“La poesia della pedagogia” di Angela Perulli

9788833291352_0_536_0_75     “La poesia della pedagogia”  
            di Angela Perulli
  (Edizioni Milella, Lecce, 2021)

Guardare le voci: sul vedere empatico dei segni d’ascolto  nella scrittura di Angela Perulli – a cura di Carlo Alberto Augieri

La passeggiata di Gabriella, il personaggio protagonista del presente libro di A. Perulli, è ‘ripresa’ narrativamente  come in uno svolgimento filmico sequenziale, nel mentre avviene il cammino per stradine di campagna: si tratta della campagna salentina, dal clima mite, dall’ondulazione lieve del terreno, dall’orizzonte aperto, limitato da nessuna montagna, da nessun ostacolo che frammenti la vista nell’azzurro del cielo.

Lo sguardo del personaggio femminile, icona di corrispondenza autobiografica con l’autore-donna del libro, presenta una caratteristica significativa nell’orientamento di visitazione verso il paesaggio: Gabriella non si volta mai indietro, osserva nel grand’angolo della visione, dove è visibile un dramma naturale-culturale comprendente la natura umanizzata, gli alberi d’ulivo essicati per la invisibile xylella; l’umano naturalizzato, con l’uomo costretto a camminare a viso coperto di mascherina, per paura del contagio virale da covid.

Il personaggio guarda l’infranto: il suo non voltarsi indietro è ricerca di non rifugio per ricomporre  eventualmente l’infrangersi di una realtà in crisi di ‘dentro’, dunque identitaria, perché il male viene da ‘fuori’: in effetti, il batterio della xylella è straniero, come il virus del covid, che viene da oltre confine e da oltre l’umano: il pipistrello c’entra nell’essere veicolo di trasmissione della malattia.

Gabriella osserva il mondo di fronte, davanti, senza voltarsi indietro: proviene da una cultura greco-ebraica, per cui sa che guardare lo spazio già percorso può significare rendere ‘di sale’  se stessa, soggetto vedente (come la biblica moglie di Lot, che in fuga da Sodoma, voltandosi, diventa statua di sale); oppure può voler dire condannare il veduto in un ‘ormai’ che non può risorgere: Orfeo, nel voltarsi indietro, per guardare Euridice, condanna la donna amata a non uscire più dal regno dei morti.

Il personaggio autobiografico di Perulli è sensibile, ma non fatalista: si lascia contagiare dalla tristezza che il dramma evoca, ma non dalla situazione drammatica che rende triste il contagio: per lei le cose sono segni ed i segni sono possibilità aperte, rispetto alle cose referenziali che sono chiuse nella ristrettezza delle condizioni, che le condizionano a rimanere effetti tramortiti dalle cause.

Il pensiero estetico, artistico, non è causale, ma relazionale, per cui non ci sono effetti che subiscono, patiscono, le cause, bensì fenomeni che si intersecano con altri fenomeni nel succedersi aperto delle possibilità, che il potenziale della storia risveglia lungo il gioco sempre alternativo delle probabilita potenziali.

Se lo spazio rappresenta l’ ‘è così’ di ciò che accade, il tempo presenta l’essere altrimenti di ciò che potrebbe succedere: accadere e succedere sono due verbi non equivalenti, solo apparentemente simili sul piano della loro rispettiva significanza.

Non voltarsi per guardare indietro non impedisce, comunque, il ricordo, così come ricordare non rappresenta una temporalità finita, bensì aperta al potrebbe essere stato del passato, in tensione verso un futuro già contenuto come ispirazione intenzionale nel passato: è che il tempo è tensivo, lo spazio è estensivo, per cui Gabriella guarda e ricorda e nel ricordare sottrae il presente dall’infranto, ipersignificandolo con uno sperare vivificato dal passato ricomposto nelle sue possibilità aperte.

Ad offrire le possibilità è il personaggio umano nella sua partecipazione alla vita, alla storia in forma di relazione, grazie alla quale ciò che è condizionato si libera incondizionatamente, ciò che sembra impossibile diventa fattibile, quello che è destino che conduce al  dramma può diventare  accordo che può allontanare la fine, distrarla dal suo destino, emanciparla dal suo condizionamento ristretto.

Ritrovato il tempo del vedere, che è liberatore rispetto allo spazio dell’osservare, la trama perde la sua traumaticità e sopraggiunge il pathos, che riporta alla nostalgia dell’origine, ritmato dal prima recente fino al lontano antecedente dell’infanzia.

E, così, Gabriella, osservando l’intorno, cammina a ritroso nel tempo e ricorda momenti  di difficoltà con il solito esito della determinazione, invece risolti nei modi impliciti già nel ‘dentro’ delle situazioni: bastava sfumare i confini del ‘questo è questo’, alleggerire le abitudini interpretative della linea che ripete il contorno, guardare più addentro, dunque intimamente, ciò che la superficie, visibile con lo sguardo esterno, non riesce neppure a riflettere.

Già: c’è differenza tra emettere e riflettere, così come si pone distinzione tra il ‘dentro’ che emette e il ‘fuori’ che riflette: se non riflettiamo su ciò che il dentro emette non possiamo cogliere ciò che l’inerenza della profondità ci mostra, oltre ogni apparente sembrare.

Camminando nel tempo a ritroso, percorso con lo sguardo in avanti, non retto dal gesto del guardare indietro, Gabriella scopre proprio nel tempo di prima i momenti di redenzione che fanno capolino in ogni evento di condizione: e così il personaggio attraversa il tempo formativo dell’infanzia ‘propria’, dopo aver percorso il tempo di formazione dell’infanzia ‘altrui’, su cui è intervenuta didatticamente in qualità di Dirigente scolastica.

La donna-autrice, Angela Perulli, è stata una Dirigente scolastica dalla didattica aperta, capace di trasformare l’aula della scuola in spazio laboratoriale, il giardino della scuola in zoo vivente di animali domestici, l’alfabeto delle parole in disegno iconografico dell’idea che significa nell’iconìa di ciò che rappresenta: vita dedicata all’infanzia, a partire dalla sua personale infanzia a cui ha dedicato nella presente narrazione il ricordo della rimembranza.

Ne emerge un dipinto di vita scoprente un segreto di metodo, appreso vivendo e adottato nell’agire comunicativo della sua responsabilità di donna e di pedagoga, racchiuso nel simbolo del melograno, pianta familiare anche nell’area salentina e mediterranea della cultura contadina, il cui frutto racchiude una quantità splendente di semi, vivamente rossi, pur nel chiuso della buccia, riccamente molteplici ed ugualmente succosi, pur crescendo nella terra pietrosa e per molti mesi dell’anno “sitibonda”, come la campagna dell’area geo-storica del Mediterraneo.

Il melograno esprime il simbolo dell’abbondanza, pur in un ambiente difficile di crescita: la Natura parla all’uomo con le sue creature, spetta all’umano ascoltarne il messaggio, interpretandone il senso simbolico, custodito come un segreto dentro il racchiuso di una buccia. La natura dona semi e segni: spetta all’uomo coltivarli nella terra e nella mente, per far fiorire il frutto che nutre il corpo, il senso che nutre la mente.

Ebbene, lungo il cammino in cui lo sguardo di Gabriella constata la mortifera xylella dell’olivo e la limitativa maschera, sintomo di risposta alla paura umana del contagio, il personaggio si ferma e medita, interrompendo la passeggiata: si siede “su un masso che si trovava accanto ad un albero di melograno e, frugando in una tasca della tuta, trovò una penna ed un blocco notes”, su cui scrivere poeticamente.

Dalla narrativa alla poesia: la narrazione è presa di coscienza, la poesia è augurio insito nella coscienza: augurio come invito  da raccogliere, raccolto già nel gesto di aprire allo sguardo ciò che la  Natura preserva e conserva. Conserva per donare, si nutre per nutrire: la natura come laboratorio di senso, una iperscuola di significazione, da cui partire per costruire eticamente ogni nostro impegno. Eticamente è lo stesso che empaticamente: in effetti, il melograno si dona come bellezza di condivisione rassomigliante (il suo succo è rosso come il nostro sangue), si offre come possibilità di vita con cui equivalere: dalla difficoltà si forma la ricchezza, dalla siccità si può convertire la deduttiva aridità in creativa succosità.

Mettersi in cammino significa cercare o ricercare, accorgendosi che lo scoprire non può non essere che un ritrovare, per ritrovarsi: basta guardare dentro, leggere, intelligere dentro, dunque ‘in-telliggere’, perché ogni ente conserva il suo essere e pure riconoscere in ogni  terra in crisi la possibilità da scoprire o ritrovare la  premessa di una intima, apertamente presente e, dunque, futura, terra promessa.

Carlo Alberto Augieri

 

Avatar di Sconosciuto

Informazioni su culturaoltre14

Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
Questa voce è stata pubblicata in Recensioni. Contrassegna il permalink.

1 risposta a “La poesia della pedagogia” di Angela Perulli

  1. Pingback: “La poesia della pedagogia” di Angela Perulli – Alessandria today @ Web Media. Pier Carlo Lava

Rispondi