In questo articolo, Silvio Valdevit Lovriha porta sulle pagine della nostra rivista la figura del regista Giuseppe Taffarel, autore, tra l’altro, di un breve documentario intitolato “Fazzoletti di terra“, visibile su You Tube e ai suoi tempi trasmesso da RAI 3.
Scrive l’autore: «Dopo la metà degli anni ’50 del secolo scorso ero alla Camera del Lavoro di Vittorio Veneto e Giuseppe Taffarel spesso veniva in sede a salutare i suoi due amici locali: Pietro Dal Vecchio, Segretario, e Sergio Marchesin che era, oltre che sindacalista, anche pittore e scrittore. Ho avuto l’occasione di rivederlo dopo tanti anni a Pordenone, invitato da “Cinema zero” per parlare dei suoi documentari.
“Fazzoletti di terra” fa vedere, con immagini molto significative, la dura impresa di una coppia di anziani impegnati letteralmente a strappare dalla roccia un fazzoletto di terra da seminare, per ricavare un minimo di reddito e sopravvivere. Ambientato nella veneta Val Sugana, allora terra di emigrazione e di grande miseria, si vede il marito far brillare le mine per spaccare la roccia e, con l’aiuto della moglie, spostare pesanti massi per costruire il muretto a secco di delimitazione e di contenimento della terra.
Terra portata lassù in alto in pesanti sacchi sulle spalle dell’ormai anziana donna. Il tutto senza quasi mai parlarsi, comprendendosi a cenni sul da farsi.
Le inquadrature ravvicinate sono davvero toccanti, imperdibili.
Si rimane sbalorditi da quanto l’uomo abbia dovuto [e ancora debba] faticosamente lavorare per ottenere onestamente un pezzo di pane, per proseguire la sua povera esistenza. Non si vedono sorrisi, ma non manca la fierezza di essere nel giusto, di tenere la schiena dritta.
Alla fine i due protagonisti si vedono vestiti a festa. È per l’importante occasione della discesa annuale a valle, in quel di Bassano del Grappa, per portare i fiori sotto l’albero dove è stato ucciso impiccato il loro figlio partigiano, uno dei trentuno impiccati dai nazifascisti negli alberi del Viale dei Martiri.
Quanto fin qui scritto rende conto solo in minima parte della straordinaria bellezza di questo delicato documentario, considerato dai critici un assoluto capolavoro. Spero sia perciò visto da tante lettrici e lettori, magari stimolati a vedere anche altri documentari di Giuseppe Taffarel.
Per esempio, “Via Crucis” e “Il ritorno di Barba Giovanni” che trattano della nostra emigrazione nelle miniere di mezza Europa, con la conseguenza della silicosi; “L’ultimo contadino” con la parte assegnata a sua figlia bambina che mangia quasi sempre solo pane e latte; “La montagna del sole” con la slitta che durante le riprese si rovescia e Taffarel che decide di non cancellare le immagini, reputandole più che mai veritiere. Il documentario “Le Nerte” col carretto tirato a mano per vendere mestoli, rastrelli, zoccoli di legno e altri articoli artigianali, magari da barattare con sale, con olio, con zucchero e altri simili generi alimentari, mancanti alla gente di montagna. Il documentario commissionatogli da Enrico Mattei sul villaggio turistico dell’ENI. Quelli su “Il confino di Cesare Pavese” e “Udine città del Tiepolo“.
Per concludere un breve accenno alla sua biografia:
Giuseppe Taffarel nacque a Vittorio Veneto il 1°marzo del 1922. Ventenne va a Roma per frequentare l’Accademia nazionale dell’arte drammatica.
Partecipa alla lotta partigiana nella divisione garibaldina “Nino Nannetti” che operava nella foresta del Cansiglio e fa amicizia con altri due combattenti che poi diventeranno famosi: Rodolfo Sonego sceneggiatore dei film di Alberto Sordi e il pittore Emilio Vedova. Finita la guerra partecipa come attore a una ventina di film, a cominciare dal film “Achtung Banditi” diretto da Carlo Lizzani con principale protagonista Gina Lollobrigida. Quindi si dedica alla regia dei documentari da lui definiti “la sintesi della sintesi”, paragonati ai film. Giuseppe Taffarel muore nella sua Vittorio Veneto il 9 aprile 2012, un mese dopo aver compiuto 90 anni.
Finisce una esistenza dedicata a fissare magistralmente svariate immagini del passato per aiutarci a vivere coscientemente il futuro».
Silvio Valdevit Lovriha
