Il termine woke nasce come aggettivo dal participio verbale inglese afroamericano : sveglio, che stà allerta, che è consapevole mentre lotta per i diritti civili nel movimento americano Black Lives Matter. Nasce quindi nel contesto della più avanzata lotta al razzismo e poi si diffonde oltre USA esprimendo uno stare allerta sociale in un attivismo trasversale contro le classiche ingiustizie sistemiche: la violenza sulle donne, la crisi climatica, la discriminazione verso i disabili e, più recentemente, verso quelle sessuali .
Sul piano linguistico è un termine in rapido movimento geografico associato a un altrettanto rapido mutamento dei gruppi socio-politici che lo usano. Il suo transita infatti significato da un positivo ad uno più ambiguo o addirittura negativo Da una posizione liberale o di sinistra nel giro di pochi anni dissipa l’energia d’uso progressista con un ribaltamento di prospettiva radicale verso una espressione a destra di illiberalità, spirito di censura, intolleranza, ottusità .
Un esempio classico di come può cambiare l’uso e il significato delle parole a seconda del pensiero di chi le usa e di quanto stretto sia questo rapporto con la sociologia e con la politica .
Quest’ultima, in particolare, in Italia ne ha determinato un uso corrente dove prevale il significato negativo mentre l’uso positivo iniziale non ha trovato da noi lo stesso consenso ed uso nelle parti politiche avverse .
Un uomo politico italiano, per esempio, in un comizio giunse ad invitare gli ascoltatori a rigettare : “uomini incinti e follie woke”.
Il termine a ben pensarci è poco conosciuto e opaco nell’uso per la sua stessa origine e per la migrazione tra culture. Fattori questi che lo rendono malleabile e adattabile al punto da poter essere impiegato attualmente come un collante identitario, per ridicolizzare o condannare. ogni idea o iniziativa politica ispirata a ideali di inclusività.
In particolare dall’uso che se ne fa nel dibattito politico italiano sembra che la parola sia divenuta un passe-partout per indicare come esagerazioni o pazzie tutte le preoccupazione per i vecchi e nuovi diritti civili. Per alcuni “woke” è stata di la posizione di una atleta che ha gareggiato nella propria categoria pur avendo naturali alti livelli di testosterone oppure la posizione di chi pensa che il colore della pelle sia una discriminante contro l’inclusione per essere considerato italiano.
Woke è transitato nel linguaggio comune, nei social e nei comizi da stare all’erta a favore dei diritti inclusivi alla quella brutta parola straniera che indica un pericoloso nuovo folle futuro farcito di fake news.
Ma con quali meccanismi si formano e si trasformano le nuove parole ?
Secondo più recenti studi, avvalorati recentemente dal cattedratico Louise Tarrade,le persone connesse centralmente all’interno della propria rete sociale sono associate a una probabilità maggiore di dare origine a nuove parole che verranno adottate nel linguaggio comune. Louise Tarrade, ha analizzato oltre 650 milioni di tweet scritti in francese tra il 2012 e il 2014 per identificare 400 parole nuove apparse nel social network X ed, assieme ai suoi collaboratori, ha evidenziato come la lingua si evolve costantemente all’interno di un contesto sociale e le variazioni che emergono sono sempre in competizione tra loro, cosi come nel caso di woke.
Nel linguaggio quotidiano, continua, nuove parole vengono costantemente create, ma non tutte persistono. Per comprendere le regole alla base di questi fenomeni linguistici il gruppo di ricerca ha tracciato la diffusione delle parole comparse su X nei cinque anni successivi al loro primo utilizzo, valutando la posizione e la connettività degli utenti che le avevano adottate.
Stando a quanto emerge dall’indagine, le innovazioni lessicali venivano portate avanti da utenti con profili simili, indipendentemente dal loro destino. Tuttavia, la fase di propagazione che poteva portare al cambiamento linguistico era possibile solo se i nuovi termini erano utilizzati da utenti con una forte connessione sociale. In media, riportano gli studiosi, i lemmi che alla fine persistevano erano usate da persone che erano più centrali per la loro comunità e rimanevano in circolazione a bassi livelli per un periodo più lungo prima di entrare in una fase di crescita (18,5 mesi in circolazione rispetto ai 6,5 mesi per le parole che non attecchivano).
Le parole temporanee erano invece usate da persone con posizioni meno centrali all’interno della loro rete sociale ed erano caratterizzate da un rapido aumento nel loro utilizzo, seguito poi da un altrettanto veloce declino. “Il nostro lavoro – afferma Tarrade – esamina i meccanismi alla base delle innovazioni lessicali sulla base di milioni di utenti dei social media. Abbiamo scoperto che le parole adottate dagli utenti centrali all’interno della propria comunità sono associate a una probabilità maggiore di diventare stabilmente parte integrante della lingua comune”.
Quindi sui social facilmente non solo si modificano i significati delle parole o il loro uso a partire dall’uso che ne fanno utenti a forte connessione sociale ( come i politici per esempio ) ma anche facilmente scompaiono o diventano rapidamente secondarie . Tutto questo però non ci può non rendere secondario l’interesse per per il cambio d’uso delle parole e principalmente delle parole/definizioni sensibili per quanto attiene i diritti civili.
Uno di questi settori è quello del diritto alla libertà personale in ambito sessuale . Qui spesso la confusione diventa tanta.
E’ pertanto necessario precisare che và fatta una netta differenza tra posizione scientificamente accertate e notizie nate spesso da fake news allo scopo di fomentare paure che non avrebbero ragione di esistere.
Il prossimo articolo lo dedicheremo proprio al benessere nella sessualità precisando sin da ora che ogni condizione personale libera e rispettosa della libertà altrui è comprensibile in una condizione di salute mentale purché sia ego-sintonica, cioè accettata con maturità emotiva sana da ciascuno di noi
CIPRIANO GENTILINO

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