A volte siamo pervasi da rigurgiti di malinconia che, improvvisamente, fanno mutare il corso dei pensieri. Finora l’estate, con la sua baldanza e il suo caloroso massaggio di vitalità, ha mascherato refoli di pensieri amari che, sul punto di sgorgare, sono stati trattenuti dalla vivacità del “mordi la vita e vivi l’attimo”, con il proposito che domani è un altro giorno. Con l’arrivo di settembre, inevitabilmente, ritorna il consueto rituale che vede il ritorno a scuola, al proprio nido, alle proprie attività, con la rassicurante quotidianità che dona quasi una confortevole sensazione di normalità. Ecco, questa è la parola magica che oggi, quasi inconsapevolmente, mi ha accompagnato e che mi ha portato a una riflessione quasi ovvia: siamo tornati alla normalità? Non vorrei giungere a conclusioni affrettate ma, da quello che stiamo vivendo, ancora non mi sentirei di dire che tutto è come prima, quando il fantasma della pandemia aleggiava nei primi notiziari che riportavano notizie dalla Cina, dove il rischio di contagio per Covid 19 aumentava incredibilmente, creando disorientamento e anche paura. Non riesco a dimenticare le immagini di persone con mascherine e guanti, con gli occhi sostituiti alle parole che dicevano più di ogni parola. Non avrei mai immaginato che anche qui, in questa nostro bel paese, scene come quelle viste poi in tutto il mondo, si sarebbero riproposte nei nostri paesi, nei piccoli borghi, nelle città, svuotate all’improvviso. Abbiamo cominciato ad avere paura dell’altro, a temere un nemico invisibile, ma pericoloso, e abbiamo ritrovato la confortante sensazione di riappropriarci del nostro spazio domestico, riscoprendo in un certo senso l’isola familiare e la bontà delle comunicazioni digitali, sempre più e sempre meglio utilizzate per facilitare e proseguire anche lavori interrotti. Una speranza, tuttavia, in un piccolo angolo del nostro cuore sussurrava che presto tutto sarebbe stato solo un brutto capitolo nella nostra storia, che tanti mesi di sacrifici avrebbero portato a rientrare nella normalità agognata… Sì, proprio auspicata normalità che, purtroppo, ancora non c’è e la persistenza dell’alto numero di contagi appare tuttora sinonimo di pericolosità. È il momento di essere ancora più responsabili, cercando di osservare tutte le norme che possano contribuire ad arginare un fiume che è ancora in piena. La storia, d’altro canto, ci insegna che le epidemie sono parte integrante della storia dell’umanità, sin da quando l’uomo ha iniziato a organizzarsi in società e, talvolta, hanno modificato o influito in modo decisivo nel corso delle vicende storiche. Dobbiamo risalire ai tempi dell’Impero bizantino che si trovava in uno dei suoi momenti di maggior splendore quando un’epidemia di peste oscurò il potere dell’imperatore Giustiniano. Si trattava della prima epidemia di peste di cui si è a conoscenza. Ma bisogna arrivare a metà del XIV secolo (tra il 1346 e il 1353), per assistere alla peggiore epidemia che l’umanità abbia vissuto, tenendo conto che era ben lontano il tempo delle scoperte scientifiche cui si è approdati nei secoli successivi, senza dimenticare la più recente “influenza spagnola” che, nel XX secolo, ha causato più di dieci milioni di morti nella sola Europa. Guardando al passato, dunque, è evidente che le più grandi epidemie o pandemie della storia moderna sono state accompagnate sempre da implicazioni sanitarie, culturali e socioeconomiche che inducono a far riflettere ancora oggi. Epidemie che hanno causato la morte di milioni di persone e messo in ginocchio intere città. Cosa insegna la storia? Dunque la storia evoluzionistica ci insegna che non potremo mai abbassare la guardia di fronte alla possibile emergenza di malattie infettive, mettendo in atto sacrifici, dal punto di vista sociale ed economico, che si rivelano fondamentali per contenere il dilagare del contagio. Altro insegnamento da trarre da tutta la vicenda che stiamo vivendo è il ruolo di primaria importanza che deve avere la ricerca scientifica, che non sempre, in un passato anche recente, è stata supportata e valorizzata come sarebbe giusto che sia. Se sapremo cogliere questi utili insegnamenti, forse anche quest’esperienza che stiamo vivendo nel nuovo millennio non sarà trascorsa invano e avrà aggiunto un tassello alla nostra esistenza.
Maria Rosaria Teni
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