Presentiamo la nostra nuova rubrica “I PAPI E LA STORIA”, curata da Mattia De Nicola Lezzi, che si propone di offrire articoli e approfondimenti sulle figure papali in relazione alla Storia. I Papi e la storia sono indissolubilmente legati, rappresentando una delle istituzioni più antiche e influenti che hanno plasmato l’Europa, passando da semplici vescovi di Roma a potenti sovrani degli Stati Pontifici e figure chiave della politica internazionale, attraversando periodi di grande splendore artistico (Rinascimento), conflitti (Scisma d’Occidente, Riforma), e trasformazioni epocali (Cattività Avignonese, Unificazione d’Italia), con Papi santi, controversi, e figure che hanno navigato tra potere spirituale e temporale per duemila anni.

Salito al soglio di Pietro nel 1922 come 259º vescovo di Roma, Pio XI si trova a reggere il timone della Chiesa in un’Europa ferita, stretta tra le macerie della Grande Guerra e l’ombra sinistra del secondo, imminente conflitto globale. Il suo non è un regno di ordinaria amministrazione, ma una trincea spirituale e diplomatica. Mentre i regimi totalitari emergono con violenza, reclamando non solo il potere politico, ma l’anima stessa dei popoli, Pio XI non resta a guardare dalle finestre del Vaticano. Con la tempra dell’alpinista abituato alle sfide più impervie, affronta a viso aperto l’avanzata delle dittature, schierandosi con fermezza contro le ideologie che minacciano la dignità umana e la pace mondiale. Fino al suo ultimo respiro, nel 1939, la sua voce risuona come un baluardo di resistenza morale contro il buio che stava per avvolgere il mondo intero.
La formazione. La storia di Achille Ratti inizia il 31 maggio 1857 a Desio, tra le mura di quella casa in via Lampugnani che oggi ne custodisce la memoria come sede museale e centro studi. Quarto di cinque figli, viene battezzato con i nomi di Ambrogio Damiano Achille, crescendo in un ambiente familiare permeato da una profonda e solida spiritualità. Fu però l’esempio dello zio, don Damiano Ratti, a tracciare il sentiero della sua vocazione: un legame affettivo così forte da spingerlo a intraprendere la carriera ecclesiastica. Ma il giovane Ratti non è solo un uomo di libri e preghiera; possiede lo spirito indomito dell’alpinista. Ama il silenzio delle vette e la sfida delle altezze: conquista le cime del Monte Rosa, del Gran Paradiso, del Cervino e del Monte Bianco. Questa passione rimane talmente viva in lui che, anni dopo, avrebbe scelto San Bernardo come patrono di chi, come lui, amava la montagna. La sua ascesa intellettuale fu altrettanto verticale. Nel 1907 assume la guida della Biblioteca Ambrosiana di Milano e, in quello stesso anno, riceve da Papa Pio X il titolo di monsignore. Tuttavia, è dopo la Grande Guerra che la sua vita prende una piega diplomatica e rischiosa. Nel 1918, Benedetto XV lo invia come visitatore apostolico in Polonia e Lituania. Qui, nel 1920, si ritrova a fronteggiare l’ombra minacciosa dell’invasione sovietica, rimanendo coraggiosamente al suo posto fino all’estate del 1921. Il ritorno in Italia è travolgente. Nel giro di pochi giorni, a giugno, viene nominato arcivescovo di Milano e creato cardinale. Entra solennemente nella sua diocesi l’8 settembre, ma il destino ha piani diversi e più ampi per lui: il suo episcopato milanese, infatti, sarebbe durato appena sei mesi. Il corso della sua esistenza, e con esso quello della storia universale, cambia per sempre il 22 gennaio 1922, giorno della morte di Papa Benedetto XV. L’elezione papale. Dopo nove giorni di sede vacante, il 2 febbraio le porte del Vaticano si chiudono alle spalle del Sacro Collegio, per segregarsi in conclave. In quel silenzio carico di responsabilità, anche il cardinale Ratti varca la soglia del conclave, pronto a condividere con i confratelli il peso di una scelta che avrebbe segnato un’epoca. All’esterno, piazza San Pietro è gremita dalla folla in trepidante attesa di quel filo di fumo che, attraverso il rito antico della distruzione delle schede, avrebbe comunicato al mondo il destino della Chiesa. La svolta giunge al mattino del quarto giorno di conclave: alle undici sopra i tetti della Cappella Sistina, si leva una nuvola di fumo bianco e leggero. L’annuncio tanto atteso, l’Habemus Papam, scuote la folla, ma è ciò che accadde poco dopo a restare impresso nella storia. Con un gesto carico di significato, il nuovo eletto, che aveva scelto il nome di Pio XI, decide di rompere il lungo isolamento iniziato nel 1870. Riappare, infatti, al balcone centrale della Basilica, affacciandosi sulla piazza per donare al mondo la sua prima benedizione. Pochi giorni dopo, il 12 febbraio, durante la solenne incoronazione, il pontefice torna su quella loggia: porta sul capo la maestà del triregno (o tiara papale, è l’antico e solenne copricapo a forma di cono, ornato da tre corone sovrapposte, che rappresentava il triplice potere del papa: spirituale, temporale e universale, come Vicario di Cristo sulla Terra) e, con un gesto di pace, abbraccia idealmente l’umanità intera.
La quotidianità del Papa. Nonostante l’immensità del suo nuovo ruolo, Pio XI non abbandona le abitudini che ne avevano forgiato il carattere. Nella clausura del Vaticano, le sue giornate seguono un ritmo rigoroso e sereno: la messa all’alba nella cappella privata, il ritorno ai suoi amati studi nella biblioteca — dove un tempo era stato prefetto — e le passeggiate rigeneranti tra il verde dei giardini. Ma anche in questo, è un uomo del suo tempo: abbandonata la tradizionale carrozza dei predecessori, si muove tra i viali a bordo di una moderna automobile. Ogni giornata, infine, trova il suo momento di pace e riflessione quando il Papa scende a genuflettersi dinanzi alla grotta di Lourdes o accoglie, in udienza, fedeli e religiosi giunti dai quattro angoli della terra.
Mattia De Nicola Lezzi
