Oltre il Silenzio è il titolo dell’evento organizzato Domenica 19 Ottobre presso il Teatro Comunale di Novoli dall’associazione culturale “Viva Mente” con il patrocinio della Regione Puglia – Assessorato alla Pubblica Istruzione, Università e Ricerca e del Comune di Novoli – Assessorato alla Cultura
“Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza” è il titolo del libro (Fazi Editore), tradotto dall’arabo dal giornalista e musicista Nabil Bey Salameh, invitato speciale della serata che rappresenta un’iniziativa di solidarietà verso la popolazione palestinese.
L’ouverture della serata poetica, condotta da Roberto Mello, è stata impreziosita dalla presenza di una giovane poetessa novolese, Maria Vittoria Potì, frequentante l’ultimo anno della Scuola secondaria di I grado Margherita Hack, che ha letto la sua poesia, di forte intensità emotiva, “Un tempo per la pace”, composta per la rubrica PRESIDIO POESIA PER LA PACE della Rivista Culturale CULTURA OLTRE.
La bandiera palestinese ha fatto da sfondo alle voci di Nabil Bey Salameh e a quella di Massimo Colazzo, voce narrante italiana.
Le poesie lette in arabo hanno evidenziato sempre di più la sofferenza vissuta dal popolo palestinese, alla quale però si è contrapposta, con forza dirompente, una resistenza come atto di salvezza. Le trentadue poesie rispecchiano la spiritualità e l’umanità dei giovani palestinesi, consapevoli di non aver scampo dai bombardamenti cui resta la sola certezza che la loro “voce” durerà in eterno.
La voce araba di Nabil Bey Salameh, accompagnata dal suono della sua chitarra, ha evocato antiche preghiere di un esodo senza tempo e senza fine. La cadenza su alcune parole e frasi durante la traduzione poetica a cura di Massimo Colazzo ha permesso di capire quanto crudi e diretti siano i pensieri dei giovani poeti palestinesi, diventati tali vicino alla morte. La loro non è una voglia utopistica tipica di chi sogna nella speranza di realizzare qualcosa, ma è una certezza che la poesia, al di là della distruzione, possa far vedere la miseria umana di chi uccide e l’elevazione spirituale di chi rimane vinto a causa di colui che ha già deciso il destino di tutte queste giovani vite… di un intero popolo. La poesia per loro è resistenza e l’arma più potente che possano avere affinché la loro verità rimanga indelebile per sempre.
Il reading poetico è stato intercalato da video proiezioni e dal racconto storico di come nasce la guerra in Palestina.
Il pubblico in sala ha potuto vedere ciò che i social non mostrano: Ahmed Abu Amsha, un professore di musica nel Conservatorio Nazionale di Gaza, ora distrutto, che continua a insegnare a bambini sfollati attraverso il progetto Gaza Birds Singing. Altri insegnanti come Mohand Al Ashram utilizzano anche suoni di guerra, come i droni, per insegnare ai bambini a cantare, cercando di trasformare il suono della guerra in musica. Il rumore assordante dei droni israeliani non lascia in pace i piccoli che cercano un barlume di serenità tra tanta distruzione. Il professore ha composto una canzone sulla scia del rumore dei droni, affinché il frastuono possa trasformarsi in suono melodioso.
Non è forse una metafora di vita reale? Trasformare il brutto in bello, trovare la forza attraverso la “resistenza” interiore e spirituale per sconfiggere con l’amore l’odio. Il destino del popolo palestinese ormai è stato già programmato, come affermano vari giornalisti palestinesi messi a tacere (nei video proiettati in sala, si è parlato lungamente di questo argomento). Tutto ciò che può dare maggiori informazioni sulla reale genesi dell’occupazione israeliana in terra di Palestina e del perché si è deciso di adottare una pulizia etnica di massa, come afferma il giornalista Nabil Bey Salameh, ha radici molto antiche e sicuramente motivazioni che vanno oltre il credo religioso.
Da scrittrice, ho l’impressione che l’Esodo non sia mai finito e che ogni diaspora non sia altro che una regressione culturale dell’essere umano. I profitti economici, la spartizione dei territori e le conquiste attuate con genocidi di massa potranno mai rendere orgoglioso l’uomo di definirsi l’essere elevato per eccellenza?
A tal proposito mi viene in mente una citazione del mio poeta preferito, Rumi. “Ieri ero intelligente, quindi volevo cambiare il mondo. Oggi sono saggio, quindi sto cambiando me stesso”.
Di primo acchito sembra una contraddizione, come se si voglia egoisticamente pensare a sé stessi tralasciando ciò che ci circonda. A me piace invece pensare che il saggio Rumi volesse farci capire che per cambiare il mondo bisogna partire dal cambiamento interiore, mutare visione della realtà così come ce la raccontano e soprattutto accingersi sempre verso l’altro, considerandolo non come un nemico da combattere e abbattere ma come un fratello da accogliere e proteggere. Solo così si potrà finalmente perpetuare un tempo per la pace.
Ylenia Romerio
