“Scoprire la bellezza della solitudine quando si è circondati da una moltitudine apparente e inconsistente: questa è la consapevole conquista di una raggiunta pace interiore…” – Pensavo tra me e me, nel momento in cui ho preso atto di alcune dinamiche ricorrenti nella nostra società contemporanea. Potrebbe apparire una riflessione troppo azzardata, forse lesiva nei riguardi della prevalenza ad una globalizzazione comunicativa paradigmatica della società tecnologica che ci sta invadendo, ma, paradossalmente, proprio questa “invasione” potrebbe produrre, ossimoricamente, una non-comunicazione o una falsa comunicazione. Mi spiego: ricorrere ai messaggi preconfezionati per salutarsi al mattino in stile “Mulino Bianco” o scambiarsi affettuose effusioni animate da faccine insulse che inneggiano a cuoricini e bacini, può essere sinonimo di amicizia, fraternità, solidarietà, comprensione, confidenza? O non piuttosto un mascheramento ipocrita di sentimenti che tacciono la vera essenza di un rapporto e risparmiano la stessa fatica di coltivare “degnamente” quello stesso rapporto? Mentre si continua a pubblicare foto o storie su Facebook o Instagram, per fare sapere a tutti parte della propria vita e magari sperare in premianti like e fugaci commenti, si continua a rimanere soli nel dialogo con un cellulare o una tastiera, intenzionalmente schermati da un impenetrabile silenzioso colloquio, sprofondando in un’astrazione che allontana dal reale e avvicina a una realtà parallela, mascherata in una pseudo socializzazione che porta a credere di avere instaurato rapporti interpersonali con la conseguenza di una progressiva perdita del contatto umano, quindi una forma di solitudine indotta da una distorta comunicazione. Capita allora di vedere persone che messaggiano al telefonino anche se sono sedute accanto, famiglie in cui ogni componente se ne sta per proprio conto a interloquire con il proprio tablet o cellulare, estraniandosi e isolandosi effettivamente per imbastire una comunicazione fittizia. È questo che produce il rischio di diventare solitari digitali e incredibilmente si verifica nel momento in cui non si comunica più in una conversazione in cui si parla, magari anche animatamente o appassionatamente, ma dove i rapporti si stabiliscono solo scrivendo e l’interazione avviene attraverso una tastiera.
Mi piace concludere con le parole di una poetessa che amo – «Sarei forse più sola, senza la mia solitudine» – e pensare, come Emily Dickinson, che la solitudine abbia la forza di farci sentire meno soli e ci faccia ascoltare gli altri con l’attenzione che meritano gli esseri umani.
Maria Rosaria Teni
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