ricordo iconico della corsa di Marco Tardelli nella finale dei Mondiali 1982: un episodio che diventa allegoria dell’intero libro.Il calcio, lungi dall’essere semplice passione sportiva, è il vero lessico famigliare del protagonista. È tramite di socializzazione, è modello per comprendere il mondo, è proiezione del desiderio e insieme campo di prova del carattere. Alcune delle pagine più belle sono quelle dedicate a Pietro Anastasi: il racconto della sua vita e della sua morte (con sedazione profonda, per libera scelta) si trasforma in un’epifania etica. Anastasi diventa emblema di una coerenza umana e sportiva che non si piega, nemmeno di fronte alla sofferenza più estrema. Il libro diventa allora, sottilmente, anche un manuale di formazione morale.In questa linea si inserisce una tesi implicita ma potente: – dimmi come giochi e ti dirò chi sei – . Il campo da calcio diventa lo spazio in cui la personalità si manifesta con evidenza più nitida che in ogni altra sfera della vita. Si potrebbe quasi azzardare un confronto con la teoria psicoanalitica: il gioco è lo spazio transizionale per eccellenza, quello dove si rivelano i nuclei profondi del sé. Lorenzo sembra intuirlo quando descrive il modo di giocare di Anastasi come espressione cristallina della sua anima.Ma Rimpalli è anche, profondamente, un libro sul tempo. Non solo sul tempo che passa, ma sul tempo che resiste. Il cortile di via Bogino, la Piazzetta dei palazzi di Mirafiori, l’androne del palazzo: questi luoghi diventano topografie interiori, scenari mitici della memoria. Il tempo dell’infanzia non è mai solo passato ma è un luogo dell’anima, uno spazio di autenticità perduta a cui il linguaggio può ancora accedere.Il valore politico e sociale del testo risiede anche qui: nella capacità di dare voce a una generazione cresciuta in mezzo al cemento, ma ancora capace di inventare giochi, costruire legami, elaborare sogni. È una memoria che non si ripiega su se stessa, ma si fa materia condivisa. Chi ha vissuto un’infanzia simile si ritrova, chi è più giovane viene invitato ad ascoltare.Consiglio vivamente la lettura di questo libro per molte ragioni: per la scrittura limpida e autentica, per la profondità delle riflessioni che sa condensare in una forma accessibile, per l’onestà con cui affronta temi cruciali come l’identità, la morte, la felicità, la memoria. Ma soprattutto perché Rimpalli è un libro che restituisce all’infanzia il suo valore sacro, che fa della semplicità una via di conoscenza e del ricordo un atto politico.In un tempo in cui la nostalgia rischia spesso di diventare autoindulgenza, Teodoro Lorenzo riesce nell’impresa rara di scrivere una nostalgia operosa, una memoria generativa, una testimonianza che ha la forza di commuovere senza mai cedere al sentimentalismo. Per questo Rimpalli è solo un libro da leggere e custodire.

Cipriano Gentilino

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