
Lia Levi
Tra le pagine di Robinson, inserto domenicale de “La Repubblica” del 21 gennaio scorso, ho letto con grande interesse l’intervista realizzata da Antonio Gnoli a Lia Levi, una scrittrice di impareggiabile forza e alto spessore umano che ho avuto l’onore di incontrare nel 2014, durante una rassegna organizzata dall’ Associazione culturale “Viva Mente” di Novoli. Il mio interesse e la mia sorpresa mi hanno indotto a leggere con voracità tutto ciò che la scrittrice ha raccontato, sollecitata dalle domande del giornalista sempre puntuali e rigorose che hanno dato vita al ritratto di una donna, dall’apparenza fragile, ma dotata di un’energia straordinaria e di un carisma impressionante.
Oggi, a ottantasei anni, dopo aver appena pubblicato il suo ultimo libro per le edizioni e/o “Questa sera è già domani“, suscita emozioni e dolorose rievocazioni, arrivando dritta nel cuore di chi l’ascolta con una frase con cui inizia la sua storia: « Per un ebreo la memoria è uno strumento più forte e lancinante che in ogni altra persona», a voler significare il dramma di una storia subita e rimasta scolpita nella memoria in modo indelebile. Ho voluto, pertanto, riproporre l’articolo scritto durante il suo soggiorno a Novoli e, di seguito, l’intervista curata da Maria Rosaria Quarta, per rendere ancora più viva la sua testimonianza e la sua forza.
Incontro con Lia Levi e il suo romanzo”Il braccialetto”
La splendida atmosfera del Teatro Comunale di Novoli ha accolto con impareggiabile partecipazione la storia e la testimonianza di una donna di valore, Lia Levi che, con il suo romanzo “Il braccialetto”, presentato nell’ambito della rassegna “Aspettando Vitulivaria”, curata dall’associazione culturale “Viva Mente”, in collaborazione con il Comune di Novoli, ha commosso e coinvolto la platea, attenta ed emozionata. Dall’aspetto fragile ma nello stesso tempo volitivo e determinato, la scrittrice romana di origini piemontesi ha catturato soprattutto l’attenzione dei giovani studenti della scuola secondaria di primo grado dell’Istituto comprensivo di Novoli, presenti con le loro insegnanti ed il Dirigente Scolastico nonché del pubblico che, al termine, ha intessuto con l’autrice una sorta di dibattito sui temi rappresentati nello stesso romanzo.
Impressiona la forza di questa donna, testimone di una pagina di storia che tutti noi vorremmo non avere mai vissuto e che ci fa vergognare per le atrocità di cui si è macchiata; ebbene, Lia Levi narra con leggerezza, non soffocando però il dispiacere per la presenza di pregiudizi che, sebbene latenti, affiorano alla minima occasione per dimostrare una differenza che non è stata ancora superata. Mi ha colpito prevalentemente un punto del suo racconto, quando allude all’uso del “voi” usato da alcune persone che ha conosciuto durante la sua vita, con chiaro riferimento ad una razza, appunto quella ebrea, da indicare a parte. Ho notato in questo suo accenno una nota di innegabile fastidio che, con grande intelligenza, ha sempre gestito nel corso degli anni e che l’ha fatta diventare quella che poi è oggi.
Conversando con lei, si apprende l’importanza della vita e alla domanda che le ho posto: “Si sente diversa per essere ebrea? E’ fiera di esserlo? Quanto ha pesato il suo essere ebrea sulla scelta di fare la scrittrice?”, Lia Levi ha risposto con la sua esemplare semplicità: “Siamo tutti uguali e siamo tutti diversi. Non c’è alcuna ragione di essere fieri di quello che si è, se si è alti o bassi, se si parla un dialetto invece di un altro, e così via. Io sono ebrea, non ho ragione di esserne fiera né di vergognarmene. Sono bianca, sono ebrea, sono piemontese, sono italiana e vorrei che tutti potessero essere felici, sani, rispettati. La parola magica è proprio il rispetto. Essere ebrea non ha pesato sulla scelta di fare la scrittrice, ma mi ha fornito gli strumenti della mia scrittura, cioè i miei ricordi diretti o indiretti che poi hanno costituito spesso (non sempre) il fondamento di molti miei romanzi”. Le ho chiesto, inoltre, come mai si reca spesso nelle scuole ad incontrare i ragazzi e anche il motivo che la spinge a scrivere libri per bambini e adolescenti, e lei ha raccontato che scrivere per loro ha significato aprirsi a una dimensione nuova, interrogativa. “Negli incontri e nei racconti destinati ai bambini si mettono a fuoco soprattutto i sentimenti e con gli adolescenti si possono mettere a confronto anche le varie idee ed affrontare le debolezze umane”. Così ha concluso Lia Levi il nostro colloquio e mi ha salutato con un sorriso aperto, pulito, sereno, onesto. Una grande persona in una piccola donna. Grazie di cuore per questa lezione di vita!
Maria Rosaria Teni
Su invito dell’Associazione culturale “Viva Mente”, il 26 novembre 2014, nel teatro Comunale di Novoli, Lia Levi,scrittrice ebraica, laica, come ama definirsi, dialogando con Anna Lisa Bari, ha presentato “Il braccialetto”, edizioni e/o.
In questo suo ultimo romanzo, Lia Levi racconta la storia di un’amicizia che nasce in uno dei momenti più drammatici della storia d’Italia, come quello della caduta del fascismo che apre un periodo ancora più incerto e drammatico, che si conclude con l’occupazione dell’Italia da parte dei tedeschi.
Le vicende che hanno come protagonisti due ragazzini quindicenni, uno ebreo: Corrado, l’altro ariano: Leandro, occupano un arco temporale della durata di quaranta giorni e vanno dal 25 luglio al 16 ottobre 1943. L’amicizia che lega i due protagonisti, che appartengono a mondi sociali e culturali diversi, si rinsalda poco a poco e si basa sulla reciproca curiosità di conoscere l’uno il mondo dell’altro, fino a desiderare di prenderne il posto. Fattore comune che li lega è la solitudine , dovuta a diversi motivi: Corrado è costretto nel ghetto dove frequente la scuola ebraica, Leandro è lontano da casa , e vive presso una prozia, a Roma , per poter frequentare il liceo Visconti, tanto agognato dall’amico. Altro elemento che li unisce è l’insofferenza e la disistima nei confronti delle rispettive famiglie.
Terzo protagonista del racconto è il braccialetto, che appartiene alla madre di Corrado e che per quest’ultimo rappresenta il prezzo del riscatto da pagare ai tedeschi. Quando questi chiedono agli ebrei romani la consegna di 50 chili d’oro, per evitare la deportazione, il giovane protagonista pensa di poter riacquistare la possibilità di ritornare a frequentare il liceo statale ,che era stato costretto ad abbandonare dopo le applicazioni delle leggi razziali nel 1938. Ma scopre che il braccialetto non c’è più, in quanto i suoi, senza dirgli nulla, lo hanno già ceduto. La sua speranza si trasforma in delusione, amarezza. Alla fine del racconto si scoprirà che la verità non è quello che sembra.
Alla domanda di cosa abbia voluto trasmettere ai giovani raccontando la storia di un’amicizia che nasce in uno dei momenti più drammatici della nostra storia,tra due ragazzi che appartengono a mondi diversi, Lia Levi risponde che il messaggio è implicito in quanto l’amicizia tra i due, piuttosto che basarsi sulle uguaglianze, affronta attraverso la diversità un problema di identità e di accettazione delle sfumature della propria esistenza e del proprio modo di essere.
Riflettendo sull’attualità del valore dell’amicizia la scrittrice risponde che essa rappresenta un valore eterno ed è un bisogno e un sentimento a cui nessun uomo può sottrarsi. Ricorda inoltre che gli ebrei protagonisti dei suoi romanzi sono appunto quelli non deportati ,che sono riusciti a salvarsi dai campi di concentramento, proprio grazie ai solidi rapporti di amicizia.
Alla richiesta se sia possibile fare un paragone tra lo sterminio degli ebrei durante il nazifascismo e l’attuale rapporto conflittuale tra gli israeliani e i palestinesi,risponde che è semplicistico fare un parallelismo in quanto la questione arabo palestinese ha le tipiche caratteristiche della guerra, per quanto triste e crudeli queste possano essere. Mentre sul piano della logica e della storia il genocidio che ha coinvolto milioni di individui, durante il nazifascismo, ha risposto alle regole dello sterminio che travalicano quelle della guerra che coinvolge le popolazioni in un conflitto per motivi territoriali. Per un ebreo il certificato di nascita corrispondeva al certificato di morte. La logica dello sterminio era quella :m “ti ammazzo perché esisti”.
Alla motivazione della finalità della sua produzione letteraria, risponde che i suoi racconti vogliono essere memoria, perché, anche a distanza di settant’anni , non si perda il senso di un dramma che segnò, insieme alla storia dei popoli, le vicende di milioni di individui che videro negata la propria esistenza e sconvolta la propria vita. La Levi spiega che la forma del romanzo è quella più appropriata per raccontare le vicende storiche, filtrate attraverso i personaggi,con i quali per il lettore è più facile identificarsi.
Maria Rosaria Quarta




Un po’ di anni fa ho letto “La sposa gentile” che mi è piaciuto tantissimo.
Ha una scrittura coinvolgente ed è anche un’ottima conversatice durante le presentazioni. Una bellissima esperienza parlare con lei e ascoltare la sua storia!