Border-Line: Globalizzazione e poesia dialettale – a cura di Cipriano Gentilino

La globalizzazione, fenomeno complesso e ambivalente, ha ridefinito le dinamiche economiche, culturali e sociali del nostro tempo. Il suo impatto sul linguaggio e sull’immaginario collettivo è profondo: da un lato ha facilitato l’accesso a una molteplicità di contenuti, rendendo più fluida la circolazione delle idee; dall’altro ha innescato una tendenza all’omologazione linguistica e culturale, spingendo verso l’adozione di codici comunicativi standard, veloci, efficienti, globali. Nel campo della lingua, questa tendenza si manifesta nella crescente marginalizzazione delle varietà locali e dei dialetti, spesso ridotti a reliquie del passato, lingue “inutili” perché non spendibili nel mercato. La lingua globale – veicolata dall’inglese commerciale, dal gergo digitale, dalla semplificazione algoritmica – diventa il modello dominante. Ma questo stesso modello, proprio perché astratto, neutro, transnazionale, tende a svuotare le parole di radicamento e di esperienza. È una lingua che comunica molto ma dice poco. Eppure, in questa tendenza apparentemente irreversibile sul piano linguistico, una area costruttiva e positiva di resistenza è rappresentata dalla poesia dialettale italiana che si fa sentire non come folklorismo o nostalgia, ma come controcanto. Come gesto politico, culturale, esistenziale nello spazio del confronto border-line tra due modi e due mondi che, anche sociologicamente, si stanno confrontando. In questo quadro, le parole di Pier Paolo Pasolini si fanno ancora profetiche. Già negli anni Cinquanta e Sessanta, Pasolini denunciava infatti l’effetto devastante dell’omologazione culturale portata dal consumismo e dalla televisione. A suo avviso, non era più la cultura borghese a dominare, bensì una nuova cultura subdolamente totalitaria, fatta di slogan, di merci, di valori prefabbricati. La vera perdita, secondo Pasolini, non era solo linguistica ma antropologica: la distruzione delle culture popolari locali, dei dialetti, dei gesti, delle visioni del mondo. Nel suo Discorso su alcune tendenze della poesia dialettale, Pasolini afferma: “La poesia dialettale, oggi, non è residuo ma reazione; non è passatismo ma polemica. Essa si fa carico, a suo modo, della tragedia moderna: è una forma di coscienza critica.” In quest’ottica, scegliere il dialetto per fare poesia oggi significa opporsi a un sistema che appiattisce le differenze e neutralizza i conflitti. Significa restituire voce all’invisibile. Non a caso, molti tra i più significativi poeti contemporanei hanno scelto il dialetto come strumento di verità. Pensiamo a Nino De Vita, che nella lingua siciliana di Marsala costruisce un universo dolente e meridiano, dove la memoria dei genitori, della miseria, della guerra e dell’amore infantile si fa canto di pietra. E ancora, Franco Loi, che nel suo milanese arcaico e carnale ha saputo raccontare la città, la fabbrica, i morti e i santi con un’epica quotidiana. Scrive in Stròlegh:

A-i vegn föra i mort
cume in d’on film in bianc e negàr,
i sta lì a vardamm
con i öcc come sassi…

Vengono fuori i morti
come in un film in bianco e nero,
stanno lì a guardarmi
con occhi come pietre…

Questo dialetto non è “color locale”. È lingua che graffia, che pulsa, che pone domande. È un modo di stare al mondo.

E lo stesso Pasolini fu un grande poeta dialettale. Nel suo friulano rivissuto trovò un luogo altro, un altrove linguistico in cui raccontare la passione e il sacro, la carne e il mito, l’eros e la colpa. I suoi Versi in dialetto sono insieme lamento e invocazione, rito e rivolta. In un’Italia che stava cambiando troppo in fretta, Pasolini tornava a Casarsa, alla lingua della madre, come a una terra promessa:

“A sera, sul là dal mur,
la lune a splenda e il ciamp
al sbrega come on plànc”

“La sera, oltre il muro,
la luna splende e il campo
si lacera come un pianto”

In questi versi non c’è solo lirismo. C’è una concezione tragica della modernità: una lacerazione tra il sacro e il profano, tra natura e artificio, tra madrelingua e lingua madre. Il dialetto diventa così l’ultimo baluardo di un’umanità ancora viva, ancora capace di sentire, di piangere, di credere.
In un mondo dove tutto cambia a ritmo accelerato, la poesia dialettale ci ricorda che esistono parole lente. Parole che hanno bisogno di radici, di tempo, di silenzio. Parole che non vogliono vendere nulla ma soltanto raccontare. Il dialetto, in poesia, è una forma di utopia realistica: ci mostra che è ancora possibile dire pur con una voce fragile ma ostinata. Una voce che non si arrende. E concludiamo con una delle più intense poesie in friulano di Pasolini, tratta da La meglio gioventù:

Me paìs

(Pier Paolo Pasolini, 1941)

Là in là da lis cjanilis neri,
ce intal cjanâl di un scur,
al è il me paìs:
une strie di cjasutis neri
come lusignis netis…

Al è il me paìs:
par un puar di fum,
par une aghe incjaninade,
par un ciamp,
al è un cjanâl di vite.

Il mio paese

Là in fondo, oltre le siepi nere,
come in un canale d’ombra,
c’è il mio paese:
una fila di casette nere
come rondini nette…

È il mio paese:
per un po’ di fumo,
per un’acqua increspata,
per un campo,
è un canale di vita.

In quel “canale di vita”, dentro il buio, scorre ancora la poesia. E quella poesia, anche se scritta in una lingua minoritaria, parla per tutti. Per chi cerca un rifugio. Per chi resiste. Per chi sogna ancora un mondo con più voci.

Bibliografia essenziale

  • Pier Paolo Pasolini, La meglio gioventù, Guanda, 1954
  • P.P. Pasolini, Saggi sulla letteratura e sull’arte, Meridiani Mondadori, 1999
  • Neobar, Rubrica mensile di poesia dialettale . WordPress 2025
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2 risposte a Border-Line: Globalizzazione e poesia dialettale – a cura di Cipriano Gentilino

  1. Avatar di valdevitsilvio valdevitsilvio scrive:

    Egregio dott.Gentilino, ho pescato questa e gliela invio. È uno dei tanti comunicati che scriveva Pasolini e affiggeva. Suoi primi passi. Buona sera Silvio Valdevit Lovriha

  2. Avatar di valdevitsilvio valdevitsilvio scrive:

    Egregio dott.Gentilino, mi ha fatto gran piacere leggere quanto ha scritto di Pasolinj. Ciò anche perché abito a S.Vito al Tagliamento, nella frazione di Prodolone confinante con S.Giovanni di Casarsa. Luoghi che Pasolini ha frequentato intensamente e materia di sue poesie e romanzi. Le confesso che quando mi inoltro per le stradine di campagna mi pare di sentire la sua presenza, come ne siano rimaste impregnate delle sue scorribande. Ma queste righe ho pensato di inviarle specie per fermarmi un momento sulla poesia dialettale e suoi autori. In questi giorni mi trovo in vacanza ad Andreis, un paesino collinare di duecento anime in Val Cellina (Pn), che ha dato i natali a Federico Tavan(1949 – 2013 ) poeta dialettale friulano con particolarità andreana. Federico fin da giovane [ ha perso la mamma che aveva 16 anni ] ha avuto seri problemi di disagio mentale, con varie ricoveri anche in centri di salute mentale. Le sue poesie spontanee sono un palese riflesso della sua condizione, delle sue sofferenze. Mi è venuto di fare questa considerazione: fin che era in vita, salvo la stima dei suoi lettori, era sovente deriso dalla gente. Adesso sul piazzale della chiesa c’è un gran murales che lo raffigura, la sua modesta abitazioni è meta dei turisti, nelle strade del paese sono dappertutto riprodotte sue poesie. Come cambiano le cose! Eccone una sua poesia e la sua traduzione: ” Al podeva capitate anch a ti/ nascer t’un pignaton/ tra rovat e rufignes/ de stries cencia prozes/ e al dolor grant de na mare./ Me soi cjatat a’ passa/ de ste bande.” ” Poteva capitare anche a te/ nascere in un pignatone/ tra rospi e intrugli/ di streghe senza processo/ e addolora grande di una madre./ mi sono trovato a passare/ da queste parti”. Sperando che tutto funzioni, dato che quassù le connessioni sono ballerine, le invio qualche foto attinente: il murales, il poeta Federico Tavan assieme allo scrittore bosniaco Predag Matvejevic, sue poesie affisse ai muri delle vie. Le chiedo scusa per l’incursione e le porgo cordiali saluti Silvio Valdevit Lovriha

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