Ancora una volta il mare diventa parte della Storia, restituisce uomini che questa volta sono vivi e pronti a dare un sollievo a disperati che ogni giorno cadono sotto i bombardamenti e le atrocità di una guerra che continua implacabile nel folle proposito di devastare e annientare. Tanti sono i racconti che hanno visto il mare teatro di tragedie. Corpi rigettati sulla sabbia, tra alghe e rifiuti, disgraziati senza terra, in balia delle maree, ma ancor di più di schiavisti di nuova generazione che si nutrono di meschine ricompense in cambio di una promessa di vita nuova. Nella storia dell’umanità, il mare è stato teatro di battaglie, di commerci, di scambi economici e culturali, con eventi che si sono stratificati in varie epoche, portando a nuove scoperte, allargando i confini di territori e determinando il destino di civiltà, attraverso l’esplorazione e la navigazione. Oggi il mare vive un’altra storia, un capitolo importante che riguarda un momento drammatico per una popolazione che è ormai allo stremo e diventa una sorta di collegamento che permette a volontari di 44 paesi di organizzarsi in una missione non governativa che ha come obiettivo manifestare solidarietà alla popolazione palestinese della Striscia di Gaza; un’operazione rischiosa, perché si avvia verso zone il cui pericolo è sempre più alto, che tenta di rompere il blocco navale su Gaza per portare aiuti, cercare di arginare una carestia che rischia di sterminare l’intera popolazione. Global Sumud Flotilla rappresenta un messaggio di resistenza, di dignità e traghetta l’invito a sollecitare l’opinione pubblica per fermare ciò che ormai è “genocidio” senza “se” e senza “ma”. “Sumud” è una parola araba, un “tropo” che simboleggia la capacità di resistere, la forza di tener duro, di sopportare tutto di fronte alle avversità; esprime uno stato mentale, una prassi politica del popolo palestinese nel considerare la Resistenza come radicamento, secondo quanto riporta lo scrittore palestinese Yousef Elqedra che spiega nel dettaglio questa capacità di rimanere aggrappati alle proprie radici, nonostante tutto. D’altro canto la tenacia è la forza di un popolo avvezzo a vivere con il costante senso di straniamento, di fronte ad una secolare non accettazione e diffidenza che accresce il disagio e la paura. Ancora una volta le testimonianze di uomini come Elqedra confermano quanto sia importante raccontare la Storia attraverso la scrittura, anche per tentare di esistere e resistere in un tempo in cui vita e morte sono istantanee dai contorni sfumati e dove solo la parola, forse, può essere lo strumento che si oppone all’oblio, muovendosi tra storie ferme in un momento incerto, nel tentativo di raccontare le storie di chi non c’è più, facendo rivivere pezzi di esistenza frantumati dalle urla delle armi. La forza della parola come tentativo di salvezza diventa così una sfida e dunque deve essere messa a tacere, motivo per cui anche la libertà di stampa è soffocata e diventa un mero ricordo. Un altro ignobile aspetto di questa guerra spietata è la lotta contro i giornalisti: dall’inizio del conflitto ad oggi sono stati uccisi almeno 246 inviati; è stata spenta la loro voce, silenziato ogni pericolo di far sapere ciò che accade in un angolo di terra dove ogni diritto ormai è scomparso dal vocabolario e dove domina un potere accecato da una dissennata corsa verso la conquista di una meta ambita da tempo. Una lotta che è diventata ormai una delle questioni più complesse del nostro tempo, ha attraversato tante fasi fino a raggiungere oggi un apice cruciale. Manca tutto in un paese che deve affrontare la paura delle bombe, dove i bambini non hanno futuro e si muore per fame e per sete. Nel suo ultimo libro, “Sparare a una colomba”,[1] David Grossman si immerge nella vicenda conflittuale da uomo, non solo da scrittore, per difendere l’assoluto valore della libertà e della dignità sostenendo decisamente che “la situazione è troppo disperata per lasciarla ai disperati”. Non si può rimanere distaccati, non si possono diramare le solite comunicazioni di temporeggiamento e diplomazia spicciola perché è troppo tardi: si è andati oltre quei pur sempre ignobili limiti che travalicano il rispetto per l’essere umano e oltre tutto ciò che può essere sopportabile. Vorrei concludere con una frase di Gandhi, che mi ha impressionato per la sua profondità: “Un uomo può uccidere un fiore, due fiori, tre… ma non può contenere la primavera”. Anche perché, come riflette Oriana Fallaci «[…] Quasi niente quanto la guerra, e niente quanto una guerra ingiusta, frantuma la dignità dell’uomo».[2]
Cosa significa essere poeta in tempo di guerra?
Significa chiedere scusa,
chiedere continuamente scusa, agli alberi bruciati,
agli uccelli senza nidi, alle case schiacciate,
alle lunghe crepe sul fianco delle strade,
ai bambini pallidi, prima e dopo la morte
e al volto di ogni madre triste,
o uccisa!
Cosa significa essere al sicuro in tempo di guerra? Significa vergognarsi,
del tuo sorriso,
del tuo calore,
dei tuoi vestiti puliti, delle tue ore di noia,
del tuo sbadiglio,
della tua tazza di caffè,
del tuo sonno tranquillo,
dei tuoi cari ancora vivi, della tua sazietà,
dell’acqua disponibile, dell’acqua pulita,
della possibilità di fare una doccia,
e del caso che ti ha lasciato ancora in vita!
Mio Dio,
non voglio essere poeta in tempo di guerra.
Hend Joudah
Traduzione dall’arabo di Nabil Bey Salameh
AA. VV. Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza, a cura di A. Bocchinfuso, M. Soldaini, L. Tosti, Fazi ed.,2025
[1] D.Grossman, Sparare a una colomba, Mondadori, 2024
[2] O. Fallaci, Niente e così sia, Rizzoli, 2018
