
“Il punto di vista” di Mariantonietta Valzano
Periodo difficile questo che stiamo vivendo, pieno di confusione e, per certi aspetti, di tempi che rievocano spettri del passato. A Roma è arrivato il treno museo dei cittadini italiani esuli della Dalmazia all’epoca della persecuzione titina. La strage degli italiani dalmati resta una ferita incastonata tra due territori che da sempre sono stati crocevia di popoli, di culture, di vite. La persecuzione delle milizie ad opera di Tito ha creato non solo le migrazioni forzate e le morti atroci nelle foibe, ma anche una condizione di estraneità di coloro che furono obbligati a migrare in Italia e ricostruirsi una vita dal nulla, come stranieri in terra propria e allo stesso tempo sradicati da territori in cui erano nati e avevano costruito la propria vita.
Questa situazione si è vista anche in tempi più recenti con altre migrazioni forzate, come i palestinesi che, attualmente ridotti alla fame e allo stremo, sono un popolo che non è “padrone” della propria terra, o quanto meno non riesce ad avere un territorio di appartenenza.
Il periodo odierno ci restituisce il conto della poca lungimiranza di alcune scelte politiche, tanto quanto l’effetto del terrorismo che viene generato da situazioni di privazioni e di coltivazione dell’odio, che non porta altro che morte e distruzione.
Oggi in Europa soffiano dubbi e timori su una evoluzione non pacifica, o quanto meno non adeguatamente pacifica, della crisi e del conflitto ucraino. Una guerra che ha generato difficoltà in tutto il continente, mentre il popolo ucraino da tre anni vive in privazione e caducità sotto le bombe e attacchi da terra. Aggiungiamo il cambiamento di filosofia della politica statunitense, che con Trump sembra avere definitivamente abbandonato l’idea della cooperazione e collaborazione con gli altri stati, per restare in una posizione di vantaggio al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mantenendo il proprio diritto di veto, con cui modificare tutte le decisioni dell’Assemblea.
Proprio l’ONU in questo periodo sembra aver tristemente esposto tutte le sue fragilità. Non c’è alcuna “entità” socio-politica a cui dover rispondere e rispettare in caso di trasgressione delle regole che erano stabilite e condivise. Nel caso di aggressione di un Paese sovrano vengono attivate misure di boicottaggio economiche, che si possono aggirare instaurando nuove relazioni commerciali e non con altre nazioni, attraverso le quali rendere inefficaci tutti i provvedimenti dell’Assemblea ONU.
È ovvio che anche in Europa le divisioni socio-politiche, che caratterizzano i vari Stati, non hanno generato una rotta unica e in questo ci sono molte contraddizioni. Evidente la debolezza europea in merito alla risoluzione del conflitto ucraino, in quanto l’esclusione delle trattative dal tavolo non solo relega a posizione di gregario dell’UE, ma senza voce in capitolo e senza far sentire la propria presenza, sembra come se l’unione europea sia solo un insieme di Stati che non hanno potere decisionale univoco. Oggi pare di essere tornati al passato, un passato che doveva essere e restare tempo passato, in cui si era impegnati a pensare solo al proprio paese, magari sospingendolo con mire espansionistiche al di fuori dei propri confini. C’è un nuovo tipo di imperialismo, fatto come sempre di prepotenza e aggressione, ma che non tiene conto degli effetti di una globalizzazione che, seppur solo economica, genera conseguenze che hanno ripercussioni su tutto il mondo. Vengono generati masse di migranti in cerca di un posto migliore in cui vivere, crisi economiche che alimentano populismi e autocrazie, che non risolvono i problemi come si vede e, con il proliferare dei conflitti, si aumenta il gettito inquinante delle sostanze che vanno a distruggere il nostro pianeta. Ci stiamo auto sabotando e non so se ci si renda conto che i venti di guerra sono miseramente solo autodistruzione e distruzione su chi subisce il Risiko delle pedine sulla scacchiera.
E adesso questi i venti di guerra soffiano forte, speriamo di resistere.
Mariantonietta Valzano
