La Festa della Liberazione, celebrata ogni 25 aprile, rappresenta per l’Italia molto più di una semplice ricorrenza storica: è la fondazione etica e politica della nostra democrazia. È la giornata in cui si ricorda la vittoria sul nazifascismo e la fine della guerra civile italiana, ma è anche, oggi più che mai, un’occasione per riflettere sul presente, sulle sue ombre e sulle sue sfide.La Resistenza italiana non fu solo un atto militare o politico: fu innanzitutto una scelta morale. Contadini, operai, intellettuali, donne e uomini comuni decisero di opporsi alla barbarie fascista e all’occupazione nazista nonostante i rischi immensi. Fu un moto collettivo di dignità. Era un grido di umanità dentro il buio della dittatura, come ha scritto Franco Fortini: “Non c’era bellezza nella nostra lotta, solo la necessità di non essere complici.” Oggi quella memoria rischia di essere corrosa. L’avanzare di movimenti neofascisti sotto nuove spoglie – più mediatiche, più seducenti, ma non meno pericolose – impone una rilettura non rituale del 25 aprile. Il populismo autoritario, il discredito sistematico della cultura e della critica, l’erosione dei diritti sociali, la torsione tecnocratica del capitalismo che piega la democrazia al profitto, sono i nuovi volti di un vecchio nemico: l’antidemocrazia. Il capitalismo odierno, tecnocratico e algoritmico, pretende di sostituirsi al potere rappresentativo con l’efficienza del calcolo. Lo fa riducendo l’umano a dato, la volontà popolare a target di mercato. E intanto, con il volto seduttivo del progresso, alimenta nuove diseguaglianze, nuovi autoritarismi, nuove marginalità. In questo scenario, la memoria della Resistenza non è solo celebrazione del passato, ma richiamo a un’azione presente e futura. Resistere oggi significa non cedere all’indifferenza. Significa difendere i diritti, la libertà di stampa, la scuola pubblica, la sanità, la cultura, il diritto al dissenso. Significa smascherare la retorica del “prima noi” che alimenta odio e chiusura, e rilanciare il progetto incompiuto di una democrazia reale, partecipata, fondata sulla giustizia sociale. È dovere degli intellettuali, dei poeti, degli educatori, riportare al centro la forza simbolica e concreta del 25 aprile. Come scriveva Piero Calamandrei: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani.”Quei caduti non chiedono lacrime né monumenti, ma fedeltà. Fedeltà ai valori della Resistenza: libertà, eguaglianza, solidarietà. Nel panorama letterario e poetico italiano, la Resistenza ha avuto interpreti profondi. Nei loro scritti la lotta è umana, fatta di paure e slanci, e mai mitizzata: “Le parole, da allora, si fecero più gravi, perché ogni parola poteva tradire o salvare.” È questo il cuore della scrittura resistente .Nel presente, in cui il linguaggio è spesso manipolato per confondere e neutralizzare, recuperare questa gravità della parola è un atto di resistenza. Come allora, anche oggi scrivere, educare, testimoniare è un atto politico. E festeggiare il 25 aprile significa anche questo: dire che non siamo disposti a dimenticare, a normalizzare, a tollerare. La libertà è un bene fragile. È stata riconquistata col sangue, e può essere persa nell’indifferenza. Per questo il 25 aprile va celebrato non come un rituale stanco, ma come un giorno vivo, necessario, urgente. Un giorno in cui, ancora una volta, si alza una bandiera per dire: siamo donne e uomini, e vogliamo restare liberi.
La poesia ci aiuta a non dimenticare, tra i tantissimi ho scelto Quasimodo e Pavese per due poesie che ci parlano del dolore di una guerra ancora oggi incombente a causa dei più beceri nazionalismi .
Alle fronde dei salici, Salvatore Quasimodo
E come potevano noi cantare
Con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.
Tu non sai le colline, Cesare Pavese
Tu non sai le colline
dove si è sparso il sangue.
Tutti quanti fuggimmo
Tutti quanti gettammo
l’arme e il nome. Una donna
ci guardava fuggire.
Uno solo di noi
si fermò a pugno chiuso,
vide il cielo vuoto,
chinò il capo e morì
sotto il muro, tacendo.
Ora è un cencio di sangue
e il suo nome. Una donna
ci aspetta alle colline. ( Da LIBRERIAMO )
Cipriano Gentilino
