I riflessi di un’estate calda si stemperano con le prime piogge, mentre Settembre ci saluta con le quotidiane difficoltà che il mondo sta vivendo in questo momento storico così sfaccettato. Arrivano echi di guerre che, benché condannate, continuano ogni giorno a colpire popolazioni inermi, bombardate senza alcuna pietà e senza alcuna ragione. È risaputo dalla Storia che le guerre sono state una costante della società e che hanno sempre perseguito obiettivi di potenza e superiorità. Ma la Storia, si dice, dovrebbe insegnare qualcosa; dagli eccidi si dovrebbe imparare e fare in modo che non si ripetano. È assai strano che non si ricordi tutto quello che il passato ci ha trasmesso, attraverso fonti e testimonianze, anzi, a volte, mi sembra che lo spirito di emulazione prevalga verso figure sinistre e atteggiamenti violenti e inumani. A volte rifletto sul fatto che, progressivamente, è come se ci stessimo abituando a questa situazione; come se, in mancanza di soluzioni, questa realtà resti l’unica possibile per accaparrarsi territori a scapito di altri esseri umani. Donne e bambini, anziani, derelitti non hanno colpe, non fanno le guerre eppure cadono sotto le bombe e pezzi di carni si confondono con pezzi di lamiere e schegge. Giacciono su campi bruciati dove non crescerà più l’erba e dove è morta l’umanità. Tutto questo ci potrebbe indurre a pensare che la violenza e la sopraffazione siano caratteristiche intrinseche dell’essere umano in quanto tale, ma vari studi e analisi di pensatori meno superficiali suggeriscono che, in realtà, fenomeni di violenza o episodi di cooperazione dipendono soprattutto dalle condizioni storiche, sociali, culturali delle popolazioni coinvolte, considerando che, alla base di tutto, c’è spesso chi, con la scusa di motivazioni pseudopatriottistiche o religiose, tenta sempre di minacciare la libertà degli altri, perseguendo precisi scopi economici o utilitaristici. Nella nostra rivista, continueremo perciò a raccontare la vita di ogni giorno, con uno sguardo all’importanza della libertà di espressione, oggi costantemente minacciata in tanti angoli del mondo. Chi volesse contribuire con commenti e scritti di varia natura può indirizzare le proprie riflessioni alla redazione della rivista, all’indirizzo cultura.oltre@libero.it.
Distruggono il mondo
Distruggono il mondo
in pezzettini
distruggono il mondo
a colpi di martello
ma è lo stesso per me
è proprio lo stesso
ne resta abbastanza per me
ne resta abbastanza
basta che io ami
una piuma azzurra
un sentiero di sabbia
un uccellino pauroso
basta che ami
un filo d’erba sottile
una goccia di rugiada
un grillo di bosco
ma sì possono distruggere il mondo
in pezzettini
ne resta abbastanza per me
ne resta abbastanza
avrò sempre un po’ d’aria
un filino di vita
nell’occhio un barbaglio di luce
e il vento tra le ortiche
e anche e anche
se mi sbattono in prigione
ne resta abbastanza per me
ne resta abbastanza
basta che io ami
questa pietra corrosa
questi ganci di ferro
dove spiccia un filo di sangue
io l’amo io l’amo
la superficie consumata del mio letto
il saccone e la lettiera
la polvere del sole
amo lo spioncino che s’apre
gli uomini che sono entrati
che avanzano che mi trascinano via
ritrovare la via del mondo
e ritrovare il colore
amo questi due lunghi travi
questa lama triangolare
questi signori vestiti di nero
mi fanno la festa e ne sono fiero
io l’amo io l’amo
questo paniere riempito di suoni
dove metterò a posto la testa
oh io l’amo per davvero
basta che io ami
un breve filo d’erba azzurra
una goccia di rugiada
un amore d’uccellino pauroso
distruggono il mondo
con i loro martelli pesanti
ne resta abbastanza per me
ne resta abbastanza cuor mio.
Boris Vian
dal libro “Non vorrei crepare“, 1959
Boris Vian, poeta, romanziere e drammaturgo francese, nato a Ville-d’Avray il 10 marzo 1920 e morto a Parigi il 23 giugno 1959. Dopo aver compiuto gli studi secondari, esercita la sua professione di “ingegnere” all’Association française de normalisation e, in seguito, all’Office du papier, fino al 1947. Significativo esordio di un’opera multiforme è la Psychochimie des produits métallurgiques (1942), scritta in collaborazione, che comprende un avant–propos in alessandrini e in antico francese. Appassionato di jazz fin dall’infanzia, V. entra nell’orchestra dell’amico Abadie e incide un disco (1948). Ma lo scrittore non rimane inattivo. Con lo pseudonimo di Vernon Sullivan pubblica J’irai cracher sur vos tombes (1946) e con il suo nome una serie di opere colme di smarrimento e di dolore, ma anche di giochi verbali, di una grande invenzione linguistica: Vercoquin et le plancton (1946), L’Ècume des jours (1947), L’automne à Pékin (1947), Les fourmis (1949), L’herbe rouge (1950), L’arrache cteur (1953). Vian ha scritto anche per il teatro (L’équarrissage pour tous, 1950; Le goûter des généraux, 1959; Les bâtisseurs d’Empire ou le Schmürz, 1960) e alcune poesie (Cantilènes en gelée, 1950, e Je voudrais pas crever, 1959). Enciclopedia Treccani
