
“Il punto di vista” di Mariantonietta Valzano
Come sempre premesso che queste sono solo riflessioni e spunti di riflessione, voglio fare una analisi di ciò che è accaduto nelle recenti elezioni statunitensi. Non sono un politologo/a, ma da cittadina, esercito come tanti il mio spirito critico e quello che ritengo sia evidente è che non è stata una vittoria della destra populista, come tanti dicono, trumpiana, ma un sconfitta plateale di una ideologia e una politica deludente dei democratici che, come nel resto del mondo, non riescono proprio a comprendere che lo scollamento con la base elettorale, con i suoi bisogni, con i suoi problemi, rende i principi vuoti e vacui, poiché se non si mette insieme un pranzo con la cena a nulla valgono i diritti che sono e restano sacrosanti.
L’inflazione percepita, la crescente insicurezza del posto di lavoro che fa percepire i migranti come una minaccia, le condizioni di chiusura e talvolta grosse difficoltà dell’America profonda, per intenderci gli stati del Midwest e del Sud a contatto con la frontiera messicana, sono stati una delle ragioni che hanno portato alla sconfitta di Kamala Harris. Per inciso, io non credo che la vicepresidente di Biden potesse fare di più o meglio, non nelle condizioni da cui è partita. Anche alcuni autogol, per così dire, poteva evitarli, come ad esempio le ha giocato contro l’endorsement dei vari attori e artisti di Hollywood, che sono stati percepiti come un’élite ricca e radical chic. Tuttavia, si deve ricordare che la candidatura della Harris è arrivata dopo un lungo braccio di ferro tra il partito democratico e Biden; forse si sarebbe dovuto giocare d’anticipo e di buon senso nei quattro anni precedenti, costruendo la candidatura di Kamala giorno per giorno, come molti si aspettavano, senza offrire quel triste e un poco scaltro teatrino dell’investitura della sua vice da parte del presidente uscente.
Ma fin qui è tutto molto ovvio e semplicistico se non fosse per quelle due parole che poco fa ho attribuito all’inflazione e alla insicurezza e cioè la “percezione”. Attualmente, su base annua è del 3% scarso; un dato molto basso rispetto al passato, ma le famiglie non lo vivono come tale per il lavoro che viene retribuito poco e che negli ultimi mesi sta arrestando quasi la sua crescita. Secondo i dati del Sole 24 ore del primo novembre si sono incrementati solo 12 mila posti di lavoro e su scala della popolazione statunitense è molto poco.
Bisogna anche ricordare che il popolo a stelle e strisce non ha un servizio sanitario nazionale né una fitta rete di tutela del welfare statale e tanto meno un risparmio pro capite che viene altamente scoraggiato a vantaggio della circolazione del denaro per far crescere l’economia, per cui tutto dipende dal lavoro. Ciò significa che se si ha un lavoro si può avere una assicurazione sanitaria, un mutuo e il credito per la tutela dei malati e i più fragili; in caso contrario l’intervento dello Stato è limitato ai mini standard che non sono sufficienti a risolvere i problemi degli americani.
Aggiungiamo che la delocalizzazione avversata dai dazi di Trump ha impoverito, come in Italia del resto, le retribuzioni e la qualità del lavoro stesso; pertanto, accanto alla nascita di nuovi mestieri poveri come ci sono anche nel nostro paese, cioè lavori che vengono retribuiti poco con poche o niente tutele, ci si ritrova comunque nell’abisso della povertà, cioè si è occupati ma poveri. Aggiungo che questo è un fenomeno che affligge anche il nostro Paese e che alimenta odio verso il migrante che viene percepito come usurpatore di lavoro; ma basti vedere il Regno Unito con la sua crisi economica post brexit per comprendere che il problema è nella gestione del lavoro. Trump con i dazi e una politica protezionistica aveva reso di nuovo il suolo statunitense accogliente per le fabbriche e imprese, tant’è che l’economia reale aveva avuto un impulso sotto il suo governo, rendendo tale ricordo scottante per tutti i lavoratori di Detroit, centro per eccellenza della produzione automobilistica che, assieme ad altri lavoratori di altre società nazionali non temono la concorrenza cinese, sia in campo dell’occupazione del lavoro sia in campo dei prodotti stessi lavorati. Gli operai erano la base dei democratici che ora, delusi da una politica troppo “woke” cioè attenta di principi e ai valori, si è persa la vera ragione del voto e cioè il piatto di minestra e le cure che ogni persona deve potersi garantire. A nulla è valso il piano Obamacare che comunque già ridimensionato da Trump nel precedente mandato non è stato incrementato da Biden. Resta pertanto solo la percezione e l’allontanamento della base democratica degli ispanici, degli afroamericani e dei latinos da un partito che non li considera più da almeno 20 anni, cosa già denunciata anche dal regista Michael Moore in vari suoi docufilm.
Oggi resta la delusione e la paura di una Europa che è profondamente in crisi politica e sociale, tranne la Presidente Meloni che, dati alla mano, gode di consenso elettorale (senza anche qui assolvere la sinistra radical chic incapace di capire le esigenze reali), i governi sia tedesco che spagnolo che francese non hanno una leadership che terrà a lungo sotto le spinte dei problemi che si stanno scatenando. Inoltre le guerre in Ucraina e in Medio Oriente rendono ancora più instabile una situazione socio economica che già lo era di suo da prima dell’inizio dei conflitti.
Siamo in un periodo di vera transizione ormai con un nuovo disegno di ordine mondiale dove l’azione dell’ONU sembra una voce nel deserto senza alcun risultato e dove la Russia e Israele stanno ridisegnando nuove mappe e nuovi confini, cose di cui parleremo più avanti perché sicuramente cambieranno molti equilibri e molte situazioni anche nel nostro continente.
Infine vorrei sottolineare un dato di fatto: la spocchia verso il pensiero di pancia non produce avversione verso il medesimo populismo né una visione lungimirante delle proposte politiche. La spocchia verso il populismo produce solo due effetti: l’avversione verso la classe politica tout court e la politica stessa e, in seconda battuta, il trionfo stesso dell’ideologia cosiddetta populista, priva di quelle battaglie per i principi che comunque restano fondamentali per un sana vita democratica di qualsiasi Paese, come l’uguaglianza dei diritti civili, l’accesso alle cure e all’istruzione, l’accoglienza, la vera integrazione che sia arricchimento e civiltà non violenza e sopruso, la tutela dei deboli e delle generazioni fragili, la cultura, lo spirito critico come strumento di confronto di idee in un dialettica costruttiva e la ricerca scientifica come impulso per la crescita socio economica e umana, il …. lavoro come tutela del tempo libero che bisogna avere per coltivare tutte quelle passioni e quelle arti che ci rendono umani e non robot da soma. Tutto questo resta fondamentale nella crescita e nell’evoluzione dell’Umanità ma va integrata con il dato reale della situazione in cui versa la popolazione mondiale, dove un 95% con un reddito medio povero mantiene un 5% ricco, dove uno sconvolgimento climatico mette a rischio l’intera nostra sopravvivenza, dove l’odio razziale non è mai stato sconfitto e il diverso è un nemico da abbattere non un pari con cui camminare verso il futuro.
Speriamo che prima o poi tutto questo si capisca.
Mariantonietta Valzano
