Ogni anno, il 25 aprile si rinnova come memoria attiva della Liberazione italiana dal nazifascismo. Non è una celebrazione retorica, né semplicemente storica: è il punto nodale di una riflessione permanente su libertà e democrazia. Norberto Bobbio sottolineava giustamente che «La democrazia non è un punto di partenza ma un punto di arrivo. È fragile. Va costruita ogni giorno». Oggi più che mai, questa fragilità è esposta a minacce crescenti, come quelle delle cosiddette “democrature”, termine introdotto da Pierre Hassner per definire regimi apparentemente democratici ma sostanzialmente autoritari, quali quelli presenti in Ungheria, Russia e Turchia. L’ascesa delle nuove estreme destre europee, con il loro sfruttamento delle paure sociali, pone infatti una sfida concreta alla tenuta delle istituzioni democratiche.Questi pericoli si manifestano in un contesto globale già profondamente segnato da guerre e tensioni continue. Accanto ai conflitti ormai tristemente noti, come quello tra Israele e Hamas o quello tra Russia e Ucraina, emergono crisi violente anche nello Yemen, in Sudan, Myanmar, nel Sahel, in Etiopia, Haiti, nella Repubblica Democratica del Congo e nelle crescenti tensioni tra Cina e Taiwan. A ciò si aggiungono le guerre economiche, come quella dei dazi imposta da Trump, che hanno ulteriormente destabilizzato le relazioni internazionali e i mercati mondiali. La pace, dunque, non è un dato acquisito ma un progetto da costruire quotidianamente attraverso la libertà e la democrazia. Già Immanuel Kant, nel suo celebre Per la pace perpetua, sosteneva che soltanto repubbliche fondate sulla libertà dei cittadini possano essere garanti di una pace duratura: «Se la decisione di fare o non fare la guerra dipendesse dalla volontà dei cittadini […] nulla sarebbe più naturale che essi, dovendo decidere di subire tutte le calamità della guerra, riflettessero molto prima di iniziare un gioco così malvagio». Ma se il pacifismo è un ideale nobile, nella complessità della natura umana esso appare inevitabilmente utopistico. La vera pace si costruisce, allora, nell’accogliere l’altro, nella partecipazione quotidiana, nella lotta concreta contro coloro che alimentano la guerra. David Graeber, nella sua analisi antropologica, affermava che «la violenza è ciò che accade quando il dialogo si spezza». La pace è dunque molto più che assenza di conflitto: è giustizia, pluralità, libertà e responsabilità condivisa. Sul piano antropologico, la pace è una condizione instabile, spesso controintuitiva. La storia dell’umanità ci racconta di società organizzate attorno alla guerra, al dominio, alla competizione. Le società umane si sono evolute attraverso il conflitto: per il territorio, per le risorse, per il potere. L’aggressività non è una deviazione occasionale, ma una parte integrante dell’esperienza umana, come dimostrano secoli di espansioni imperiali, guerre religiose, colonialismi. Eppure, accanto a questa tendenza distruttiva, vi è anche una tensione opposta, che si manifesta nella cooperazione, nella solidarietà, nell’empatia. Margaret Mead, pioniera dell’antropologia culturale, ha evidenziato come la guerra non sia un comportamento inevitabile, ma un’invenzione culturale. E se è un’invenzione, può anche essere superata. Tuttavia, per farlo, occorre una trasformazione profonda: non solo delle istituzioni, ma della mentalità collettiva. La pace richiede un’educazione alla complessità, alla diversità, all’ascolto. E richiede tempo. Molto più tempo di quanto ne serva a distruggere.Viviamo in un’epoca iperconnessa eppure profondamente frammentata, dove la retorica identitaria e il bisogno di appartenenza vengono spesso manipolati per escludere, per alzare muri, per giustificare la violenza. La pace, in questo senso, non è una condizione neutra: è una presa di posizione. È un atto di resistenza quotidiano. Non basta desiderarla. Bisogna costruirla, difenderla, spesso anche a costo di pagare un prezzo.La poesia ha da sempre sostenuto le battaglie per la libertà.
Giovanni Pesce scriveva nei suoi versi:
«Ogni morto per la libertà è un seme,
che un giorno darà frutto.
Ogni silenzio imposto è un urlo,
che tornerà voce».
Paul Éluard, voce potente della Resistenza francese, proclamava:
«Libertà, scriverò il tuo nome
sulle strade spalancate
sulle ali degli uccelli,
sulla sabbia e sulla neve,
su ogni pagina letta,
su ogni pagina bianca».
Queste parole non sono orpelli: sono strumenti. Il linguaggio ha un potere reale nel costruire mondi, nel dare forma all’immaginazione collettiva. Parlare di pace, nominare la democrazia, raccontare la libertà è già un gesto politico, è già una forma di resistenza. Anche il celebre canto italiano Bella ciao assume oggi un valore simbolico profondo: diviene l’invocazione alla giovane donna democrazia, sempre in bilico, sempre da difendere contro l’indifferenza e il silenzio.Essere pacifisti, dunque, può sembrare un sogno irrealizzabile, ma lottare per la pace è un atto profondamente concreto. Come suggerisce Zygmunt Bauman, dobbiamo vivere una «realistica utopia», una pace quotidiana costruita nelle scuole, nell’accoglienza, nella memoria e nella poesia. Pier Paolo Pasolini ricordava che «la libertà è una forma di disciplina». Essa è un compito, una responsabilità da rinnovare ogni giorno con coraggio e determinazione. Perché la pace non accade. Si sceglie. E si lotta per essa, anche quando sembra impossibile.E questa lotta non avviene solo nei luoghi della politica o delle grandi decisioni internazionali, ma nel quotidiano di ciascuno di noi. La pace comincia nella relazione con l’altro, nell’accoglienza dell’alterità e — cosa non meno difficile — nell’accoglienza di sé. Significa rifiutare la logica della sopraffazione, del disprezzo per la fragilità, dell’adorazione per la forza bruta, cinica, sadica. Significa avere il coraggio di riconoscere valore nella vulnerabilità, dignità nella differenza, bellezza nella lentezza. Ogni gesto che protegge, che ascolta, che si sottrae alla violenza normalizzata è un mattone nella costruzione di un ordine diverso. In un tempo segnato da un capitalismo che ha ormai oltrepassato i propri stessi confini, sbriciolando ogni regola e convertendo la competizione in aggressività sistemica, il cittadino conserva — e deve rivendicare — un potere autentico: quello delle scelte quotidiane. Ogni stile di vita, ogni atto di consumo, ogni voto, ogni parola pubblica può essere un argine contro la disumanizzazione e la guerra. Può contrastare le manipolazioni economiche e sociali che vorrebbero renderci individui isolati, in perenne conflitto tra noi, spinti dal ricatto della paura e dall’illusione che solo chi schiaccia sopravvive. Difendere la democrazia, allora, significa anche difendere un’etica della relazione. Un’etica che non si piega alla brutalità come destino, ma che si oppone a essa con tenacia, compassione e lucidità. Significa scegliere di vivere, e non solo di esistere. Significa credere che la pace — quella vera, concreta, giusta — possa abitare il nostro tempo, se noi per primi decidiamo di farle spazio.
Cipriano Gentilino

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