“Giacomo Puccini, a cento anni dalla morte” di Maria Rosaria Teni – 1^ parte

Il mio primo incontro con Puccini risale a quando ero poco più che una bambina: mio padre, appassionato di musica lirica, ascoltava i vecchi 33 giri nelle ore di relax e accompagnava le arie più celebri con un canto a mezza voce, discreto e armonioso, mentre nell’aria si sprigionava la melodia immortale. Amava in particolar modo Giacomo Puccini e La bohème era tra le sue opere preferite. Mi raccontava la trama delle opere e io, a poco a poco, mi lasciavo traportare dalle atmosfere così ricche di fascino e di intrighi. Ma la sorpresa più grande è stata sicuramente durante gli anni universitari, quando al primo esame di storia della musica scoprii che il corso monografico era incentrato su Giacomo Puccini, attraverso lo studio critico di un grande musicologo, direttore d’orchestra e critico musicale di origine austriaca Mosco Carner. Era diventato un piacere studiare e riferire poi a mio padre tanti piccoli dettagli e approfondimenti sul suo musicista preferito e, per me, era l’inizio di un cammino che mi avrebbe portato ad apprezzare ancora di più la musica e soprattutto la storia della musica, disciplina che merita, al pari delle altre storie, di essere conosciuta e valorizzata.
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Per ritornare al nostro Puccini, di cui quest’anno ricorre il centenario della morte, non potevo tralasciare di dedicargli un mio contributo personale, che tenterà di percorrere non solo la sua vita e la sua personalità, ma anche la sua produzione e la sua scrittura musicale. Giacomo Puccini è un soggetto affascinante per una biografia critica: un artista che reca i segni autentici del genio, dotato di un senso del teatro che non può non dirsi stupendo “di un savoir faire tecnico che nella maturità raggiunse la maestria sovrana, di un dono naturale per la melodia lirica che, manifestatosi fin dal suo primo Lavoro teatrale, non l’abbandonò quasi mai durante l’intera carriera e rese le sue ispirazioni più belle e patrimonio musicale comune”, secondo le parole tratte dalla prefazione all’edizione inglese di Mosco Carner, autore dell’opera Giacomo Puccini edita da Il Saggiatore nell’aprile del 1974. Nella corposa edizione del musicologo austriaco è tracciato un profilo a 360 gradi dell’intera opera di Giacomo Puccini e forse è il solo che abbia dato vita ad un’opera base che raccoglie tutto quanto è necessario sapere sulla vita e sulle opere del musicista Puccini, in un racconto di eccellente evidenza letteraria.
Definire Giacomo Puccini come artista non è un’impresa facile; egli resta un maestro insuperabile a livello che gli è proprio, quello in cui la passione, la sensualità, la tenerezza e il pathos si incontrano e si fondono. Potenzialmente era un grande compositore, ma aveva più cuore che cervello per cui si abbandonava al sentimento senza nessuna remora, identificandosi spesso con i suoi personaggi e soprattutto con le sue eroine, di cui parleremo. Ovviamente il paragone tra Verdi e Puccini è inevitabile, ma bisogna però dire che Verdi rappresenta un unicum e trovò in Puccini un successore nella stessa misura in cui Wagner lo trovò in Strauss. Verdi era prima di tutto un prodotto del Risorgimento e ne fu notevolmente influenzato da tutti gli ideali per cui le sue aspirazioni si riflettono sulla sua arte. Puccini, dal canto suo, aveva una personalità complessa, capace di grande sensibilità, tanto da esprimersi: «La mia musica viene ad essere come la ripercussione sonora di un’azione drammatica della mia sensibilità». Mentre la caratteristica base delle opere di Verdi è il grido di battaglia quella di Puccini è un richiamo sentimentale, espresso magnificamente nella celebre aria di Cavaradossi E lucevan le stelle nel terzo atto di Tosca. Tuttavia, si può dire che in alcuni punti si possono rinvenire alcuni legami tra Verdi e Puccini, come, ad esempio, la convinzione comune che l’opera rappresentasse il filone centrale della tradizione musicale italiana, iniziata già con Monteverdi e anche il fatto che il tema costante del compositore italiano di opera è il conflitto delle passioni. L’opera italiana è legata ai sentimenti fondamentali la cui importanza dà vita a un dramma umano in termini di amore e odio, gioia e dolore, e così continuando fino a spiegare la forte tensione emotiva e la concentrazione sulla melodia come l’evento diretto per fare appello ai nostri sensi. Melodia che poi è canto, perché la voce riesce a creare mirabili effetti emotivi. Inoltre la voce è un tramutarsi del sesso in suono e quindi già il contrasto tra voce virile e voce femminile è pieno di dramma. Da Monteverdi a Puccini i quattro pilastri sui quali poggia l’arte operistica italiana sono: umanità, sincerità, passione, effetto, inteso quest’ultimo come massima tensione drammatica. Verdi componeva con un occhio all’arte e l’altro al pubblico; Puccini si interessava ad un soggetto che potesse sedurre il pubblico. Nell’opera italiana intesa come dramma di sentimenti, il soggetto è rappresentato da un dramma umano e quindi il libretto deve fornire una trama, dei personaggi e delle situazioni dalle quali trarre il massimo dell’espressione emotiva.puccini_1
«Chi sa fa, chi non sa fare, critica», chiosava la mente acuminata di Georg Bernard Shaw che per primo individua in Giacomo Puccini – dopo l’ascolto di Manon Lescaut a Londra nel 1894 – l’erede di Giuseppe Verdi. Lo riconosce tale anche se ben comprende che il mondo pucciniano dista anni luce da quello verdiano nel rispecchiare – Puccini campione della modernità – le ansie e gli smarrimenti dell’uomo del XX secolo, nell’accogliere e lenire i suoi bisogni emotivi. La musica ha il potere di nobilitare e idealizzare per cui il libretto, fuso con essa, appare quasi senza difetti. Il realismo, nel senso di verità psicologica era già noto ai tempi di Monteverdi, ma nell’opera costruire partendo dalla verità e rappresentare la verità sono due cose diverse: il teatro esiste proprio per creare un’illusione di vita e non per fotografare la vita. Certo la musica è un’arte insieme astratta ed emotiva e, come diceva Mozart, anche nelle situazioni più terribili non deve mai offendere l’orecchio ma dilettare l’ascoltatore, quindi nell’opera realistica il libretto rappresenta l’elemento realistico principale e deve essere strutturato seguendo tre punti importanti: tralasciare argomenti mitologici, storici, preferendo argomenti presi dalla vita di tutti i giorni, sentire l’esigenza di descrivere qualsiasi sentimento e passione e creare una storia semplice e sincera. Nel caso di Puccini c’è però una caratteristica che spicca particolarmente, cioè il suo internazionalismo che si traduce in un influsso francese nello stile, più propriamente un’affinità con la sensibilità francese. Infatti delle dodici opere di Puccini, cinque hanno argomenti tratti da autori francesi e quattro sono ambientate in Francia. Per Puccini l’atmosfera è la parte integrante del mondo drammatico: l’evocazione di un’atmosfera poetica serve a creare squisite pitture impressionistiche e oltre alla documentazione realistica e quella di evocazione poetica dobbiamo riconoscere che l’atmosfera, per Puccini, costituisce il centro del dramma. Tuttavia un compositore che dà tanto posto all’atmosfera rischia di vedere i suoi personaggi come emanazione dell’atmosfera stessa per cui i personaggi di Puccini non sono proprio personalità dotate di vita propria quanto proiezioni di un’atmosfera; in ultima analisi simboli delle tensioni inconsce dell’autore. Come sempre però quando vecchi motivi si perdono e nuovi ideali avanzano, come avviene generalmente alla fine di un secolo, ci si trova dinanzi ad un’età inquieta, problematica e internamente lacerata da profonde contraddizioni. Quanto agli artisti tra il 1880 e il 1910 la maggior parte reagì con disperazione perché vedeva gli schemi tradizionali sempre più traballanti. Notiamo nelle arti due sviluppi paralleli: da un lato un’esplorazione minuta dell’uomo in rapporto al mondo esterno, dall’altro un bisogno di guardare più a fondo nell’intimo dell’uomo e di tradurre i suoi segreti in termini artistici. La fin de siecle condusse l’artista a proiettare senza inibizioni la propria personalità nella sua opera, con tutti i suoi impulsi e conflitti più profondi. Ed è proprio in questo periodo che si può collocare Puccini. La sua musica rispecchia questo momento con una fedeltà quasi fotografica, sia quando esprime angoscia e terrore, sia quando esprime disperazione mortale. Le opere tragiche di Puccini hanno un tema centrale e ricorrente che è enunciato in un verso detto da un ambulante nell’opera “Il Tabarro”[1]: “chi ha vissuto per amore, per amore si morì!“, dove è espresso il concetto dell’amore come colpa tragica, da punire con la morte.
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Molto interessanti sono le vicissitudini dell’opera di Puccini nella stima del mondo musicale, ma vorrei raccontare la vita e lo stile di Puccini intanto tenendo conto del suo tempo e partendo dagli avvenimenti biografici per giungere ad una collocazione di Puccini drammaturgo musicale nel contesto della tradizione operistica italiana e nel clima artistico della fine del secolo. “Ho sempre portato con me un gran sacco di melanconia. Non ne ho ragione, ma così son fatto!” Così scriveva di sé Giacomo Puccini[2], nato a Lucca, 22 dicembre 1858 da una famiglia che da quattro generazioni è dedita alla musica, sia dal lato paterno che materno. Il padre, Michele (1813-1864) muore quando Giacomo ha poco più di cinque anni, e l’educazione musicale del ragazzo viene affidata allo zio materno Fortunato Magi, poi a Carlo Angeloni, entrambi ex allievi del padre. Seguendo le tradizioni familiari, Puccini[3] diventa fanciullo cantore (1868), quindi organista (1872); e in questa veste è attivo anche come precoce compositore. Nel 1874 è ammesso all’istituto Musicale Pacini di Lucca, e due anni dopo scrive il Preludio a orchestra. Nel 1880 si congeda da Lucca con una Messa di gloria che riceve un’ottima accoglienza e, attratto dal teatro, nel novembre si trasferisce a Milano per sostenervi l’esame di ammissione al Conservatorio, dove ebbe come insegnanti Antonio Bazzini, soltanto per poco più di un mese, e Amilcare Ponchielli. Nel luglio 1883 conclude gli studi facendo eseguire come saggio finale il Capriccio sinfonico, diretto da Franco Faccio, che viene molto ben giudicato. In ottobre l’editore Sonzogno pubblica la melodia per canto e pianoforte Storiella d’amore; nello stesso periodo lavora a un’opera in un atto, Le Willis, su un libretto di Ferdinando Fontana che ha ottenuto grazie all’interessamento di Ponchielli, e con quest’opera partecipa al primo Concorso Melodrammatico organizzato da Sonzogno. L’opera non viene premiata ma, grazie all’ aiuto di alcuni amici (fra cui Ponchielli, Fontana, Arrigo Boito e Giulio Ricordi), viene rappresentata il 31 maggio 1884 al Teatro Dal Verme di Milano, ottenendo un grande successo. Ricordi la acquista e dà all’autore l’incarico di scriverne un’altra. Giacomo Puccini torna a Lucca, dove inizia la convivenza con Elvira Bonturi, moglie del droghiere Narciso Gemignani, che potrà sposare solo nel 1904. Avuto il nuovo libretto di Fontana, Edgar, una storia a fosche tinte la cui trama ricorda quella della Carmen, ne inizia la stesura musicale con poca convinzione: nel frattempo (estate 1886) si è trasferito a Monza con Elvira e la figlia di lei, Fosca, e qui il 23 dicembre nascerà l’unico figlio, Antonio. Quando finalmente Edgar va in scena (Milano, Scala, 21 aprile 1889), è un insuccesso, del resto largamente previsto dall’autore e dall’editore, il quale tuttavia conferma la sua fiducia al compositore. Sono momenti difficili per Puccini, che nel frattempo si è stabilito a Milano, e pensa a nuovi soggetti: la Tosca di Sardou e la Manon Lescaut di Prévost. Viene scelto quest’ultimo soggetto, malgrado il rischio di un pericoloso confronto con l’acclamata opera di Massenet e, nel 1890, dopo un faticoso lavoro di collaborazione fra Ricordi, Leoncavallo, Domenico Oliva e Marco Praga, il libretto è pronto e Puccini può iniziarne la composizione nella nuova casa di Torre del Lago. Ma prima che l’opera possa dirsi compiuta (autunno 1892), il libretto deve essere sottoposto ad ampi rifacimenti, affidati a Luigi Illica con la consulenza di Giuseppe Giacosa. Il primo febbraio 1893 il trionfo di Manon Lescaut pone fine a un lungo periodo di incertezze: non solo il soggetto più congeniale, ma anche l’acquisita coscienza di dover esercitare un assiduo controllo sull’elaborazione librettistica sono alla base della raggiunta maestria. Pochi mesi dopo Puccini sceglie la Vie de Bohème di Murger, e il libretto viene affidato ancora a Illica, con la collaborazione di Giuseppe Giacosa. Il lavoro con una serie di alti e bassi di entusiasmo e di perplessità, che resteranno una costante del lavoro pucciniano copre tutto il 1894 e il 1895. E solo il primo febbraio successivo La Bohème ha il suo battesimo a Torino: con un tiepido successo, che va però facendosi imponente nel corso delle repliche e in occasione delle riprese in altri teatri italiani. Intanto Giacomo Puccini è spesso in viaggio, a seguire esecuzioni di sue opere in varie città italiane e anche all’estero: fin dal 1892 è stato a Madrid per Edgar e ad Amburgo per Le Villi; poi si reca a Vienna e a Parigi, dove nel 1898 presenta La Bohème con grande successo. Tuttavia, la ricerca di un nuovo soggetto per l’opera successiva diventa una delle principali preoccupazioni di Puccini: e riaffiora il progetto di Tosca, affidata alla ben collaudata esperienza di Illica e Giacosa. L’elaborazione librettistica è ancora una volta molto sofferta, anche per le perplessità dell’editore e di Giacosa, e per lo sforzo di adeguarsi alle esigenze di Sardou. Come già per La Bohème, anche il primo contatto del pubblico con Tosca (Roma, 14 gennaio 1900) non è esaltante, ma bastano pochi mesi perché la nuova opera entri anch’essa nel repertorio dei maggiori teatri europei. Nel luglio 1900 Puccini vede a Londra il dramma di Long e Belasco Madame Butterfly: soggetto che viene scelto, mettendo da parte altri spunti, fra cui una Maria Antonietta. Sono sempre al lavoro Illica e Giacosa, alle prese con le solite perplessità; ma la lentezza con cui si procede questa volta è causata anche da un grave incidente automobilistico (febbraio 1903), che provoca a Puccini la frattura di una gamba e una convalescenza particolarmente lunga. La prima versione di Madama Butterfly, in due atti (Milano, Scala, 17 febbraio 1904) è un clamoroso insuccesso; ma dopo solo tre mesi la ripresa di Brescia, in tre atti, con alcune modifiche e ampi tagli, decreta il successo dell’opera. Ora si riparla di Maria Antonietta, e di un trittico su racconti di Gorkij; è anche il momento di viaggi a Londra e di un lungo soggiorno a Buenos Aires (1905). Poi è la volta di New York (1907), dove Giacomo Puccini ha occasione di vedere un dramma di Belasco, che sarà alla base della nuova opera La fanciulla del West. I librettisti questa volta sono Carlo Zangarini e Guelfo Civinini. e la prima rappresentazione ebbe luogo, con un successo caloroso, al Metropolitan di New York (10 dicembre 1910). Con la morte di Giulio Ricordi (6 giugno 1912) finisce il più intenso periodo creativo di Puccini, che ora è attratto dall’idea di una collaborazione con D’Annunzio, e torna a pensare a una serie di tre atti unici. Su tutti questi progetti prevale tuttavia la sostanziosa offerta viennese per un’operetta, che sarà poi La rondine, scritta da Giuseppe Adami e destinata all’editore Sonzogno: nata negli anni di guerra, in mezzo a molte perplessità, la nuova opera viene rappresentata a Montecarlo il 27 marzo 1917, e non avrà mai vita facile, malgrado le vistose modifiche cui verrà sottoposta. Nel frattempo ha preso corpo il cosiddetto “Trittico”, comprendente Il tabarro scritto da Giuseppe Adami, e due testi di Gioachino Forzano, Suor Angelica e Gianni Schicchi; il trittico va in scena il 14 dicembre 1918 al Metropolitan di New York. Turandot è il nuovo soggetto che Giacomo Puccini sceglie all’inizio del 1920 e che affida all’elaborazione librettistica del ben collaudato Giuseppe Adami, cui si unisce l’esperienza teatrale di Renato Simoni. È un lavoro che impegna Puccini per vari anni, con un decorso particolarmente alterno, anche perché il compositore soffre di disturbi alla gola che nell’ottobre 1924 saranno diagnosticati come cancro. Verso la fine del 1923 la Turandot è quasi compiuta, ma ancora manca il duetto finale, il cui testo viene faticosamente rielaborato. Mentre sono in corso ritocchi e rifacimenti, nel settembre 1924 Giacomo Puccini prende accordi con Toscanini per la prima rappresentazione dell’opera, prevista per l’aprile seguente, ma il 4 novembre, con il duetto finale non ancora composto, Puccini parte per Bruxelles, dove viene ricoverato in una clinica. Il 24 viene operato alla gola, e muore il 29 novembre 1924.
Puccini non è solo importante nella storia dell’opera, ma rappresenta un punto di vista netto e preciso nella storia delle poetiche del teatro musicale. «La musica di Puccini ha pietà dell’amore e della morte, e, insieme, ha dell’uno la nostalgia e dell’altra uno stupore accorato e rassegnato»: così scriveva Pietro Mascagni in occasione dell’inaugurazione del Teatro Puccini a Milano nel 1930.
Maria Rosaria Teni

[1]Il tabarro è un’opera in un atto di Giacomo Puccini, su libretto di Giuseppe Adami tratto da La houppelande di Didier Gold. Fa parte del Trittico. La prima assoluta ebbe luogo il 14 dicembre 1918 al Metropolitan di New York.

[2] Eduardo Rescigno, Dizionario Pucciniano, RICORDI edizione, dicembre 2004

[3] Michele Girardi, Giacomo Puccini. L’arte internazionale di un musicista italiano, Venezia, Marsilio, 1995

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