“La Resistenza” di Alessandro Martella

Oggi vorrei proporre ai lettori della nostra rivista  un articolo di un giovane studente, Alessandro Martella,  nato a Lecce il 27/12/2006, che frequenta il quinto anno del liceo classico Palmieri. Ha partecipato alle olimpiadi di filosofia, classificandosi primo all’interno della scuola e la sua docente, Prof.ssa Gabriella Petrelli, lo ha segnalato inviandoci questa ottima riflessione sulla resistenza,  che merita veramente un sincero apprezzamento. Le giovani generazioni meritano di essere ascoltate quando esprimono le loro considerazioni e fanno sentire la propria voce; solo così la memoria non si trasformerà in un ramo secco o in inutile rituale. Auguriamo ad Alessandro che questo sia il primo di tanti interventi e spunti per analizzare e vivere consapevolmente la nostra Storia.

Da 80 anni il 25 aprile è una data storica per il nostro paese. Una data che sarà difficile dimenticare, ma che occorre ricordare però nel modo corretto, anzi nel modo reale. Il 25 aprile non è solo la storia di un paese che rinasce dalle sue ceneri, è la storia di popolo che, smettendo di obbedire, inizia a scegliere; è la storia di una ferita che diventa coscienza. Oggi, 80 anni dopo, quella ferita non smette di sanguinare nel tentativo di ricordarci il grido di un popolo che ha saputo disobbedire per poter decidere da sé, trasformando la propria casa in una frontiera di lotta e sangue. La domanda da porsi è dunque una sola. Che cosa ci resta oggi del 25 aprile? Che cosa dobbiamo ricordare dalla memoria e conoscere dalla storia? Quest’ultimo interrogativo appare alquanto banale, in una giornata in cui si grida alla rimembranza e alla reminiscenza del passato, ma la verità è che il ricordo è zoppo senza la conoscenza oggettiva ed è cieco se supportato dalla sola retorica. Proprio la retorica difatti ha contribuito nel corso di questi 80 anni ad appiattire un avvenimento così importante come la resistenza dei partigiani italiani. La finitezza del convenzionalismo ha ucciso il chiaroscuro di una storia così ricca e questo, insieme a tanti altri fattori storici, ha dato vita ad una visione odierna in cui la storia si intreccia con la memoria. Che cosa dobbiamo indagare dunque in questo dualismo? Cosa bisogna approfondire per conoscere e cosa per ricordare? Il professore dell’università di Siena, Marcello Flores, in un suo saggio dal titolo “Storia della Resistenza” sottolinea proprio il problema critico legato al rapporto tra questi due elementi, ma soprattutto mette luce su quali sono state le conseguenze storiche nate da una mescolanza tra storia e memoria. Questa commistione ha origini antichissime, tanto da potersi definire come forse intrinseca alla storia dell’uomo. Per dimostrare ciò è sufficiente tornare a quegli anni di guerra e lotte intestine che ci hanno portato alla formazione di una sana e robusta identità costituzionale, o almeno così ci è sembrato. All’alba del 26 aprile 1945, l’Italia affronta il proprio passato fascita in modo particolare ed unico, differenziandosi da ciò che avverrà in Germania negli anni a seguire. Per l’Italia, la memoria della resistenza diventa il punto di partenza per il fondamento di uno stato nuovo e consapevolmente antifascista. La stessa unità repubblicana della resistenza però ingloba e riflette in sé una frammentarietà ideologica che nel mito della resistenza vedeva finalità differenti. Come suggerisce lo storico e partigiano italiano Claudio Pavone, in un suo saggio del 1991 intitolato: “Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della resistenza.”, dalla fazione del grande calderone partigiano, si combatterono in realtà tre guerre. La prima è una guerra di liberazione nazionale, che la resistenza italiana combattè contro l’occupazione nazista della RSI (con questo si potrebbe aprire dunque un’ampia digressione su come in realtà questa sia stata una vera e propria guerra civile europea e non solo italiana). La seconda fu una guerra civile, ovvero quella combattuta dai partigiani contro i fascisti in anni di lotte intestine. Ed infine la guerra tra classi, ovvero quella che portò in conflitto il proletariato contro le classi dominanti. Questa chiara frammentazione bellica, ma soprattutto la forte parcellizzazione ideologica che si annovera nella “resistenza”, ha portato sicuramente ad una rivincita sul nazi-fascismo, ma al tempo stesso ha posto le basi per la formazione di un’identità costituzionale imperniata su altrettante ideologie. Dunque la caratterizzazione storica di questo fenomeno si costituisce proprio in una successiva commistione tra storia e memoria. L’intreccio dell’una con l’altra ha fornito gli strumenti necessari per fondare un’identità costituzionale apparentemente forte, ma che in realtà cela delle fragilità uscite fuori solo negli ultimi anni. La memoria in Italia ha coperto le responsabilità storiche e le riflessioni critiche che in qualche modo prima o poi si sarebbero rese necessarie per un progresso a lungo termine di coscienza civile. Questo invece non è accaduto. Il repentino cambiamento da monarchia a repubblica, da oppressione a libertà, da imposizione a scelta ha portato l’Italia e gli Italiani, ad una consapevolezza acerba della libertà. Questo ha influito notevolmente sulle generazioni avvenire che con il passare del tempo hanno perso il contatto con quegli anni di lotta e opposizione. Inevitabilmente si arriva così ad un divario conoscitivo che come risultato produce una discrepanza storica, una distorsione del passato che attacca pericolosamente il nostro presente e minaccia il nostro futuro. A questa identità costituzionale chiaramente disgregata dalle ideologie, si oppone invece la lenta e coscienziosa conquista identitaria tedesca. La Germania infatti ha subito un processo praticamente opposto a quello italiano nel proprio dopoguerra. In quel continuo ed inevitabile scontro tra storia e memoria di cui parlavamo sopra, la Germania ha preferito rompere inizialmente il legame con la memoria, cancellando il passato di crudeltà nazista e rifiutando di identificarsi nello stesso popolo che aveva fino a quel momento sostenuto le atrocità del Fuhrer. Comincia così un ventennio di occultamento e rimozione della memoria di pochi anni prima. Occultamento che ineluttabilmente porta così molti dei fautori di quegli orrori nuovamente in cariche istituzionali più o meno rilevanti con la mera giustificazione di dover costruire un baluardo capitalista contro l’avanzata comunista. Così la lenta “De-Nazificazione” arriverà a fare un altro passo in avanti solo nel 1963-1965, quando con il processo di Auschwitz a Francoforte si torna finalmente a parlare pubblicamente di sterminio. Inoltre le numerose proteste sul finire del decennio hanno contribuito all’avvio di un percorso di ricostruzione oggettiva e critica, separando finalmente la storia dalla memoria senza il filtro delle ideologie politiche presenti. La Germania arriverà poi solo alle soglie del nuovo millennio al termine di questo decorso di consapevolizzazione storica, diventando così un modello europeo di elaborazione del passato con la sua “Vergangenheitsbewältigung”, ovvero il termine figlio di questa responsabilità politica che in tedesco indica il “fare i conti con il passato”. Dunque rispetto alla lenta parabola di responsabilità storica tedesca, in Italia si è attraversata un’involuzione opposta che ha portato, alla stessa fine del XX secolo, ad una regressione politica e culturale condivisa, giunta al suo picco deteriore proprio nei nostri giorni. Non è un caso infatti che proprio nuovamente la storia e la memoria si stiano unendo, tratteggiando attraverso il mezzo della memoria, un quadro storico pericolosamente soggettivo che mina ad imprigionarci in un antico mito. L’arma per combattere questo temibile fenomeno risiede dunque nel conferire nuovamente una valenza civile e politica alla Resistenza evitando di cadere di anno in anno nella ripetizione di un mero esercizio retorico. Oggi più che mai, la sfida non è solo ricordare il 25 aprile, ma comprenderlo nella sua complessità, senza lasciarsi sedurre dalle semplificazioni o dai miti. Solo così possiamo evitare che la storia diventi un’eco sbiadita e la memoria un rito vuoto. La libertà non è un dono da tramandare, ma una frontiera da presidiare ogni giorno, esposta al vento dell’oblio e alle intemperie della disinformazione.
Alessandro Martella

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Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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