“Niccolò Machiavelli e Nicola Cabàsila – Il potere tra Realismo «cinico» e Realismo «poetico»” di Apostolos Apostolou

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“Tutti gli stati, tutti i domini che hanno avuto e hanno imperio sopra li uomini, sono stati e sono o repubbliche o principati.” Con queste parole apre il Principe di Machiavelli (1469-1527). Ai principati nuovi è dedicata la maggior parte del libro “Discorsi” di Machiavelli. Distingue quattro specie secondo il diverso modo con cui il potere viene conquistato: I) per virtù; II) per fortuna; III) per violenza; IV) col consenso dei cittadini. Queste quattro specie si dispongono in coppie antitetiche; virtù – fortuna, forza – consenso.

Machiavelli è considerato il primo grande teorico della politica moderna e dello Stato uscito dal medioevo. La virtù politica comprende anche l’astuzia e l’uso della violenza, purché essa sia “ben usata” per costituire o difendere uno Stato ben ordinato. Il principe deve agire da “volpe e leone”, cioè deve essere astuto e deciso, ingannatore e violento. Macchiavelli sostiene che per salvare lo Stato il principe deve essere disposto anche a “operare contro la fede, la carità, l’umanità e la religione”, poiché se riuscirà, con tali mezzi, a conseguire quell’obiettivo, allora tutti lo loderanno e lo considereranno “virtuoso”. Nel capitolo XV del Principe troviamo, la prospettiva machiavelliana: ” sento l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa, che all’immaginazione di essa. E molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero; perché elli è tanto discosto da come si vive a come si doverrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si doverrebbe fare, impara più tosto la ruina che la perservazione sua: perché uno uomo che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, et usarlo e non usare secondo la necessità. Lasciando adunque indrieto le cose circa uno principe immaginate, e discorrendo quelle che sono vere, dico che tutti li uomini, quando se ne parla, e massime e principi, per essere posti più alti, sono notati di alcune di queste qualità che arrecano loro o biasimo o laude “.

Cioè i concetti di virtù e di fortuna sono, come è noto, centrali nella concezione machiavellica della storia. La virtù secondo Machiavelli è la capacità personale di dominare gli eventi e di realizzare, anche ricorrendo a qualsiasi mezzo, il fine proposto; per fortuna, intende il corso degli eventi che non dipendono dalla volontà umana. Oggi, per esempio, cerchiamo il momento soggettivo, il momento oggettivo o il momento storico. Secondo Machiavelli ciò che uno consegue non dipende né tutto dalla virtù, né tutto dalla fortuna, non tutto dal merito personale, non tutto dal favore delle circostanze, ma dall’una e dall’altra in parti uguali. Scrive per esempio (cap.XXV) “Nondimanco perché il nostro libero arbitrio non sia spento, iudico potere essere vero che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che atiam lei ne lasci governare l’altra metà, o presso a noi.” 

 Con Machiavelli l’Italia ha conosciuto il più grande teorico della politica e ha influenzato tutto il pensiero politico occidentale, e come leggiamo in Wikipedia. «Secondo Machiavelli la politica è il campo nel quale l’uomo può mostrare nel modo più evidente la propria capacità d’iniziativa, il proprio ardimento, la capacità di costruire il proprio destino secondo il classico modello del faber fortunae suae.Nel suo pensiero si risolve il conflitto fra regole morali e ragion di Stato che impone talvolta di sacrificare i propri princìpi in nome del superiore interesse di un popolo.»

Molti hanno scritto che il Principe di Machiavelli era una specie di manuale delle nefandezze della tirannide celebre, mentre altri che la politica si presenta come puro calcolo di interessi, e la politica è un prodotto della immortalità, le passioni gli interessi sono il luogo, la sostanza della politica. (Roger Asham, Pedro Ribadeneyra, Giullaume Bude, Stephen Gardiner, Justus Lipsius, Giullaume de Vair, Giucciardini.)

 Nicola Cabasila (1222/23 – 1391/96) mistico bizantino del sec XIV. Porta anche il soprannome di Chamaetos. Ha studiato Filosofia, Retorica, Matematica, Astronomia.  Durante le discordie civili di quell’epoca, dapprima fu a fianco dei Paleologi, poi divenne fautore ed intimo di Giovanni VI Cantacuzeno, (Giovanni VI Cantacuzeno fu basileus dei romei, insieme a Giovanni V Paleologo, dal 31 maggio 1347 fino al 10 dicembre 1354, dopo la sua abdicazione divenne monaco con il nome di Giosafà Cristodoulo) che se ne servì per missioni politiche. S’immischiò nelle controversie teologiche d’allora, schierandosi a favore degli esicasti. Lasciò una vasta produzione letteraria edita solo in parte. La fama di Nicola C., è fondata principalmente sull’opera Della vita in Cristo (Περὶ τῆς ἐν Χριστῷ ζωῆς) in sette libri. Importante è pure l’Interpretazione della Santa Messa (‛Ερμηνεία τῆς ϑείας λειτουργίας) in senso simbolico. Scritti : De vita in Christo, principe in W. Gass, Die Mystik des Nikolaos Kabasilas vom Leben in Christo , Greifsvald 1849 (nuova ristampa curata da M. Heinze, Lipsia 1899), riprodotta con altri pochi opuscoli in Migne.

Il filosofo e teologo Nicola Cabasila, rifiuta categoricamente un potere assoluto ed arbitrario, ma sostiene che ogni tipo di governo diventa autocraticamente legittimo, quando vi è consenso: ma la causa del consenso non deve essere la paura. La parola «chiave» di Nicola Cabasila è il contatto. Il verbo connettere esiste nella sua filosofia, dirà: «συνάπτοντας τους υπηκόους Του τον εαυτό Του» cioè, quando connette con i sudditi, il Re, (l’imperatore) decide di essere se stesso. Secondo Nicola Cabasila il capo principe collega con sudditi, (σύναψις αρχόντων και αρχομένων), perché il potere del capo principe è servizio (διακονία) e lui servitore (διάκονος). L’imperatore secondo Nicola Cabasila non è sanctissimus, non è beatissimus, non è invectus – invictissimus, né indulgentissimus, nè maximus né nobilissimus, nè divus, ma servitore (διάκονος).  E il potere prima di tutto è ginnastica dell’anima, è preparazione, impazienza, prontezza creativa. Nicola Cabasila inverte l’opinione di Aristotele, quando Aristotele sosteneva che l’uomo è animale sociale. Nicola Cabasila dirà che l’uomo è «animale chiamato a diventato Dio», animale per diventare Dio (ζώον θεούμενον).   Nicola Cabasila viene da una cultura tradizione filosofica greca dai presocratici fino al XVI secolo d.C., e possiamo dire che la problematica ontologica resta sottratta alle visioni individuo centrantiche, insiste sulla verifica comunionale delle proposizioni ermeneutiche, la verifica comunionale della conoscenza. La filosofia è: “È vero quel che  è condiviso. Ciò che è del tutto proprio è menzognero. La coincidenza dell’esperienza di tutti in una determinata formulazione espressiva rende vera la formulazione e garantisce la rettitudine della conoscenza che la comprensione della formulazione trasmette”. Qui si trova il centro della filosofia di Nicola Cabasila. E l’essenza è la verifica comunionale della conoscenza? La verifica comunionale secondo la filosofia greca, e secondo la filosofia di Nicola Cabasila, collega il modo di conoscere con un modo di esistere. Collega la verità con la democrazia e con la chiesa, perche democrazia e chiesa, secondo la cultura greca antica e medioevale è l’esercizio comune delle relazioni di comunione della vita. Nessuna autorità e nessuna rivelazione costrittiva garantisce secondo ragione la verità. Cosi la verità si raggiunge soltanto con l’esercizio delle relazioni secondo ragione. La democrazia è il modo con cui partecipiamo alla comunione delle constatazioni esperienziali, il modo nel quale ciascuno può verificare la conoscenza della realtà. E possiamo anche dire che la democrazia è il modo in cui l’esistenza si realizza e si manifesta. Questo pensiero lo troviamo anche nella filosofia di Gregorio di Nazianzo, di Zosimo, di Eunapio, di I. Damasscino e di Niceforo Foca, dove la conoscenza non si esaurisce nella semantica delle definizioni, perché essa è esperienza di relazione.

Da un punto di vista il realismo di Machiavelli va a scivolare nell’aperta estinzione di ciò che esiste in modo personale, scavi dedalei di argomenti per minare il nulla. E il nulla della politica, sono i programmi, le ricette, il dispotismo che esprime come scetticismo e le confusioni da relativismo, impasse nichilistica con la conoscenza incatenata a principi causali o normativi del reale. Perché secondo realismo solo delimitato il soggettivo riveste validità oggettiva. E dall’altro punto di vista il realismo poetico, o l’utopia dentro la poesia del reale, è il paesaggio di un nuovo realismo, che rileva il modo dell’alterità personale. Sicuramente le domande rimangono senza risposta e la certezza si trova in incanto. Diversi atteggiamenti dei commentatori tardo medievali che esistono fino ad oggi.

Apostolos Apostolou
Docente di Filosofia

 

 

   

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Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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