Sin dai primordi la filosofia si è identificata con la sapienza originaria da cui ciascun singolo e l’intera collettività traevano la palingenesi dell’universo ed il posto dell’essere umano nel mondo. I quesiti filosofici, la ricerca critica e razionale modificano le modalità gnoseologiche dell’approccio alla realtà, ma per un secolo si intrecciano con il mito e con una forma di sapere che riguarda solo pochi iniziati .Filosofo è il sapiente che conosce l’essenza delle cose e la trasmette ai pochi in grado di comprenderla .La conoscenza è un vero e proprio rito di iniziazione ai misteri del cosmo, alla verità profonda delle cose che i più ignorano.
La trasformazione politica dell’Atene del V secolo, la legge sull’isonomia dei cittadini costruisce il primo concetto di democrazia. La sua rilevanza semantica non è certamente da intendersi in senso contemporaneo, ma come partecipazione alle pubbliche assemblee dei cittadini più abbienti per costruire, attraverso il dialogo, le leggi che governano la polis, nuove regole di convivenza e differenti significati dell’essere nel mondo. Gli Dei non stabiliscono più la giustizia, compete agli uomini ed alle loro libere scelte. Gli intellettuali che si adoperano a questo importante cambiamento sono i sofisti. Essi insegnano, dietro compenso economico, l’arte del dialogo, l’uso retorico delle parole, la capacità dialettica di far prevalere la propria opinione all’interno del pubblico agone.
Il sapere sofistico ha il pregio di essere esteso a tutti coloro che partecipano alla vita politica, dunque democratico e frutto dell’elaborazione razionale ed utilitaristica degli individui. Ma cosa cercano i sofisti all’interno della città? L’affermazione del potere ovviamente, il successo personale. Ciò costituisce il punto di forza della loro cultura ed azione educative ma ne evidenzia anche i limiti. In tale contesto culturale emerge la figura di Socrate, considerato anche dallo stesso Aristofane come uno dei peggiori sofisti. Ma Socrate, pur appartenendo a quel contesto culturale, pone nuovi interrogativi riguardo al significato del dialogo, dell’interrogazione filosofica, e dell’incontro con l’altro. Ma che cosa è il dialogo se non il continuo interrogarsi tramite la ragione sul nostro essere al mondo, sul senso da dare al nostro esistere? La virtù, che per Socrate, non è conoscenza stereotipata ed apparente, ma la scoperta non facile della verità che è nella profondità della nostra anima. La conoscenza di sé che si realizza attraverso il dialogo essenziale, diretto con l’altro. La verità va cercata costantemente così come la virtù va esercitata sempre. Di ciò Socrate rese testimonianza fino alla morte.
C’è qualche insegnamento che la filosofia socratica può trasmettere a noi che viviamo nel ventunesimo secolo? Dovremmo chiederci quanta capacità di elaborazione e di ascolto troviamo nell’enorme quantità di informazione che, con una velocità impossibile in altri tempi, giunge alla nostra mente. La comunicazione con l’altro, basti seguire un qualsiasi dibattito pubblico, consiste quasi sempre nel rovesciare una quantità di parole, annullando completamente la presenza dell’interlocutore e dunque non apertura, confronto ma affermazione del potere personale che non risolvere il problema ma semplicemente lo maschera.
La drammatica pandemia che stiamo vivendo ci sta sempre più allontanando dagli altri, facendoci chiudere nei nostri egoismi, nelle nostre paure che trasformano in negativo noi stessi ed il mondo che ci circonda.
Occorre, perciò, ritrovare il senso vero delle parole che ci porta al reale confronto con l’altro, ripercorrendo con Socrate il sincero interrogarsi sulla vita e sulla conoscenza di noi stessi.
Gabriella Petrelli

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