
Il rimando dal detto al non-detto costituisce il tratto peculiare della lingua dell’esperienza umana significa «Sprachlichkeit».
Questo rimando rappresenta la virtualità del non ancora detto che resta sullo sfondo del dire. Ma questo non succede con la poesia?
La poesia è il non-detto della propria identità, un topos itinerante (come non luogo) che significa sia dimora che partenza verso l’ estraneo. Una volontà di ciò che non è, il centro delle grandi assenze, un inizio del non inizio.
Cosi la poesia rimane un divenire. L’esilio della lingua. Il fascino del tutto – nulla, provando sia il tutto che il nulla. Cosi la poesia diventa l’ombra nello spazio – tempo.

La lingua della poesia proviene dall’altro che funziona come dialogo indefinibile. Ecco un poema di Paul Valéry:
Chanson à part
Que fais-tu ? De tout.
Que vaux-tu ? Ne sais,
Présages, essais,
Puissance et dégoût…
Que vaux-tu ? Ne sais…
Que veux-tu ? Rien, mais tout.
Que sais-tu ? L’ennui.
Que peux-tu ? Songer.
Songer pour changer
Chaque jour en nuit.
Que sais-tu ? Songer
Pour changer d’ennui.
Que veux-tu ? Mon bien.
Que dois-tu ? Savoir,
Prévoir et pouvoir
Qui ne sert de rien.
Que crains-tu ? Vouloir.
Qui es-tu ? Mais rien !
Où vas-tu ? À mort.
Qu’y faire ? Finir,
Ne plus revenir
Au coquin de sort.
Où vas-tu ? Finir.
Que faire ? Le mort
Traduzione in italiano:
Cosa fai? Di tutto
Cosa vali? Non so,
Presagi, prove,
Potenza e disgusto…
Cosa vali? Non so….
Cosa vuoi? Nulla, ma tutto
Cosa sai? La noia
Cosa puoi? Pensare
Pensare per mutare
Ogni giorno in notte
Cosa sai? Pensare
Per mutare la noia
Cosa vuoi? Il mio bene
Cosa devi? Sapere
Prevedere e potere
Che a nulla non serve
Cosa temi? Volere
Chi sei? Ma nulla!
Dove vai? A morte
A farci che? Finire
Non più ritornare
Alla porca sorte
Dove vai? Finire
Far cosa? Il Morto
Altre volte la poesia è come una sfida strema che opera come conflitto. E diventa l’orizzonte degli orizzonte lontani che ci procura le sue luci e offre profezie realizzate. E perché no, diventa una poesia clandestina, della memoria e della resistenza.
Ecco un poema di poeta greco Michalis Katsaros:
Il mio testamento.
Resistere
a colui che costruisce una piccola casa e dice: qui sto bene.
Resistere a colui che rientra a casa e dice: Dio sia lodato.
Resistere
al tappeto persiano dei condomini
all’ ometto dietro la scrivania
alla società d’ import-export
all’ istruzione di stato
alle tasse
a me stesso che vi parlo.
Resistere
a colui che per ore intere dal podio saluta le sfilate,
resistere al presidente del tribunale,
alle musiche ai tamburi e alle parate,
a tutti i congressi supremi dove chiacchierano
bevendo caffè i congressisti consiglieri,
a questa signora sterile che distribuisce
santini incenso e mirra
a me stesso che vi parlo.
(Michalis Katsaros – poeta greco.)
La forza della poesia è la metafora. Il linguaggio riporta una conoscenza relativa cioè non totale, non esatta. Esiste sempre una distanza cognitiva tra la comprensione dei significati e la conoscenza esperienziali dei significati. Questa distanza diventa ancora più grande quando i significanti linguistici trasmettono un senso senza rappresentare immagini o composizione d’immagini della realtà sensibile.

Quando Aristotele ha parlato di metafora ( da μετά = oltre e φέρω = io porto fatto. Paragone abbreviato, fatto mentalmente ma non espresso, per esempio sei una volpe = sei furbo come una volpe) voleva indicare la comprensione intuitiva della simbolica del linguaggio. Nella lingua esiste sempre il linguaggio figurato. E l’espressione linguistica passa dal polo iconico al polo astratto.
La poesia esprime sempre il rifiuto di esaurire la conoscenza nella sua formulazione. E questo perché l’uomo è una natura con accidenti. L’uomo è una natura con accidenti significa che c’è sempre un elemento che fa la differenzia dell’uomo. La differenza tra la logica concreta e del elemento fuori della logica concreta prende il significato di domanda, ovvero connette il soddisfa il bisogno con qualcun altro, fuori dalla lingua concreta.
Però oggi viviamo il rifiuto di identificare la comprensione dei significanti con conoscenza dei significati. La regia fra significato e significante non c’è. Il significato e il significante sono scomparsi, ma non a favore di una libertà aleatoria della parola, bensì a favore di una matrice chiamata codice. La reduplicazione dell’identico mette fine alla sua divisione. Dove era, l’Altro è giunto lo Stesso.
Perché succede questo? Ma perché le cose, i segni, le azioni vengono liberati dalla loro idea, dal loro concetto, dalla loro essenza, dal loro valore, dal loro riferimento, dalla loro origine, e dal loro fine, allora entrano in un’ auto-riproduzione all’ infinito. Oggi il significato dell’alterità diventa solo comparativo, cioè formale, perché l’altro è definito rispetto ad una data omotropia. Con altre parole l’altro diventa lo stesso. L’alterità oggi è diventata psicodramma, sociodrammatica, semiodrammatica, melodrammatica. E la poesia non ha la comprensione intuitiva della simbolica del linguaggio. Cosi possiamo dire che oggi la poesia cerca trovare un linguaggio figurato.
Apostolos Apostolou
Docente di Filosofia.
