“Tutto il problema della vita è questo: come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri.”
Da Il mestiere di vivere. Diario (1935-1950), Einaudi, Torino, 1952.
Ancora profondamente turbata dalla notizia appresa in questi giorni della perdita di Alessandra Appiano, una scrittrice sensibile e delicata, attenta alle sfumature dell’universo femminile e dotata di un’eleganza d’altri tempi, pur mantenendo un certo distacco dinanzi alle forme di curiosità o di speculazioni spicciole, ciò che mi sta a cuore comunicare, in questo editoriale, è la consapevolezza di quanto, in realtà, ognuno di noi, nella propria solitudine, combattendo quotidianamente con i propri tormenti e travagli interiori, non sia mai conoscibile e si avvalga necessariamente di armature che tentano di difenderlo e lo schermano dagli occhi di superficie. Oggi più che mai le parole di Cesare Pavese, poste in epigrafe. risultano quindi di un’attualità disarmante. La solitudine che attanaglia l’uomo, o anche il giovane, che ancor privo di punti di riferimento si trova a vivere spesso la propria parabola adolescenziale senza poter condividere con alcuno i dubbi e mille problemi che scaturiscono da questo percorso impegnativo, è sempre in agguato, pronta a insinuarsi, a fornire uno pseudo rifugio che finisce col diventare un’illusoria situazione di comodo. Paradossalmente, il problema della comunicazione si risolve frequentemente in una non comunicazione o meglio in una comunicazione artificiale o mediata che fondamentalmente alimenta ulteriormente il proprio stato di solitudine. La meditazione silenziosa si nutre a volte di fantasmi, di sogni irrealizzabili che diventano dominanti al punto da condurre ad una realtà alienata. Mi viene in mente un altro pensiero di Pavese che, nel suo Diario, scrive: “Passavo la sera seduto davanti allo specchio per tenermi compagnia” e mi fa pensare a quanto la solitudine possa assumere una strana caratteristica ambivalente. Spesso apprezzata perché offre giaciglio a riflessioni e pensieri rassicuranti, ma assai più spesso diventa un muro, assume contorni invalicabili che conducono inevitabilmente sulla strada di un solipsismo esasperato ed esasperante che sfocia in autentico isolamento, manipolato da una spirale di pensieri turbolenti e alienanti. Come non restare sconvolti, dunque, quando ci si accorge che, pur nella sconfinata libertà che offre l’universo della scrittura e dell’arte in generale, con la possibilità di inventare mondi e personaggi e farli diventare reali, intessere trame e creare paesaggi che si popolano di tante anime che parlano, vivono, soffrono, ebbene anche uno scrittore o un poeta o chiunque eserciti il suo speciale ingegno, in realtà è schiacciato dal peso della non comunicabilità, della solitudine? Come non comprendere che la fragilità dell’essere, spesso non rivelata, è insita nella precarietà stessa del vivere che, come Pavese vorrebbe intendere alla stregua di un mestiere, è un’arte che in realtà non si apprende e non appaga? Interrogativi che mi portano a concludere sfumando sulle parole di un poeta che amo da sempre e che scrive: “La solitudine è come una lente d’ingrandimento: se sei solo e stai bene stai benissimo, se sei solo e stai male stai malissimo.” (Giacomo Leopardi)
Maria Rosaria Teni
