IN PROSA E IN POESIA: “Lorenzo Calogero – Il poeta ritrovato ” – di Maria Rosaria Teni

Ci sono poeti famosi che rifulgono nel panorama letterario e ci accompagnano, dapprima nel percorso di studi, ma in seguito per tutta la vita, che abbracciamo nei vari momenti e a cui ricorriamo per una lettura riflessiva, di conforto, di accrescimento individuale. Sono i nostri poeti che rimandiamo a memoria in alcuni versi memorabili e che ci ricordano quanto sia importante la poesia e la cultura in generale. Poi ci sono poeti meno famosi, magari ignorati per anni, che si conoscono quasi per caso e che diventano, improvvisamente, lampi di luce in un istante in cui sentiamo il bisogno di essere illuminati. Sono questi i poeti che sostano all’ombra, che in alcuni manuali di letteratura non sono citati che marginalmente e di cui è tratteggiata una breve biografia che poco lascia intravedere quel talento prezioso calato dietro un accenno veloce. In questi giorni ho conosciuto un poeta che mi ha stupito e devo ammettere che, pur avendo amato la poesia sin dall’adolescenza ed avendo dedicato tanta parte dei miei studi alla letteratura, non avevo mai avuto l’occasione di leggere i versi di Lorenzo Calogero, che ha dedicato la sua vita alla scrittura, che giace in quella sfera di personalità poco citate e che ho scoperto essere una delle voci più originali della poesia della prima metà del Novecento. Il poeta calabrese, che pure esercitò saltuariamente la professione medica fino al 1955, dedicandosi intanto alla filosofia e alla poesia, ha al suo attivo la composizione di circa quindicimila versi e ha sempre tentato di stabilire contatti con poeti, riviste ed editori importanti, ma senza successo. È morto in circostanze mai definitivamente chiarite, nella sua casa di Melicuccà, nel marzo 1961. Nell’ultima pagina di un quaderno trovato sulla sua scrivania, è stata trovata quella che forse è la sua ultima poesia, “Inno alla morte”. Un biglietto trovato accanto al suo corpo, recita la frase: Vi prego di non essere sotterrato vivo. Dopo la morte, nel 1962, si verifica un ribaltamente e il poeta Calogero diventa un vero e proprio caso letterario tanto da essere visto come un nuovo Rimbaud. Poi, improvvisamente, di nuovo l’oblio. Bisogna riconoscere che la storia letteraria ha lasciato fino a oggi nell’ombra una delle voci più alte del Novecento poetico italiano, un poeta dall’animo triste, che sconvolge, inquieta, fa riflettere, turba l’animo di chi lo legge, ma affascina per la purezza e la liricità evocativa che riporta ad immagini intessute di richiami interiori e universali che Calogero trasferisce nei versi con originalità, potenza semantica e una forza singolare. Il lavoro linguistico, segnalato in seguito da grandi poeti come Luzi, Ameli Rosselli, Caproni, Montale, Roversi, solo per citarne alcuni, personalizza con singolare cesello un’esperienza esistenziale e umana che è avvolta in un turbine emotivamente sconvolgente. Leggere le poesie di Calogero è percorrere un cammino che si muove alla ricerca di una libertà interiore, per penetrare pienamente nell’insondabile universalità dell’esistenza, nel bisogno costante di cogliere il significato della vita.
TUTTO ERA CALMO SOLARE

Io mi ricordo dei tempi passati, antichi.
Tutto era accolto nel calmo
taciturno lento svolgersi delle stagioni,
nel regolare solare ciclo del giorno.
Tutto si muoveva lento quieto,
quasi senza un perché.
Ascoltavo la prima voce dei pastori
al limite dei tempi solitari,
finché non me la ritoglieva
la voce impetuosa del vento.
Camminavo per ridesti ridenti sentieri.
Là si fermava la prima
mia giovanile speranza.
Dentro quel chiuso sole
si muovevano i miei primi passi.
L’urlo delle passioni
non era ancora solitario entrato
nel cavo delle vene a scuotermi.

Tutto era calmo solare
come un giorno aperto.

PT 184

da PAROLE DEL TEMPO (1933-35)

Nella pagina a lui dedicata, che vi invito a visionare, Lorenzo Calogero, emerge un mondo dal fascino incredibile , seppur misterioso. Di lui così scrive Giorgio Caproni nel 1962:« […] non lascia dubbi sull’autenticità e nobiltà del suo messaggio, che è quello di una disperazione ormai così alta, e calma, da non conservare più traccia di romantico dolore, o d’esistenziale sgomento o tremore… »
Montale scrive di lui nel 1962: «[…] I veri interessi di Lorenzo, i suoi veri amori furono due: la madre e la poesia. Tutti e due, però, insufficienti a far di lui un uomo adattabile alla vita. Quali caratteri clinici ebbe la sua psicosi non si sa con certezza. È troppo facile affermare che un altro, nelle sue stesse condizioni, avrebbe potuto essere un buon medico e un buon poeta. Tutto quel che si può dire è che a lui non fu possibile[…].»

Nella poesia trovo le origini della pace e della calma
dopo che conosco lei non voglio conoscere più nessuno…
Lorenzo Calogero, dai quaderni del 1936ESITA QUALCUNO DI QUESTI FILI

Esita qualcuno di questi fili
d’aria sospesi quando sulla rada
assolata foglie tristi d’ombra
sparge l’autunno.
La morte
ti si addice così bene
come se, dietro la vetrata glabra
delle cose, a parlarci,
stesse col suo viso povero
il viso povero
di ognuno.

OP II 154

da SOGNO PIÙ NON RICORDO (1956-58)

Lorenzo Giovanni Antonio Calogero nasce il 28 maggio 1910 nel piccolo centro di Melicuccà, in provincia di Reggio Calabria, da Michelangelo Calogero e Maria Giuseppa Cardone. Terzo di sei fratelli, Lorenzo inizia le scuole elementari a Melicuccà e le conclude a Bagnara Calabra, dove vive presso gli zii materni. Nel 1922 la famiglia Calogero si trasferisce a Reggio Calabria, dove Lorenzo frequenta prima l’Istituto Tecnico, poi cambia corso di studi conseguendo la maturità scientifica. Nel 1929 la famiglia Calogero si trasferisce a Napoli per avviare i figli agli studi universitari. È di questi anni la scrittura dei primi versi, che legge solo alla madre. Lorenzo inizia ad Ingegneria, ma l’anno successivo decide di cambiare facoltà iscrivendosi a Medicina. Nel 1934, per ristrettezze economiche, la famiglia Calogero è costretta a tornare in Calabria. Segue con profitto gli studi ma contemporaneamente legge i poeti e scrive: in questo periodo compone buona parte dei versi che formeranno le raccolte 25 Poesie, Poco suono e Parole del Tempo. Comincia a manifestare le prime patofobie. Di formazione cattolica, segue la scena letteraria che si raccoglie intorno a “Il Frontespizio”, di Pietro Bargellini e Carlo Betocchi, ai quali invia le prime poesie con la speranza che vengano pubblicate. I versi gli vengono però restituiti, allora scrive a premi letterari e riviste spurie, vuole pubblicare ad ogni costo. Nel 1936 esce a sue spese il primo libro, Poco suono, presso Centauro Editore. Nel ’37 si laurea in Medicina, ma continua la corrispondenza con Betocchi, che gli promette di pubblicarlo ne “Il Frontespizio”; la pubblicazione non avviene ed egli ne trae la conclusione che il suo destino non è quello del poeta. Inizia un lungo periodo di distanza dalla scrittura, in cui non v’è traccia di tentativi di pubblicazione o contatti con il mondo letterario. La sua salute è precaria, tuttavia consegue l’abilitazione e nel 1939 inizia ad esercitare la professione medica in diversi centri della Calabria. Ma tende a tornare a Melicuccà, a rifugiarsi dalla madre, con cui intrattiene un’intensa corrispondenza. È sempre più instabile. Nel 1942 tenta per la prima volta il suicidio sparandosi in direzione del cuore. Viene salvato a fatica. I fratelli sono in guerra, fa il medico sempre più a malincuore: sono vissuto nella mia professione come se scrivessi versi. Nel 1944 inizia una lunga corrispondenza epistolare con una studentessa di Reggio Calabria, Graziella, cui seguirà un fidanzamento di cinque anni. La sua vita è sempre più caotica, abbandona i posti di lavoro, si rifugia dalla madre con più frequenza. Si getta in tutte le letture: filosofia, scienze biologiche, matematica, teologia, poesia. Rompe con Graziella ma non la dimentica, e tenta invano di riallacciare il rapporto attraverso lunghissime lettere disperate. Ha ricominciato a scrivere: dal 1946 al 1952 compone le poesie poi incluse in Ma questo… e Come in dittici. Dal 1951 al 1953 invia i suoi manoscritti a molti scrittori, poeti, uomini di cultura, l’esito è sempre negativo. Nel 1954 invia dattiloscritti all’editore Einaudi, da cui non riceve risposta. Decide allora di partire per incontrare Giulio Einaudi personalmente, ma va a Milano e sbaglia redazione. Giunge a Torino ma Einaudi è fuori sede e i suoi scritti non si trovano. È sempre più sfiduciato ma continua a scrivere a editori e riviste, che gli rispondono evasivamente. Lo stesso anno riceve l’incarico come medico condotto a Campiglia d’Orcia, in provincia di Siena; qui scrive in soli undici giorni Avaro nel tuo pensiero che rimarrà inedito fino al 2014. Dopo appena un anno, una delibera del consiglio comunale lo dimette dall’incarico di medico-condotto, così nel 1955 si ritira definitivamente nel suo paese. Riscrive a Einaudi che risponde, ma negativamente. Nel settembre, sempre a sue spese, pubblica Ma questo…, presso Maia. Scrive anche a Betocchi, di nuovo dopo vent’anni, chiedendogli di pubblicare con Vallecchi. Nel gennaio del 1956 esce la raccolta Parole del tempo, che contiene 25 Poesie, Poco Suono, Parole del Tempo. A causa di un peggioramento delle sue nevrosi viene ricoverato nella casa di cura “Villa Nuccia” a Gagliano di Catanzaro. Tornato nel suo paese, scrive invano a numerosi critici e poeti per farsi recensire Ma questo… Ne spedisce una copia anche a Leonardo Sinisgalli, accompagnata da una lunga lettera in cui chiede la prefazione per un nuovo libro che sta per essere pubblicato “anche se dovesse dirne tutto il male che si può immaginare”. Inizia così il rapporto con chi invece sarà il primo a riconoscere le sue qualità poetiche, e che gli sarà amico fino alla fine. Nel mese di settembre esce Come in dittici con la prefazione di Sinisgalli. In seguito alla morte della sua amatissima madre, però, avvenuta poco dopo, viene nuovamente ricoverato per un tracollo nervoso a “Villa Nuccia”. Si innamora di un’infermiera, Concettina. Tenta nuovamente il suicidio recidendosi le vene dei polsi. Nel 1957 vince il premio letterario “Villa San Giovanni”, conferitogli dalla giuria presieduta da Falqui, e composta da G. Selvaggi, G. B. Angioletti, G. Doria, S. Solmi. Sinisgalli presenzia alla premiazione. Nonostante il prestigio del premio non riceve nessuna proposta editoriale, che cerca disperatamente, sempre più stretto da una ingenerosa incomprensione. Mangia pochissimo, sostenendosi con sonniferi, sigarette, caffè. Tra il 1956 e il 1958 scrive le novantanove poesie della raccolta Sogno più non ricordo. Viene ricoverato nuovamente a “Villa Nuccia”. Nel 1960 si reca per alcuni giorni a Roma, dove conosce Giuseppe Tedeschi, che racconterà il loro incontro nell’introduzione al primo volume di “Opere Poetiche”, pubblicato postumo. La sua irrefrenabile necessità di scrivere si intensifica, scrive i 35 Quaderni di Villa Nuccia, così come li intitolerà Roberto Lerici, editore di “Opere Poetiche”, che costituiscono forse la sua più alta produzione letteraria. Trascorre gli ultimi anni da solitario e sventurato poeta nel suo paese natale, consacrato alla poesia, corteggiando la morte. Il corpo del poeta senza vita fu trovato nella sua casa di Melicuccà il 25 marzo 1961. Nel fascicolo di aprile 1961 di “Europa Letteraria”, Giancarlo Vigorelli pubblica alcune sue poesie con note di Leonardo Sinisgalli. Nel 1962 con l’uscita del I vol. di “Opere Poetiche” in un’elegante edizione della collana “Poeti europei” della casa editrice Lerici, esplode il “caso letterario Lorenzo Calogero”. Centinaia di articoli della stampa italiana e straniera lo definiscono “nuovo Rimbaud italiano”. Il clamore dura quasi ininterrotto fino al 1966, quando, quasi subito dopo la pubblicazione del II vol. di “Opere Poetiche,” la casa editrice Lerici pone fine alla sua attività editoriale. Per anni è stato atteso l’ultimo dei volumi della Lerici che avrebbe dovuto contenere Avaro nel tuo pensiero insieme ai circa 800 quaderni manoscritti, fittissimi di liriche, numerosi scritti in prosa e lettere con poeti, critici, editori, intellettuali. Attualmente il corpus inedito è composto da più di 15.000 versi che attendono un’adeguata collocazione nella più alta letteratura del ‘900. contatti: info@lorenzocalogero.it

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Rivista culturale on line creata e diretta da Maria Rosaria Teni. Abbraccia diverse prospettive in ambito culturale, occupandosi di letteratura, studi filosofici, storico-artistici, ricerche scientifiche, attualità e informazioni varie sul mondo contemporaneo. Dedica particolare attenzione alla poesia ed alla narrativa, proponendo testi, brevi saggi, dissertazioni, racconti, riflessioni, interviste e recensioni.
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