“Quando la letteratura parla di epidemia” di Apostolos Apostolou

          La letteratura globale è ricca di opere in cui parla di peste o anche malattie letali. Albert Camus, Josè Saramago, Gabriel García Màrquez, Eugène Ionesco, Alessandro Manzoni, Giovanni Boccaccio, Ken Follett, Clive Cuscler, Richar Preston, Michael Crichton, Wil Mara, ecc..,  sono scrittori che avevano parlato di crisi dell’umanità attraverso un agente patologico.

 “La peste”, romanzo di Albert Camus, venne pubblicato da Gallimard nel 1947. “La peste” è costruito come una tragedia in cinque atti. La storia è ambientata nella città algerina di Orano, in un imprecisato momento degli anni quaranta. Protagonista della peste è Bernard Rieux, medico francese residente a Orano, e il romanzo è condotto come cronaca scritta in terza persona dallo stesso Rieux. La città fu colpita da una epidemia di peste un giorno d’aprile del 194… quando il medico Rieux scopre il cadavere di un ratto sul suo pianerottolo. Un giorno Rieux accompagna la moglie, gravemente malata, alla stazione di Orano, dove prenderà un treno per raggiungere una non meglio precisata località per curarsi. Poco dopo la partenza della donna, scoppia un’improvvisa moria di ratti. La peste si trova già nella città di Orano. I protagonisti delle storie sono: Bernard Rieux: medico che lotta contro la peste. Jean Tarrou: figlio di un pubblico ministero francese. Joseph Grand: segretario comunale. Cottard: che aveva, in aprile, per ragioni sconosciute tentato di suicidarsi, sembra provare una insana soddisfazione nella disgrazia dei suoi concittadini. Padre Paneloux: gesuita che interpreta la peste come un flagello divino. Raymond Rambert: giornalista parigino che cerca in ogni modo di scappare dalla città per tornare dalla donna amata. Michel: è il primo a morire di peste. Castel: vecchio dottore che lotta contro la peste sviluppando un siero contro il morbo. Othon: giudice istruttore. Richard: altro medico della città. La madre di Rieux, anche la moglie di Rieux che si allontana dalla città prima dell’inizio dell’epidemia per il trattamento di una grave malattia. Tutti i personaggi, usciti dalla penna – così attuale – di Albert Camus, tentano di interpretare l’enigma della vita e della morte. Ciascuno di loro ha determinati limiti di sensibilità oltre i quali il vero non esiste, ma anche il falso non esiste ed alla lunga la vita diventa qualcosa di spaventoso.

 I dialoghi rivendicano un posto nella storia del processo di devastazione ed indicano l’inevitabile disperazione ed insieme il tempo segreto della vita. Una vita dell’inevitabile disperazione, ma la vita è sempre la poesia del desiderio e sempre la poesia del reale, ma il passaggio del realismo secondo Albert Camus non è la morte ma la forza della vita. Tutte le persone del romanzo “La peste” di Camus cambiano sotto un flagello inarrestabile. Nel romanzo ci sono quelli che combattono il flagello senza risparmiarsi. Ci sono quelli che accettano con fede il flagello come destino. Quelli che cercano di scappare dal flagello. Ci sono tutti i caratteri che dovevano accettare e dovevano sconfiggere la malattia. Basti leggere alcuni passaggi nel libro di Albert Camus:

«E per tutta una settimana i prigionieri della peste si divincolarono, nei limiti del possibile; alcuni di loro, come Rambert, arrivavano perfino ad immaginare, lo si vede, di agire ancora da uomini liberi, di poter ancora scegliere. Ma effettivamente si poteva dire che allora, alla metà del mese di Agosto, la peste aveva ricoperto ogni cosa:non vi erano più destini individuali, ma una storia collettiva, la peste, e dei sentimenti condivisi da tutti. Il più forte era quello della separazione e dell’esilio, con tutto quanto comportava di paura e di rivolta.» E poi: «Sì, bisognava ricominciare e la peste non dimenticava mai qualcuno troppo a lungo: durante il mese di dicembre fiammeggiò nei petti dei nostri concittadini, accese il forno, popolò i campi d’ombre con le mani vuote, insomma non cessò di progredire con la sua andatura paziente e a scatti. Le autorità avevano contato sui giorni freddi per bloccare il cammino della peste, ma questa passava traverso i primi rigori della stagione senza disarmare. Bisognava aspettare ancora; ma non si aspetta più a forza di aspettare, e la nostra città intera viveva senza futuro.» E ancora: «Il male che è nel mondo viene quasi sempre dall’ignoranza, e la buona volontà può fare guai quanto la malvagità, se non è illuminata. Gli uomini sono buoni piuttosto che malvagi, e davvero non si tratta di questo; ma essi più o meno ignorano, ed è quello che si chiama virtù o vizio, il vizio più disperato essendo quello dell’ignoranza che crede di sapere tutto e che allora si autorizza a uccidere. L’anima dell’assassino è cieca, e non esiste vera bontà né perfetto amore senza tutta la chiaroveggenza possibile. Ecco: lei è capace di morire per un’idea, è visibile a occhio nudo. Ebbene, io ne ho abbastanza delle persone che muoiono per un’idea. Non credo all’eroismo, so che è facile e ho imparato ch’era omicida. Quello che m’interessa è che si viva e che si muoia di quello che si ama. In verità, tutto per loro diventava presente; bisogna dirlo, la peste aveva tolto a tutti la facoltà dell’amore e anche dell’amicizia; l’amore, infatti, richiede un po’ di futuro, e per noi non c’erano più che attimi. Dico soltanto che ci sono sulla terra flagelli e vittime, e che bisogna, per quanto è possibile, rifiutarsi di essere col flagello.“Ci sono negli uomini più cose da ammirare che da disprezzare.” ….I flagelli, invero, sono una cosa comune, ma si crede difficilmente ai flagelli quando ti piombano sulla testa. Nel mondo ci sono state, in egual numero, pestilenze e guerre; e tuttavia pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati. Il dottor Rieux era impreparato, come lo erano i nostri concittadini, e in tal modo vanno intese le sue esitazioni. In tal modo va inteso anche com’egli sia stato diviso tra l’inquietudine e la speranza.

 Quando scoppia una guerra, la gente dice: «Non durerà, è cosa troppo stupida». Ma leggiamo anche: «E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare. La stupidaggine insiste sempre, ce se n’accorgerebbe se non si pensasse sempre a se stessi. I nostri concittadini, al riguardo, erano come tutti quanti, pensavano a se stessi. In altre parole, erano degli umanisti: non credevano ai flagelli. Il flagello non è commisurato all’uomo, ci si dice quindi che il flagello è irreale, è un brutto sogno che passerà. Ma non passa sempre, e di cattivo sogno in cattivo sogno sono gli uomini che passano, e gli umanisti, in primo luogo, in quanto non hanno preso le loro precauzioni. I nostri concittadini non erano più colpevoli d’altri, dimenticavano di essere modesti, ecco tutto, e pensavano che tutto era ancora possibile per loro, il che supponeva impossibili i flagelli. Continuavano a concludere affari e a preparare viaggi, avevano delle opinioni. Come avrebbero pensato ala peste, che sopprime il futuro, i mutamenti di luogo e le discussioni? Essi si credevano liberi, e nessuno sarà mai libero sino a tanto che ci saranno i flagelli.»

 

Josè Saramago – (scrittore, giornalista, drammaturgo, poeta, critico letterario, traduttore portoghese, insignito dal Premio Nobel per la letteratura nel 1998) –  ha scritto il romanzo “Cecità”.   La storia dell’opera di Josè Saramago  descrive  un uomo fermo al semaforo con la sua auto, che all’improvviso non vede più nulla, non vede passare la strada.  È questo l’incipit di “Cecità”, romanzo uscito nel 1995 con il titolo originale di “Ensaio sobre a cegueira” (“Saggio sulla cecità”). In seguito, l’uomo viene accompagnato dal medico, che non riesce però a trovare una spiegazione per quella misteriosa malattia, fin quando non si rende conto di essere stato contagiato anche lui. Stesso destino per tutti i pazienti che sono nella sala d’attesa. Quando la cecità inizia a espandersi in maniera capillare, il governo decide di mettere i ciechi in quarantena.

Scrive Josè Saramago «Era, da qualsiasi lato la si esaminasse, un’idea felice, se non perfetta, sia per quanto riguardava gli aspetti meramente sanitari del caso sia per le implicazioni sociali e le conseguenze politiche. Finché non si fossero appurate le cause, o per usare un linguaggio adeguato, l’eziologia del mal bianco, come, grazie all’ispirazione di un assessore fantasioso, l’indecorosa cecità aveva cominciato a essere designata, finché non si fossero trovare la terapia e la cura, chissà, magari un vaccino per prevenire l’insorgenza di casi futuri, tutte le persone che erano diventate cieche, nonché quelle che vi fossero entrate in contatto fisico o in vicinanza diretta, sarebbero state radunate e isolate, in modo da evitare ulteriori contagi, i quali, nel verificarsi, si sarebbero moltiplicati più o meno secondo ciò che matematicamente si suole denominare come progressione geometrica… In sostanza si trattava di mettere in quarantena tutta quella gente, secondo l’antica prassi ereditata dai tempi del colera e della febbre gialla, quando le imbarcazioni contaminate o solo sospette di infezione dovevano rimanere al largo per quaranta giorni… Potrebbero essere quaranta giorni, ma anche quaranta settimane, o quaranta mesi, o quarant’anni, bisogna però che non escano. Adesso rimane da decidere dove li metteremo.»

Gabriel García Màrquez un grande scrittore con Premio Nobel per la letteratura, ha scritto un romanzo con titolo “L’amore ai tempi del colera” che inizia negli ultimi anni dell’Ottocento a Cartagena, città magica e sensuale e ripercorre cinquant’anni di vita del protagonista, un uomo che aspetta per mezzo secolo l’unica donna che ha amato. Come il colera, l’amore sconvolge a tal punto la vita da modificarne per sempre il corso, gli obiettivi, i pensieri. È una storia d’amore, di coraggio, di speranza e di attesa: un’attesa durata mezzo secolo che viene esaudita, all’ultimo, solo per la volontà di un uomo che non ha mai smesso di combattere per l’unica cosa al mondo che avesse un significato, la donna che ama. Nonostante tutto….l’ amore ai tempi del colera. «Capita che sfiori la vita di qualcuno, ti innamori e decidi che la cosa più importante è toccarlo, viverlo, convivere le malinconie e le inquietudini, arrivare a riconoscersi nello sguardo dell’altro, sentire che non ne puoi più fare a meno… e cosa importa se per avere tutto questo devi aspettare cinquantun anni nove mesi e quattro giorni notti comprese?»

Eugène Ionesco ha scritto l’opera teatrale con titolo “Il gioco dell’ epidemia” 1969, una commedia con un’ altra forma drammatica. Un’opera macabra. E’ un gioco con la morte come una danza. Il tempo eccezionale dell’epidemia, in cui tutte le convenzioni sono sospese, è proprio il momento in cui emergono i tipi umani, le loro relazioni ripetitive e automatiche. Scrive: “Ci ho riunito qui per l’ultima volta, nella piazza della nostra città, per informarci: qualcosa di completamente inspiegabile ci sta accadendo: un esercito ha circondato la nostra città. È vietato qualsiasi entrato e uscito. Fino a ieri che eravamo liberi, ma da oggi siamo tutti  in quarantena.”

 

“La Storia della colonna infame”, saggio storico di Alessandro Manzoni, narra la vicenda del processo intentato a Milano – come descrive anche Giorgio Agamben – durante la terribile peste del 1630, contro due presunti untori, ritenuti responsabili del contagio pestilenziale tramite misteriose sostanze. Il processo, svoltosi storicamente nell’estate del 1630, decretò la condanna capitale dei due innocenti con il supplizio della ruota. L’accusa era infondata. Come monito venne eretta sulle macerie una “colonna infame”. Solo nel 1778 la Colonna Infame, ormai divenuta una testimonianza d’infamia non più a carico dei condannati, ma dei giudici che avevano commesso un’enorme ingiustizia, fu abbattuta. Si sta ripetendo la storia della “colonna infame”? «Per tutta adunque la striscia di territorio percorsa dall’esercito, s’era trovato qualche cadavere nelle case, qualcheduno sulla strada. Poco dopo, in questo e in quel paese, cominciarono ad ammalarsi, a morire, persone, famiglie, di mali violenti, strani, con segni sconosciuti alla più parte de’ viventi C’era soltanto alcuni a cui non riuscissero nuovi: que’ pochi che potessero ricordarsi della peste che, cinquantatré anni avanti, aveva desolata pure una buona parte d’Italia, e in ispecie il milanese, dove fu chiamata, ed è tuttora, la peste di san Carlo. Tanto è forte la carità! Tra le memorie così varie e così solenni d’un infortunio generale, può essa far primeggiare quella d’un uomo, perché a quest’uomo ha ispirato sentimenti e azioni più memorabili ancora de’ mali; stamparlo nelle menti, come un sunto di tutti que’ guai, perché in tutti l’ha spinto e intromesso, guida, soccorso, esempio, vittima volontaria; d’una calamità per tutti, far per quest’uomo come un’impresa; nominarla da lui, come una conquista, o una scoperta.Il protofisico Lodovico Settala, che, non solo aveva veduta quella peste, ma n’era stato uno de’ più attivi e intrepidi, e, quantunque allor giovinissimo, de’ più riputati curatori; e che ora, in gran sospetto di questa, stava all’erta e sull’informazioni, riferì, il 20 d’ottobre, nel tribunale della sanità, come, nella terra di Chiuso (l’ultima del territorio di Lecco, e confinante col bergamasco), era scoppiato indubitabilmente il contagio. Non fu per questo presa veruna risoluzione, come si ha dal Ragguaglio del Tadino ».

Il “Decamerón”, o “Decamerone” di Giovanni Boccaccio è una raccolta di cento novelle scritta da Giovanni Boccaccio nel XIV secolo, probabilmente tra il 1349 e il 135. È considerata una delle opere più importanti della letteratura del Trecento europeo, durante il quale esercitò una vasta influenza sulle opere di altri autori. Nel “Decamerón” Giovanni Boccacio narra la ricreazione dell’umanità, che avviene per mezzo dei dieci protagonisti e del loro novellare, in seguito al flagello della peste abbattutasi a Firenze nel 1348. Scrisse:  «Dico adunque che già erano gli anni della fruttifera incarnazione del Figliuolo di Dio al numero pervenuti di milletrecentoquarantotto, quando nella egregia città di Fiorenza, oltre a ogn’altra italica bellissima, pervenne la mortifera pestilenza la quale, per operazion de’ corpi superiori o per le nostre inique opere da giusta ira di Dio a nostra correzione mandata sopra i mortali, alquanti anni davanti nelle parti orientali incominciata, quelle d’inumerabile quantità de’ viventi avendo private, senza ristare d’un luogo in uno altro continuandosi, verso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata . E in quella non valendo alcuno senno né umano provedimento, per lo quale fu da molte immondizie purgata la città da officiali sopra ciò ordinati e vietato l’entrarvi dentro a ciascuno infermo e molti consigli dati a conservazion della sanità, né ancora umili supplicazioni non una volta ma molte e in processioni ordinate, in altre guise a Dio fatte dalle divote persone, quasi nel principio della primavera dell’anno predetto orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, e in miracolosa maniera, a dimostrare . E non come in Oriente aveva fatto, dove a chiunque usciva il sangue del naso era manifesto segno di inevitabile morte: ma nascevano nel cominciamento d’essa a’ maschi e alle femine parimente o nella anguinaia o sotto le ditella certe enfiature, delle quali alcune crescevano come una comunal mela, altre come uno uovo, e alcune più e alcun’ altre meno, le quali i volgari nominavan gavoccioli. E dalle due parti del corpo predette infra brieve spazio cominciò il già detto gavocciolo mortifero indifferentemente in ogni parte di quello a nascere e a venire: e da questo appresso s’incominciò la qualità della predetta infermità a permutare in macchie nere o livide, le quali nelle braccia e per le cosce e in ciascuna altra parte del corpo apparivano a molti, a cui grandi e rade e a cui minute e spesse. E come il gavocciolo primieramente era stato e ancora era certissimo indizio di futura morte, così erano queste a ciascuno a cui venieno….A cura delle quali infermità né consiglio di medico né virtù di medicina alcuna pareva che valesse o facesse profitto   anzi, o che la natura del malore nol patisse o che la ignoranza de’ medicanti (de’ quali, oltre al numero degli scienziati, così di femine come d’uomini senza avere alcuna dottrina di medicina avuta giammai, era il numero divenuto grandissimo) non conoscesse da che si movesse e per consequente debito argomento non vi prendesse, non solamente pochi ne guarivano, anzi quasi tutti infra ’l terzo giorno dalla apparizione de’ sopra detti segni, chi più tosto e chi meno e i più senza alcuna febbre o altro accidente, morivano. E fu questa pestilenza di maggior forza per ciò che essa dagli infermi di quella per lo comunicare insieme s’avventava a’ sani, non altramenti che faccia il fuoco alle cose secche o unte quando molto gli sono avvicinate. E più avanti ancora ebbe di male: ché non solamente il parlare e l’usare cogli infermi dava a’ sani infermità o cagione di comune morte, ma ancora il toccare i panni o qualunque altra cosa da quegli infermi stata tocca o adoperata pareva seco quella cotale infermità nel toccator transportare. Maravigliosa cosa è da udire quello che io debbo dire: il che, se dagli occhi di molti e da’ miei non fosse stato veduto, appena che io ardissi di crederlo, non che di scriverlo, quantunque da fededegna udito l’avessi. Dico che di tanta efficacia fu la qualità della pestilenzia narrata nello appiccarsi da uno a altro, che non solamente l’uomo all’uomo, ma questo, che è molto più, assai volte visibilmente fece, cioè che la cosa dell’uomo infermo stato, o morto di tale infermità, tocca da un altro animale fuori della spezie dell’uomo, non solamente della infermità il contaminasse ma quello infra brevissimo spazio uccidesse. Di che gli occhi miei, sì come poco davanti è detto, presero tra l’altre volte un dì così fatta esperienza: che, essendo gli stracci d’un povero uomo da tale infermità morto gittati nella via publica e avvenendosi a essi due porci, e quegli secondo il lor costume prima molto col grifo e poi co’ denti presigli e scossiglisi alle guance, in piccola ora appresso, dopo alcuno avvolgimento, come se veleno avesser preso, amenduni sopra li mal tirati stracci morti caddero in terra.»

Parlare di epidemie è sempre difficile perché anche l’epidemia è sempre stato un tema delicatissimo nella storia della letteratura. E questo perché l’epidemia rappresenta e simbolizza la nostra fragilità, il confine così labile fra una vita sana e una vita insidiata dal male. Inoltre simbolizza la differenza fra sicurezza e incertezza e rappresenta la mancanza, il dolore, il vuoto. Molti perciò sono coloro che hanno scritto di epidemie e lo hanno fatto con il proposito di voler  indicare la  profonda verità dell’uomo.

Apostolos Apostolou
Scrittore e docente di filosofia

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Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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3 risposte a “Quando la letteratura parla di epidemia” di Apostolos Apostolou


  1. Interessante articolo, ma Cecità proprio non riesco ad apprezzarlo.

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