È un momento di crisi, lo ripetiamo quotidianamente, lo diciamo a volte in maniera meccanica per cercare di ammorbidire alcune incongruenze che risultano pesanti come pugni allo stomaco, lo esclamiamo a viva voce quando seguiamo un servizio sui telegiornali, spesso scuotendo il capo. Decadenza di valori, crisi di identità, pessimismo desolato, senza riuscire contemporaneamente a risollevare questo stato d’animo che sembra impantanato su una sostanziale forma di immobilismo. Eppure, sorprendentemente, mai come in questo momento, si rivela forte la voglia di scrivere, di esternare sentimenti che, altrimenti celati dietro un comportamento uniforme e informe, rischiano di essere soffocati da una patina di apatica indifferenza. Ho riflettuto su questo mentre giornalmente annovero e leggo con immenso piacere i numerosi scritti che arrivano alla redazione di questa rivista. Il rimedio all’oblio, la rivincita sull’inerzia danno alla scrittura una “voce” che si fa memoria del vissuto mentre si fissa su pagine che parlano e creano connessioni emotive profonde, allentando la morsa della solitudine incombente. La scrittura rende vivo ciò che non appare e diventa un’arma per combattere lo spettro dell’ignoranza e dell’inazione, avvicinando chi è distante, accomunando chi si sente abbandonato anche da chi dovrebbe proteggerlo, perché in realtà si è uniti in un intreccio miracoloso che si instaura in virtù del comune destino degli esseri umani. La necessità di raccontare, di scrivere e narrare per sopravvivere al torpore di giorni senza stimoli, tenendo sempre accesa la voglia di conoscere e approfondire ciò che accade dentro e attorno a noi; questo rappresenta scrivere e portare avanti battaglie che approdano a un affinamento dell’interiorità e ad un irrobustimento dei propri ideali. Mi piace concludere con le parole di una delle maggiori scrittrici della contemporaneità, autrice di primo piano in Inghilterra e in America, saggista riconosciuta e notevolmente apprezzata per i suoi interventi critici nonché insegnante e studiosa di letteratura inglese, Antonia Drabble, meglio conosciuta con lo pseudonimo di Antonia Susan Byatt, “Io sono una creatura della mia penna. La penna è la parte migliore di me”.
Maria Rosaria Teni
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