Nell’ultimo periodo mi è capitato spesso di pensare alla situazione di questi giorni di inizio di un nuovo anno e quanto la normalità appaia ancora lontana, visto che nella vita quotidiana si respira un’aria di inquietudine e insicurezza. Molti oggi si chiedono quando si potrà tornare alle consuetudini note, senza restrizioni e divieti, senza condizionamenti e paure, ricominciando a sorridere dopo due anni di tempo sospeso tra le maglie di bollettini e di statistiche. Si è smarrito l’orizzonte, confuso tra le nebbie di incognite e disorientamenti, dove prevale il timore di non poter essere più come prima e un vuoto inspiegabile ha preso il posto della fiducia, della progettualità, della partecipazione. Ci distinguiamo attraverso i colori che oggi non rappresentano più la fede politica, che fino a pochi anni fa contraddistingueva l’appartenenza ad un partito, ma connotano piuttosto una situazione di sofferenza delle varie regioni in cui la pandemia è più o meno marcata e inarrestabile. Un rovesciamento della prospettiva che ormai ha come conseguenza una considerazione della vita legata al virus, che continua a circolare subdolamente e non fa sconti. La nostra contemporaneità mette alla prova ognuno di noi che spesso sente un bisogno di fuga, di aprire gli occhi e pensare che tutto questo vissuto sia stato solo un sogno, un brutto sogno, da cui si esce all’improvviso con un tempestivo risveglio, foriero di rinascita e di riconciliazione con la vita. Forse la lezione più vera che questa pandemia ha lasciato è proprio quella di riconoscere l’importanza di valori che prima potevano apparire banali e scontati e che a volte sono stati anche definiti superficiali convenzioni, ritornando alla riappropriazione di sentimenti, gesti, idee, doni e progetti che portano a una possibile resurrezione di umanizzazione e socializzazione. La solitudine, o meglio l’isolamento, dovrebbe far comprendere di colpo quanto valore abbiano le relazioni fra gli esseri umani e in quale misura le stesse barriere del distanziamento abbiano fatto apprezzare la potenza degli abbracci, dello scambio di mani che si affidano e si fidano, amplificando uno spazio emotivo a lungo sopito. Per chi ha provato lo sgomento di essere solo, segregato dalle stesse spirali di paura e dubbi, la bellezza di un abbraccio salva quanto un miracoloso farmaco e produce un barlume di speranza che, in fondo, serve a credere ancora che la vita sia, nonostante tutto, un’avventura meravigliosa e unica.
Maria Rosaria Teni
Di tutto restano tre cose
Di tutto restano tre cose:
la certezza che stiamo sempre iniziando,
la certezza che abbiamo bisogno di continuare,
la certezza che saremo interrotti prima di finire.
Pertanto, dobbiamo fare:
dell’interruzione,
un nuovo cammino,
della caduta,
un passo di danza,
della paura,una scala,
del sogno,
un ponte,
del bisogno,
un incontro.
Fernando Pessoa

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