
Nel climax iniziale si intuisce l’evoluzione poetica di Paola Liquori che sente empaticamente il fluire delle emozioni e le trasferisce in versi arditi e appassionati. Una musicista e compositrice che adotta lo stesso sperimentalismo nelle composizioni letterarie, arrivando a coinvolgimenti originali e sinestetici. Una poetessa che la nostra rivista segue con attenzione e ammirazione e che si connota positivamente nel panorama poetico per la sua modernità e singolarità. [Maria Rosaria Teni]
Astenia, astinenza, lacerazione
di quel corpo mio scisso
abbandonato menomato.
Tremor convulso, astenia, nostalgia
negli occhi rossi e scavati, ombreggiati e appannati
dallo sguardo smarrito nello sforzo smisurato.
Ed oscilla sul bordo sottile scivoloso
mentre piove
lacrime con la mia vecchia sciarpa
logorata asciugo
de’ viaggi in quell’altra vita vana,
lontana,
quand’era di materia sana
ed avvolto era ben stretto senza tremore
da un lungo pannicolo di lana né freddo sudore.
Astenia cronica
del corpo lacerato:
non si ripara il pannicolo strappato
ed or s’avvinghia a quella sciarpa
sbriciolata
e col braccio pesante se l’avvolge per l’addome
dolorante
ove chele stritolano quelle viscere annodate provate
da un onnivoro gozzovigliare ossessivo
ed un paio di dita in gola per raschiar via dal palinsesto i pungenti segni
da quel misero corpo passivo
ed avvolto dalla lana
sbriciolata
il corpo mio come un baco nella bava
sempre lì su se stesso oscillava
nudo,
la veste srotolata.
E sotto è fango
e di schizzi s’acceca
e pe’l solletico e bruciore
col suo braccio appesantito trascinando il vecchio brandello fin lassù
s’oscura gli occhi
e finalmente non ci vede più.
Pieno il capo
di pidocchi
si dimena pe’l prurito,
forte è il colpo sul muretto ed è tale il mal di testa che va via anche l’udito.
Piove ancora ed ha tremore
infastidito dal raffreddore
s’asciuga il moccio ancor con quel logoro lembo
e ritrovandosi di sghembo ruota su se stesso
quel bozzolo oscillante
relitto perdente
vinto resistente
sui flutti di fango penzolante
che ormai più non vede
non fiuta
né sente.
Datemi da bere, datemi da bere!
E con quel braccio appesantito
incoraggiato
da un ruggito
butto giù il bicchiere e lecco la bramata liquida scintilla
insanguinata
non più pura
o trasparente.
Tutto ormai con la lingua
lacerata
per l’arsura
dopo un falso far prudente
perso ha il suo sapore
e il nutrimento
è solo
dolore.
Con un impeto improvviso
afferra il braccio in cancrena
e col più appuntito pezzo di vetro recide il soffocante brandello di lana.
Che venga fuori il baco!
Dolorante.
Mi nutro.
Mi chiedo se ne valga la pena.
Paola Liquori

