
“Il punto di vista” di Mariantonietta Valzano
Ho avuto il piacere di visitare Milano una decina di anni fa. Città bellissima, organizzatissima, persone gentili e soprattutto molto fruibile, dato che il centro si estende in una zona in cui tutti i luoghi di interesse si possono raggiungere a piedi. L’ho lasciata con il rammarico di non aver potuto vedere il “Cenacolo” di Leonardo poiché sono arrivata in ritardo, troppo estasiata nella Pinacoteca di Brera, e i sacerdoti che lo hanno in custodia stavano giustamente chiudendo. Tuttavia, a tale rammarico, contemporaneamente, sopraggiunse la promessa di un ritorno a breve che purtroppo è ancora molto lontano dal venire, ma che resta un punto fermo nelle mie aspirazioni e desideri. In questo periodo si è sentito parlare di Milano in termini molto problematici. Vorrei analizzarli solo dal punto di vista sociale, in quanto dal punto di vista politico ognuno farà le sue debite conclusioni o ancor prima riflessioni, in particolare chi ci vive da cittadino e ne risente il coinvolgimento. Invece io voglio soffermarmi sulla vita vissuta, raccontatami da un “indigeno”, lo chiamo così per tutelare la sua privacy, che conosce bene la sua città, ne ha vissuto continuamente i cambiamenti e ne rileva gli esiti che ogni giorno affronta. Partendo, come si dice a Roma “da Checco e Nina”, tradotto “da lontano nella notte dei tempi” Milano, da principio Mediolanum, è sempre stata una preziosa avanguardia, un aggancio con le correnti europee di pensieri e di molteplici implicazioni, un centro fiorente di pensiero e innovazione dove si è sempre guardato come un “incipit” di ciò che poi sarebbe avvenuto. Sempre proiettata verso il futuro, è stata meta di ondate migratorie interne alquanto massicce negli anni 60, poi sede delle incipienti contestazioni del ’68 e violata con l’attentato ignobile della Banca dell’Agricoltura a Piazza Fontana il 12 dicembre 1969, a monito di tutto ciò che dagli anni ’70 in poi hanno comportato strategia della tensione, eversione, brigate rosse, servizi segreti deviati e tante morti inutili. Poi negli anni 80/90 si fa largo una città rampante, piena di opportunità, la cosiddetta “Milano da bere” delle “happy hours” e della finanza in cui gli “Yuppies” sguazzano e costruiscono castelli, a volte di carta e a volte di pietra, facendo crescere la città in modo esponenziale ma senza togliere il valore aggiunto, quello sociale, degli oratori, dei giovani solidali e della solidarietà, del teatro e del cinema d’autore, della letteratura che favoriscono la crescita culturale e sociale e arricchiscono tutti. A quel tempo, come in passato, Milano richiama artisti da tutto il mondo e anche agli inizi di questo millennio va via via sviluppando quello spirito avanguardista mai sopito di artisti come Emilio Isgrò, Maurizio Cattelan controverso e provocatore, la fotografa Francesca Woodman, la Beecroft, solo per citarne alcuni, esponenti dell’”arte relazionale”, “performance art”, “street art”. Milano inaugura molti spazi e gallerie dove vengono ospitati gli artisti e le loro mostre. Si rimodella e nasce il quartiere Isola con i suoi boschi verticali e il suo benessere come fine di un vivere sano che si sviluppa in modo poderoso. Poi lentamente annidato, coccolato e nutrito, il neoliberismo o ultraliberismo dispiega poderoso le sue ali marcando confini ineluttabili tra centro e periferia, facendo alzare i prezzi delle case che negli ultimi otto anni sono raddoppiati (considerate che il nostro “indigeno” menziona un raddoppio al metro quadro del prezzo di un’abitazione zona Naviglio). Assieme all’impennata dei prezzi viaggia la disuguaglianza sociale, non solo dovuta al censo ma ad un impoverimento relazionale. C’è un grosso calo demografico in tutto il nostro Paese e Milano non ne è immune, accoppiato con l’impossibilità di trovare una casa in centro a prezzi congrui agli stipendi; le famiglie si spostano fuori e il centro diventa ostello per turisti e rifugio per quei pochi che ancora possono viverci. Cambiano le infrastrutture, sempre di alto livello a Milano, al contrario di Roma dove la situazione del centro è simile, ma i mezzi di trasporto e la viabilità sono minate da qualche atavica maledizione. Comunque, il dato di fatto è che a Milano si può andare in ogni dove con bici, autobus e metro, a Roma no. Questo vantaggio fa spostare facilmente le persone verso le periferie e porta un movimento sociale di aggregazione “statico” fatto di locali in cui poter consumare bibite alcoliche e no, cibo di vario tipo. Tutto ciò non è sinonimo consequenziale di condivisione dato che la maggior parte degli avventori è infilata nei social, che ormai hanno quasi sostituito l’approccio umano alla relazionalità. In questo Roma ha perso le sue passeggiate notturne (da non confondere con le passeggiatrici che ahimè ancora ci sono, sono sempre più giovani e sempre più violate da uomini che si arrendono facilmente ancora alla cultura antica della sottomissione femminile). Ma intendo dire che fino al 2008/10 la sera dopo cena si poteva uscire e passeggiare con gli amici nella Roma notturna fino a tardi, vivendo le bellezze di Piazza Navona con i suoi pittori di strada, di Castel Sant’Angelo, i suoi musicisti di strada, passando attraverso tutto il divenire artistico e storico romano, facendo tappa in inverno a Piazza Sant’Eustachio per un caffè caldo a mezzanotte e in estate al Pantheon per un gelato ristoratore. Oggi le concentrazioni di persone si rilevano in piazze o altri luoghi ma sempre nei pressi di locali che all’interno o all’esterno offrono vivande, facendo sorgere capannelli di persone che tra uno sguardo al telefono e un sorso conversano stando lì, in piedi o seduti, statici. Ma tornando a Milano, il nostro indigeno aggiunge che attorno a mezzanotte c’è anche un presidio delle Forze dell’Ordine perché risse, rapine e aggressioni sono troppo frequenti. A Roma attorno a mezzanotte resiste Piazza Trilussa tra bicchieri di birra e fumo di vario tipo, sotto un confine presidiato da Polizia e Carabinieri pronti a evitare il peggio. In tutto questo si evince che non è cambiato solo il tessuto sociale dal punto di vista reddituale, che nelle fasce più povere di immigrati o italiani che hanno un lavoro “povero” o non ne hanno proprio, vivono ai margini di “ogni casa”, ma è cambiata la percezione e la fruizione della città, è cambiata la sua evoluzione relazionale, il suo “quid” identificativo che ne ha travolto l’aspetto e l’essenza. Lo spopolamento del centro, in cui le parrocchie o i centri di ritrovo si sono visti decimare gli oratori e i cittadini con le loro ore ludiche o di studio, ha portato a un decentramento abitativo con un pendolarismo di ritorno che lascia poco tempo libero a fine giornata. Ne fa le spese appunto la condivisione sociale, la comunicazione e lo stare insieme impegnato in attività che comunque restano un motore per una crescita culturale e sociale efficace. Come al solito Milano è solo l’avanguardia, l’inizio, il principio da cui si parte.
Ora sarebbe bello arrivare da un’altra parte, dove l’umanità possa tornare a dispiegarsi in tutta quella “buona” essenza fatta di condivisione, cultura e benessere che da sempre era insito nel nostro Paese. Fino a quando non è sembrato superfluo… per alcuni ovviamente.
Solo per alcuni.
Mariantonietta Valzano
