Ripensavo in questi giorni a quanto sia ancora attuale questo verso della Canzona di Bacco, composta da Lorenzo de’ Medici, detto il Magnifico, in occasione del carnevale del 1490. Rileggerla mi ha fatto pensare a questa sensazione di evidente instabilità che stiamo vivendo oggi, una condizione di perenne incertezza sia dal punto di vista affettivo che lavorativo. Siamo immersi in un periodo storico di insicurezza in cui, pur essendo informati di tutto quello che accade in ogni parte del mondo, siamo sempre più spaesati, perché realmente diventa sempre più difficile comprendere tutto ciò che accade intorno a noi. Il dinamismo che percorre nuove acquisizioni tecnologiche, la globalizzazione, l’instaurarsi di meccanismi di competitività e, di contro, la persistente precarietà lavorativa, per cui il lavoro “sicuro” non esiste più, comportano una conseguente assenza di punti di riferimento pur richiedendo la necessità di adeguarsi ai rapidi mutamenti. L’analisi del sociologo Bauman descrive pienamente questa condizione di provvisorietà nel concetto di “modernità liquida”, che si esprime nel momento in cui le persone dinanzi a situazioni mutabili e incontrollabili si sentono impotenti e spaesate. Anche nella nostra vita affettiva e familiare, nelle amicizie personali, nell’attività lavorativa e nei contatti con i colleghi talvolta si instaura una evidente difficoltà a mantenere una stabilità, perché spesso gli stessi rapporti si affievoliscono o addirittura si rompono anche solo per inezie o fraintendimenti. In questo senso la definizione di “liquida” si ritiene applicabile anche ai legami sociali, che sembrano diventare sempre più fluidi e più fragili. Viviamo, tra l’altro, in un periodo storico in cui ogni giorno si verificano episodi di intolleranza, di violenza, di mancanza di decoro… non pare esistere ormai il verbo rispettare perché si infrangono le regole come fosse una regola, si tollerano e, anzi, si esaltano atteggiamenti di prevaricazione e abusi di potere che si ritengono normali e giustificati. Noi che abbiamo alle spalle un’epoca in cui esisteva il culto della famiglia, delle tradizioni, della casa, del posto di lavoro, degli oggetti stessi, nell’ultimo ventennio ci stiamo ritrovando in un sistema socio-economico improntato prevalentemente su una dinamicità travolgente e un mercato economico che afferra le nostre esistenze e, a volte, le manipola. La democrazia tanto sperata sembra tramontata tra le spire di un vento nazionalista che agita bandiere cangianti e stimola ambizioni senza scrupoli, sulla logica di accumulazione ed egocentrismo schiaccianti e alienanti. Ho sempre più la sensazione che si lavori per imporre un pensiero unico che tende a omologare e a rendere i cittadini sudditi di un regime retrogrado e antistorico, che fa tremare chi ancora ha memoria e ha subito gli oltraggi di una fase della storia che non vorrebbe ritrovarsi a rivivere. Continuo a chiedermi in quale direzione stiamo andando, o meglio, vogliamo andare, prima di arrivare a svalutare ogni rapporto e ideale, incrementando questo senso di incertezza e solitudine che travolge i nostri giorni, inevitabilmente gravati da un futuro indistinto e da uno smarrimento inquieto. Mi piace concludere, citando ancora una volta il sociologo Bauman: “Tutti i punti di riferimento che davano solidità al mondo e favorivano la logica nella selezione delle strategie di vita (i posti di lavoro, le capacità, i legami personali, i modelli di convenienza e decoro, i concetti di salute e malattia, i valori che si pensava andassero coltivati e i modi collaudati per farlo), tutti questi e molti altri punti di riferimento un tempo stabili sembrano in piena trasformazione. Si ha la sensazione che vengano giocati molti giochi contemporaneamente, e che durante il gioco cambino le regole di ciascuno. Questa nostra epoca eccelle nello smantellare le strutture e nel liquefare i modelli, ogni tipo di struttura e ogni tipo di modello, con casualità e senza preavviso.” La società individualizzata (Bologna, Il Mulino 2002)
Maria Rosaria Teni
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