IN PROSA E IN POESIA: “EMILIO SALGARI-Antieroe creatore di Eroi” – di Myriam Ambrosini

“La professione dello scrittore dovrebbe essere piena di soddisfazioni morali e materiali. Io invece sono inchiodato al mio tavolo per molte ore al giorno e alcune della notte e quando riposo sono in Biblioteca per documentarmi. Debbo scrivere a tutto vapore cartelle su cartelle e subito spedire agli editori, spesso senza avere avuto il tempo di rileggere e correggere”.
Chi, non conoscendone le tragiche vicende di vita, potrebbe immaginare che queste parole siano state scritte, nell’ultima fase della sua vita, da un leggendario scrittore quale Emilio Salgari?
Leggendo le sue opere – più di 80! – ci immergiamo rapiti nelle giungle della Malesia od assistiamo alle cruente battaglie ed all’arrembaggio di potenti Galeoni che solcano mari misteriosi, tra devastanti tempeste ed impensabili pericoli.
Pensando a Salgari vediamo un Sandokan che con la sua portentosa scimitarra fa stragi di nemici e combatte vittorioso con le tigri. Oppure, siamo accanto allo spericolato Corsaro Nero, attraversando mari tempestosi, impegnati in spericolate battaglie e donne da salvare e di cui poi innamorarsi.
Ma Emilio Salgari fu in realtà “un viaggiatore virtuale”, dove, chiuso, quasi prigioniero nella sua stanza, lasciava cavalcare soltanto la fantasia. Quella stanza dove scriveva costituì infatti per lui la sua prigione e la sua dannazione … Scrivere era l’unico mezzo per sopravvivere economicamente e far sopravvivere la sua numerosa e problematica famiglia.
Ma, prima di proseguire con le tante avversità che spinsero lo scrittore veronese in una sorta di imbuto senza uscita, prima di precipitare definitivamente nell’abisso, devo fornire almeno qualche nota biografica, utile proprio al fine di comprenderne la devastata psiche.
Emilio SALGARI era nato a Verona nel 1862. La sua era una famiglia borghese, non indigente, ma neppure ricca, il padre Luigi era infatti un commerciante di tessuti e la madre Luigia casalinga. Esordì come scrittore, ancora giovanissimo, nelle Appendici (allora molto in voga) dei giornali. La sua prima opera fu un racconto “I Selvaggi della Papuasia”, che già fa preasaggire la sua passione per i romanzi avventurosi e l’Oriente misterioso e selvaggio. Sempre a puntate pubblicò poi sul giornale “La nuova Arena”, il romanzo “La rosa dei Dong-Giang” a cui fece seguito “LE TIGRI DELLA MALESIA” (riedito come “LE TIGRI DI MONPRACEM). Ma, nonostante il successo, non ebbe quasi nessuno ritorno economico … Purtroppo una costante che si ripeté in tutta la sua vita e che, man mano, gli tolse entusiasmo e voglia di vivere.
Dal 1887 si susseguirono poi tutta una serie di eventi calamitosi, dapprima la morte della madre e due anni dopo il suicidio del padre. Con il matrimonio, avvenuto nel 1892, pareva avere inizio per Salgari un periodo sereno. La moglie, IDA PERUZZI, era infatti un’attrice di teatro di un certo talento. Con la nascita della prima figlia, Fatima, i due coniugi da Verona si trasferirono in Piemonte, dove Emilio aveva trovato un contratto con l’editore Speirami. Nel giro di pochi anni nacquero altri tre figli. Sempre in cerca di un nuovo, più generoso editore, di affidò poi ad Anton Dolath, che lo convinse a trasferirsi a Genova. Fu in terra ligure che dall sua feconda fantasia, nacque la figura di “IL CORSARO NERO”, ritenuto il suo capolavoro.
Nuovamente deluso, con la speranza di ottenere maggiori guadagni – il suo cruccio costante -, tornò a lavorare per l’editore Speirani e si trasferì con la famiglia a Torino.
Il 3 aprile 1897, su proposta della Regina Margherita di Savoia, Salgari venne insignito dalla Real Casa del titolo di “Cavaliere della Corona d’Italia”. Ciononostante la sua situazione economica non migliorò, anzi, quando la moglie iniziò a dare segni di follia, peggiorò notevolmente, poiché per non ricoverarla in una “fossa dei serpenti”, come erano i manicomi di allora, per pagare cure costose, assommò debiti su debiti. Nel 1910 la salute mentale della donna peggiorò però a tal punto che fu comunque costretta ad entrare in manicomio.
Già da questo quadro famigliare si può comprendere quali difficoltà lo scrittore veronese dovesse sopportare, sempre poi – d’altronde come accade per molti artisti, che siano scrittori, pittori, musicisti, ecc…- vampirizzato dagli Editori. I contratti di lavoro obbligarono infatti Salgari a scrivere almeno tre libri l’anno e, per mantenere i ritmi – ispirato o no che fosse, debilitato e affranto o meno – almeno tre pagine al giorno. Per arrotondare il magro stipendio, accettò anche di dirigere un periodico di viaggi. Per combattere lo stress fumava 100 sigarette al giorno e beveva un bicchiere di marsala dietro l’altro. Purtroppo tuttavia cadde in un profondo esaurimento nervoso.
Non solo non guadagnava abbastanza, ma non era nemmeno considerato nei circoli culturali dell’epoca. Da qui la discesa verso l’inferno, con diversi tentativi di suicidio – clamoroso quando si gettò sopra una spada e fu salvato in extremis dalla figlia Fatima.
Nell’ultima intervista che Salgari concesse a “IL MATTINO DI NAPOLI”, l’inviato Antonio Casucci, ne percepì “il mal de vivre” e dichiarò di aver già respirato in casa un’atmosfera come minimo triste e malinconica.
Salgari era ormai al capolinea della sua vita, che avvenne il 25 aprile 1911. Uscì infatti di casa, prendendo il suo solito tram, ma con in tasca un rasoio. Raggiunto un posto isolato ai “Burroncelli’ del bosco di San Valentino, presso Villa Ray, si calo’ in una buca, che aveva già precedentemente scavato, e si tagliò il ventre e la gola. Così, per puro caso, lo trovò il giorno dopo una lavandaia – Luigia Chirico – che era andata a fare legna nel bosco di San Valentino.
Una sorta di moto di orgoglio – se così vogliamo definirlo – fu il modo atroce che aveva scelto per suicidarsi e la postura da lui assunta, e cioè “IL SEPPUKU” (con gli occhi rivolti al sole che sorge), come avrebbero fatto gli Eroi della sua fantasia.
Viaggiatore virtuale fu dunque definito, ma grande approfonditore di testi nelle Biblioteche più rappresentative delle città dove aveva vissuto, al fine di reperire informazioni esatte e dettagliate dei luoghi, ambientazioni dei suoi libri, nonché della storia e dei costumi in cui si muovevano i suoi personaggi.
Mi auguro che almeno la sua straordinaria fantasia – persino profetica nel romanzo “LE MERAVIGLIE DEL DUEMILA” – gli abbia regalato un po’ di gioia e l’ombra eroica di SANDOKAN e del CORSARO NERO l’abbiano forse a volte sostenuto.
Per il rimanente, per Salgari vi fu soltanto la lotta impari tra il suo genio e la misera avidità di chi, senza scrupoli e pietà, l’ha sino alla fine sfruttato. Ecco infatti, in calce a questo articolo – che, da scrittrice, non nego abbia procurato sofferenza anche a
me – le ultime parole che Salgari lasciò scritte (oltre alle 13 lettere che editori ed amici negarono di aver ricevuto, insieme alle tre scritte ai figli, dove avvertiva dove potevano ritrovare il suo corpo):
“A voi che vi siete arricchiti con la mia pelle, mantenendo me e la mia famiglia in una continua semi-miseria ed anche di più, chiedo solo che per compenso dei guadagni che vi ho dato, pensiate si miei funerali. Vi saluto, SPEZZANDO LA PENNA!”
Emilio SALGARI riposa ora nel PANTHEON del cimitero di Verona.

MYRIAM AMBROSINI

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Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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1 risposta a IN PROSA E IN POESIA: “EMILIO SALGARI-Antieroe creatore di Eroi” – di Myriam Ambrosini

  1. Avatar di valdevitsilvio valdevitsilvio scrive:

    Due righe perché al “mi piace” desidero almeno aggiungere “un molto”. Complimenti all’autrice per come in modo partecipato ha descritto la travagliata vita di Salgari, le sue peripezie per vivere lui e la sua famiglia, con la moglie così malata. Peripezie nei suoi libri e vissute sulla sua pelle.

    Spero che nelle scuole si parli in questo modo della vita dello scrittore, cosicché le sue mirabili opere possano essere ancor più apprezzate, amate anche per tutta la fatica che sono costate e mal pagate. Questo articolo che bella ora di storia e di italiano se venisse dibattuto! Grazie dottoressa Ambrosini.

    Silvio Valdevit Lovriha

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